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Come HIAS raccoglie la sfida della crisi migratoria

L’accoglienza spiegata da HIAS, l’associazione ebraica di assistenza ai migranti verso la quale l’assassino di Pittsburgh ha diretto il suo odio

Lo scorso fine settimana (19-20 Ottobre 2018) si è svolto il National Refugee Shabbat, cuore pulsante di HIAS. Inizialmente nota come Hebrew Immigrant Aid Society, HIAS è stata fondata nel 1881 per aiutare gli ebrei che scappavano dai pogrom russi. Da allora ha lavorato per conto di immigrati, rifugiati, sfollati e richiedenti asilo e a partire dai primi anni 2000, ha esteso la propria assistenza solidale a vittime di conflitti provenienti da qualsiasi parte del mondo. Oggi, il numero degli sfollati è il più alto di sempre: nel mondo, una persona viene sfollata dalla propria casa ogni due secondi. Alle frontiere, i bambini vengono strappati ai propri genitori.

“The time is now”: la scelta della data

Quest’anno, HIAS ha inaugurato quella che si spera diventi una nuova tradizione: un weekend di riflessione e approfondimento sulla questione dei rifugiati. Più di 270 associazioni e congregazioni ebraiche in 32 stati hanno aderito. Perché proprio in questa data? Merril Zack, direttrice responsabile di HIAS per il coinvolgimento comunitario, dice: “Abbiamo scelto questo weekend per la sua Parashà, Lech Lechà, e il suo legame col nostro popolo, in costante ricerca della libertà. Ma l’abbiamo scelto anche perché sapevamo che questo sarebbe stato un periodo difficile”.

La scelta di questa data coincide infatti con l’annuncio del governo federale di un nuovo tetto massimo di rifugiati, ossia il numero di coloro che riceveranno un permesso di ingresso negli Stati Uniti. “Quando abbiamo cominciato a programmare la nostra iniziativa, immaginavamo che il tetto sarebbe stato basso” dice Zack. “Ma non avremmo mai immaginato che sarebbe sceso al minimo storico”.

Per gran parte dei primi anni 2000, il tetto annuale è rimasto fisso a 70.000. Quando la crisi dei rifugiati siriani è peggiorata, il Presidente Obama lo ha alzato a 85.000 per il 2016 e a 110.000 per il 2017. Ma nel marzo di quell’anno Trump lo ha ridotto a 50.000 annunciando un taglio ulteriore a 45.000: è il più basso da quando il Refugee Act è diventato legge nel 1980. (In realtà, gli Stati Uniti hanno trasferito molti meno rifugiati di quelli stabiliti. Al 17 Settembre 2018, il numero è pari ad appena 20.918.) Come se non bastasse, le vittime di violenza domestica non saranno più considerate idonee per l’asilo, così come coloro che hanno viaggiato più di due settimane e sono passati per più di un Paese prima di entrare negli Stati Uniti.

Rabbi Rachel Grant Meyer, collega di Zack e direttrice dei programmi educativi di HIAS, spiega come mai la Parashà di questa settimana è significativa. “Lech Lechà è il primo brano di Torah in cui vediamo uno dei nostri antenati mettersi in viaggio,” dice. “L’esperienza di doversi ricostruire una vita diede ad Abramo un’idea unica di ciò che vuol dire essere straniero in terra straniera, e in noi stimola comprensione ed empatia. Anche il popolo ebraico venne sradicato dalla propria terra, ma la questione non si esaurisce qui. Rabbi Shai Held dice che, per quanto sia vero che la nostra esperienza come popolo di profughi dovrebbe dare impulso al nostro senso di solidarietà, l’obbligo dell’accoglienza non verrebbe meno se la nostra storia fosse stata diversa. Siamo in grado di sviluppare una profonda empatia anche senza un’esperienza condivisa. Ma tale esperienza la rende ancora più forte”.

Un’altra ragione dietro alla scelta di questa data ha a che vedere con le elezioni di metà mandato del 2018. “Un momento molto importante per HIAS,” dice Zack. “Volevamo ispirare e incoraggiare gli elettori a far sentire la loro voce in favore dei rifugiati”.

Come affrontare la questione rifugiati: le proposte di HIAS

Hias ha messo a punto una guida di aiuto alla conversazione sul tema, che può tornare utile intorno alla tavola di Shabbat, così come tra amici o in famiglia. “Potete guardare il documentario Human Flow dell’artista Ai Weiwei sull’esperienza dei migranti” suggerisce Zack, “o potete giusto vederne un pezzo, dato che è lungo! [Dura due ore e venti minuti; HIAS suggerisce di guardarne determinati spezzoni sui quali poi avviare la conversazione di gruppo.] Oppure potete consultare la nostra guida, chiamata Come tenere conversazioni complicate: a volte bisogna trovare il coraggio di mettersi in discussione per poter affrontare l’argomento”.

Si potrebbe approfondire Lech Lechà, la Parashà in cui Abram diventa Abramo, o in ebraico Avraham Ha’Ivri, colui che attraversa. A partire da quel momento, i suoi discendenti saranno conosciuti come Ha’Ivrim [gli Ebrei] coloro che attraversano. Perché? Cosa significa tutto ciò per la nostra identità collettiva? Ogni famiglia potrebbe ragionare sulla sua storia personale di “attraversamento”.

HIAS propone inoltre una nuova versione, scritta da Rabbi Meyer, della tradizionale preghiera Aleinu. “Lab/Shul utilizza il concetto di “è nostro dovere” (in ebraico, letteralmente, “è su di noi”) che dà il nome alla preghiera, per il suo lavoro creativo di giustizia sociale. Io ho voluto portare questa idea al grande pubblico,” dice Meyer. “Aleinu parla del nostro obbligo di pregare Dio, e uno dei modi per farlo è aiutare il prossimo e pensare a cosa altro sia nostro dovere (“su di noi”) quando abbiamo una connessione con Lui.”

[Nella versione originale dell’articolo potete leggere la rivisitazione di Aleinu]

 

Nella comunità e in famiglia

Un’altra idea per affrontare il tema della migrazione è guardare ai testi tradizionali ebraici. Quante volte leggiamo nella Torah e nel Talmud “Non opprimere lo straniero, poiché siete stati stranieri in terra d’Egitto”?

“Forse è menzionato così tante volte perché è difficile,” continua Zack. “Non è facile aiutare persone che non sono come te, che hanno prospettive diverse dalla tua. Ma questo non significa che non dobbiamo raccogliere la sfida”.

Un’altra idea ancora è intraprendere il dialogo con quelle persone che dicono “Oh, la mia congregazione non è politica” o “ Aiutare migranti significa lasciare entrare persone pericolose nel nostro Paese”, spiegando che aiutare migranti non è un fatto politico, è un obbligo della Torah. Nella nostra epoca è sempre stata una questione bipartisan, solo recentemente è diventata “politica”. Infine, nota Zack, “Il programma di ammissione per rifugiati prevede un controllo incredibilmente accurato: le persone più fragili e vulnerabili del mondo sono controllate più di qualsiasi altra, più di studenti e turisti”. Zack ha ragione: potete guardare i dati reali e le testimonianze di chi svolge i controlli.

E in famiglia? Potreste ascoltare la musica dei compositori rifugiati ebrei (HIAS suggerisce Samuel Adler, Israel Alter, Bela Bartok, Tania Leon, Darius Milhaud e Ruth Schonthal, ma io andrei più su Irving Berlin), o potreste esplorare le guide di HIAS per i bambini delle scuole elementari. Dopotutto, più della metà dei migranti nel mondo sono sotto l’età di 18 anni. I bambini un po’ più grandi potrebbero già essere a conoscenza delle migliaia di bambini che vengono separati dai genitori al confine con il Messico e sui numerosi genitori che vengono deportati senza i figli. I nostri bambini tendono a essere informati sull’attualità più di quanto immaginiamo.

Coi bambini più piccoli potreste dare un’occhiata al libro Rosie and Warda and the Big Tent, ma ci sono tanti altri meravigliosi libri recenti sull’esperienze dei migranti. (Per i bambini più piccoli, consiglio caldamente “Il viaggio” dall’artista italiana Francesca Sanna, è favoloso, e per i bambini ancora più piccoli consiglierei Refugee di Alan Gratz, un avvincente libro che si legge tutto d’un fiato). Zack osserva: “I buoni libri sui rifugiati non impauriscono i bambini, li aiutano ad allargare la loro idea di mondo e a mettersi in gioco nella loro comunità con lenti diverse”.

Infine, è fondamentale avere speranza. “È il periodo ideale per portare avanti questo lavoro,” dice Meyer. “Abbiamo appena passato Rosh Hashanah e Yom Kippur, un periodo di profonda introspezione, e Sukkot, che ci ricorda la temporaneità dei nostri rifugi e la nostra fragilità. Così, oggi prendere posizione per i migranti in tutto il mondo, per i quali la vulnerabilità è una realtà quotidiana, assume un significato veramente forte”.

Marjorie Ingall
Giornalista presso Tablet Magazine

Marjorie Ingall è giornalista per Tablet Magazine e autrice di diversi libri, tra cui Mamaleh Knows Best: What Jewish Mothers Do to Raise Successful, Creative, Empathetic, Independent Children.


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