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Ágnes Heller, tre interviste da non dimenticare #3

Ascoltare le parole della filosofa alla radio

Terza tappa del nostro viaggio tra le parole della filosofa ungherese scomparsa venerdì 19 luglio: un’intervista da ascoltare.

“Capire è mio dovere”

Questa intervista è stata rilasciata nel 2013 alla trasmissione The Philosopher’s Zone della radio australiana RN. Ospiti del presentatore Joe Gelonesi sono Ágnes Heller e John Grumley, professore di filosofia all’Università di Sidney.

Ágnes Heller rievoca l’incontro con la filosofia, amore della sua vita: “In università studiavo fisica e chimica, ma un giorno il mio ragazzo di allora mi portò ad assistere a una lezione di filosofia. Da allora cominciai a interessarmi, ad andare a tutte le lezioni, procurarmi ogni libro possibile. Con la filosofia si inizia a inalare per poter essere, più tardi, capaci di esalare. […] In quanto sopravvissuta alla Shoah, ho sentito che capire era un mio dovere: capire cosa succede nel mondo, perché le persone siano disposte a compiere azioni come uccidere bambini, o come possono creare le condizioni storiche”.

Al cuore del trialogo tra la filosofa, Gelonesi e Grumley c’è la vita sotto il regime comunista, il passaggio delle grandi ideologie alla disillusione. “Mi iscrissi al Partito Comunista perché credevo nei suoi ideali, credevo stesse dalla parte degli ultimi, ma già dal 1949 avevo capito che c’era qualcosa di sbagliato. Eppure persistevo. Ero allieva di Lukács, che definivano marxista, perciò mi definivo marxista anch’io. Dicevamo: le apparenze sono sbagliate, ma la sostanza è buona. Questa frase descrive bene quella che allora era l’essenza della mia stupidità”.

“Pensa che la sostanza sia ancora buona?”, chiede l’intervistatore.

“No, è tutto cattivo e lo è sempre stato, apparenze e sostanza. La sostanza non è mai stata buona. Nei suoi ideali forse, ma non nella sua pratica. Credo sia stato Lenin a inventare il totalitarismo”.

E ricorda il “processo ai filosofi”, a seguito del quale, insieme ad altri esponenti della dissidente Scuola di Budapest, decise di lasciare l’Ungheria. “Fummo accusati di essere antimarxisti e nemici dello Stato, indegni di fare parte di qualsiasi istituzione. Poi ci offrirono di esporre la nostra visione in un incontro di discussione organizzato dal Partito. Rifiutammo, rispondendo che credevamo solo nella discussione pubblica. Non aveva senso partecipare a un incontro a porte chiuse. Non ha senso discutere se sai già come a va a finire”.

Potete scaricare e ascoltare il podcast completo a questo link.


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