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Accogliere nell’emergenza, integrare nella stabilità

I nuovi fenomeni migratori non si arresteranno perché qualcuno decide di chiudere i porti. E anche gli ebrei, come tutti, si interrogano su come adempiere all’obbligo morale dell’accoglienza.

In questi giorni convulsi, in cui il nostro Ministro degli interni chiude i porti alle navi delle ONG cariche di migranti, vieta alla Guardia Costiera di fare il suo lavoro (che è quello di salvare vite umane in pericolo) e propone di schedare i Rom e i Sinti, siamo tutti chiamati, come cittadini, a schierarci. La neutralità non è più un’opzione possibile. Ed è evidente che, sebbene l’ostilità verso le organizzazioni di volontariato che raccolgono i disperati del mare sia cominciata già durante la legislatura precedente, è la narrazione della migrazione (e di ciò che è lecito fare per contenerla) che è cambiata in poche settimane: si sdogana l’idea che sia possibile (anzi, inevitabile) lasciar affogare esseri umani rei di aver scelto di varcare il Mediterraneo senza averne diritto (o avendo un diritto che non sarà possibile certificare causa decesso dell’interessato); si demolisce il rispetto che circonda i volontari che salvano vite umane in contesti di guerra e pericolo, affermando che la solidarietà ha sempre un secondo fine; si plaude a dichiarazioni come quella del Ministro belga per le migrazioni Theo Francken (noto simpatizzante di movimenti neonazisti) secondo il quale l’articolo 3 della Convenzione europea per i diritti dell’uomo (che proibisce la tortura e i trattamenti disumani o degradanti) andrebbe superata o perlomeno aggirata perché è un ostacolo per coloro che vogliono fermare il flusso dei migranti; si proclama la liceità di un censimento su base etnica al fine di tutelare “la sicurezza degli italiani” dimenticando che anche quelli che si vogliono censire sono, in larga parte, italiani.

Un mondo diviso
In questo scenario, l’Unione delle comunità ebraiche (spinta anche dalle ferme prese di posizione in materia della Senatrice a vita Liliana Segre) ha emesso un comunicato per stigmatizzare l’ipotesi di un censimento etnico ma, come era prevedibile, non ha preso ufficialmente posizione sulla questione dei migranti. Pensare che l’ebraismo abbia una visione monolitica su questo tema per via della propria storia è un pregiudizio diffuso. Tra gli ebrei italiani ci sono, come è normale, anche sostenitori dell’attuale politica antimigratoria. Ma ce ne sono molti inorriditi per quanto sta accadendo, che ritengono di avere il dovere, anche per via della propria storia di discriminazione e di migrazioni forzate, di opporsi al nazionalismo crescente e di aiutare chi bussa alle nostre frontiere.

La divisione del mondo ebraico nei confronti dei moderni fenomeni migratori non riguarda solo l’Italia: gli israeliani sono divisi sull’iniziativa di Benjamin Netanyahu di espellere dallo Stato di Israele i migranti africani che vi sono entrati clandestinamente (prevalentemente dal Corno d’Africa e da Sudan). Gli appelli di coloro che trovano inconcepibile rimpatriare chi rischia la vita (per la violenza ma anche perché il Corno d’Africa sta attraversando una devastante carestia dovuta anche ai cambiamenti climatici, dalla quale non si sa quando e come potrà uscire) sono riusciti, per ora, a bloccare i provvedimenti di espulsione, ma vi sono anche tanti israeliani che non sopportano più il degrado dei quartieri abitati dai nuovi arrivati e li vedrebbero andar via volentieri. Gli ebrei statunitensi sono, in questi giorni, in prima fila nelle proteste contro il presidente Trump e contro la sciagurata iniziativa di separare i bambini dai genitori immigrati illegalmente nel Paese, ma sono anche presenti (seppure in modo limitato) tra le frange più conservatrici della società, che vorrebbero limitare l’afflusso dei latinos nel Paese.

Gli ebrei francesi sono l’anima fondatrice di movimenti come SOS Racisme che si batte per l’integrazione dei migranti, ma osservano con preoccupazione crescente il sempre più diffuso antisemitismo di matrice islamica, contro il quale le istituzioni francesi sembrano incapaci di mettere in atto misure più efficaci della semplice repressione, che si è già dimostrata inutile nel cambiare le menti, ancor prima che i comportamenti.

L’approccio tradizionale
La tradizione ebraica offre però, sul tema dell’accoglienza dello straniero, alcuni punti fermi e inderogabili. “Non opprimerai lo straniero: anche voi conoscete l’anima dello straniero, perché siete stati stranieri nel paese d’Egitto” dice il libro dell’Esodo (23; 9).  “Lo straniero dimorante fra di voi verrà trattato come colui che è nato fra di voi; l’amerai come te stesso perché anche tu sei stato straniero in terra d’Egitto” afferma il Levitico (19; 33). Persino sulla necessità di salvare le persone in pericolo prima di chiedersi chi sono, se amici o nemici, non vi sono dubbi: “Se il tuo nemico ha fame dagli da mangiare; se ha sete dagli da bere” dicono i Proverbi (25; 21).

Un midrash (una delle metodologie di interpretazione e commento dei testi sacri che si basa sulla costruzione di metanarrazioni) racconta persino che quando Dio creò l’uomo con la polvere della Terra, la prese dai quattro angoli del Globo affinché nessuno potesse dire “questa terra non è fatta della polvere del tuo corpo, ma del mio. Tornatene laggiù da dove sei stato creato!”

I testi ebraici, però, affermano anche che gli stranieri devono adeguarsi alle leggi del luogo che li accoglie (una norma a cui gli ebrei stessi si sono attenuti nel corso della storia) e che la carità è un’ottima cosa, ma deve essere sostenibile: se si eccede, e si lasciano i propri figli senza cibo per aiutare un estraneo, si finisce per passare dalla parte del torto.

Analizzando come i saggi dell’ebraismo hanno risolto il difficile equilibrio tra la necessità di accogliere e il dovere di non danneggiare se stessi per aiutare gli altri (a cui si aggiunge il dovere del migrante di accettare le leggi del luogo che lo ospita) si scopre che la bilancia può pendere, a seconda del pensatore, del momento storico e persino del popolo che si deve accogliere, da una parte o dall’altra.

Ma la linea più comune è quella che vede prevalere il dovere di accogliere e salvare chi è in pericolo di vita, preparandosi però con serietà ad affrontare tutte le altre questioni una volta che tale pericolo sia cessato.

Il fenomeno migratorio non si fermerà perché qualcuno ha deciso di chiudere i porti. E tali scelte, anche se dovessero temporaneamente ridurre il numero di nuovi ingressi, non ci esentano dal dovere di sviluppare una strategia per l’integrazione e di supportare coloro che aiutano i nuovi arrivati ad adattarsi alle nostre leggi e usanze, in primo luogo le molte organizzazioni del Terzo settore che oggi sembrano essere nel mirino di chi ci governa.

Daniela Ovadia
Membro del Direttivo, Redazione JOIMag

Ex Hashomer Hatzair , giornalista con formazione in neuroscienze, ha fondato e dirige l’Agenzia Zoe che si occupa di informazione medica e scientifica.


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