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Cultura
“Am Yisrael High”, ovvero del legame tra gli ebrei e la marijuana

La mostra all’Institute for Jewish Resarch di New York

Tutto sarebbe iniziato con un bong. Almeno, questo è quanto racconta Eddy Portnoy, curatore delle mostre del centro YIVO  di New York. La blasonatissima istituzione fondata 97 anni fa a Wilna, la Vilnius dell’attuale Lituania, e dal 1940 trasferitasi a New York, ha inaugurato a inizio maggio una mostra che a prima vista potrebbe sembrare uno scherzo.
Già il titolo lo è, dato che Am Yisrael High gioca palesemente con il motto Am Yisrael Chai puntando l’attenzione su un presunto rapporto privilegiato tra il popolo di Israele e gli effetti della cannabis. Invece la questione è serissima, tanto da dedicarle la prima mostra in presenza che l’istituto di ricerca ebraica di Manhattan organizza dall’inizio della pandemia. Tornando a Portnoy, questo simpatico signore dalle lunghe ciocche ricciolute e un po’ imbiancate ha approfittato della tavola rotonda di inaugurazione dello scorso 5 maggio e delle diverse interviste rilasciate alla stampa per fare un po’ il punto della situazione. Sia per quanto riguarda la missione dell’ente per cui lavora, sia per quanto concerne il tema della mostra.

Parlando di YIVO e degli oltre 23 milioni di manufatti e documenti che costituiscono il suo archivio, tra i più ricchi al mondo sull’argomento, il curatore ha scherzato sul fatto che questa istituzione tanto generosa di scritti, documenti, fotografie e oggetti religiosi o quotidiani legati alla cultura ebraica e yiddish fosse priva, guarda un po’, proprio di un bong… Al di là della provocazione, Eddy ha raccontato di un curioso oggetto in vetro a forma di menorah a otto bracci scoperto qualche anno prima e di quanto gli fosse sembrato un buon punto di partenza per una nuova ricerca. Gentilmente donata al centro di studi dalla sua ditta produttrice, la stravagante pipa ha spinto il curatore a chiedersi se la sua forma fosse un caso o se il legame tra l’ebraismo e il consumo di cannabis non fosse invece qualcosa di più radicato e profondo.
Guardando all’archivio YIVO, la risposta sembrava un no. La cultura yiddish pare mancare di legami, se non superficiali, con la cannabis. E la cosa non sarebbe tanto legata a una sorta di moralistica autocensura, visto che altrove questa non tocca né alcolici né storielle erotiche, quanto a una certa distanza tra il mondo degli ebrei dell’Est Europa e l’uso ricreativo della canapa. Questo riguarderebbe sia gli anni europei a cavallo tra le due guerre, sia quelli successivi al trasferimento dell’istituto da Vilnius a New York. Come racconta un articolo uscito su Tablet, le cose non sarebbero infatti migliorate con il passaggio degli archivi negli Stati Uniti, quando l’attenzione si è anzi limitata alla raccolta della cultura in lingua yiddish e del materiale relativo alla vita ebraica americana più ufficiale.

La nuova esposizione allestita nella sede di YIVO fino al prossimo dicembre racconta anche di questa frattura, tra gli ebrei americani contrari all’uso dell’erba e alla sua legalizzazione e quegli intellettuali, artisti e ricercatori che nei decenni successivi si sono invece battuti per il suo impiego libero. Come puntualizza lo stesso Portnoy in una intervista al New York Jewish Week, se si tratta di uso ricreativo la cannabis è stata da sempre osteggiata dall’ebraismo ortodosso, al pari di quanto lo sia qualunque sostanza che possa nuocere alla salute. Diverso però sarebbe l’impiego curativo e tanto più la difesa di un diritto riconosciuto dalla legge, come avvenuto un anno fa nello Stato di New York con la depenalizzato della marijuana. Per non parlare, poi, del suo impiego liturgico.
Su questo argomento gli studiosi si accapigliano già da un po’ di tempo. C’è chi ritiene che la cannabis compaia fin nei rituali descritti dalla Torah e chi invece pensa che si tratti solo di una traduzione un po’ troppo libera. Il responsabile di YIVO sembra propendere per la prima teoria. Sempre nell’intervista rilasciata al NY Jewish Week ricorda come nell’Esodo si parli di un fantomatico kaneh bosem, presunto ingrediente dell’olio per l’unzione sacra citato poi anche in diversi testi tradizionali e rabbinici. Tradotta come “canna profumata”, questa sostanza sarebbe altrove chiamata esplicitamente canapa quando non addirittura cannabis.
Sempre il curatore della mostra rinforza le sue teorie ricordando le scoperte fatte un paio di anni fa dagli archeologi israeliani a Tel Arad, sito archeologico a circa 10 chilometri dalla moderna città di Arad. Qui, in quello che presumibilmente era un antico santuario ebraico, i ricercatori avrebbero riconosciuto tracce di cannabis bruciata.

Facendo un salto in avanti, esistono anche diversi documenti trovati nel deposito della Geniza del Cairo e risalenti al XII o XIII secolo che farebbero riferimento all’hashish. Uno di questi è ora esposto alla mostra di New York e consiste in una nota scritta in giudeo-arabo dove si ricorda che uno “stimato anziano” avrebbe ricevuto “due carati di lingotti d’argento”, da usare per “procurarsi dell’hashish”. Allo stesso modo, pare che presso gli ebrei marocchini fosse tradizione spruzzare hashish nel cous cous alle feste di matrimonio. Letteralmente un altro mondo rispetto alla cultura ashkenazita al centro delle ricerche di YIVO. Come si è visto, fino al secondo dopoguerra gli ebrei dell’Est Europa non volevano sentir parlare di cannabis e se lo facevano era per denigrare quanti ne erano dipendenti. Le poche eccezioni, come l’ode all’hashish scritta nel 1901 da Vladimir Jabotinsky quando era studente a Vienna, sono oggi gelosamente conservate dagli archivi di YIVO ed esposte nella nuova mostra temporanea.

La svolta nel rapporto con la cannabis sarebbe avvenuta negli anni Sessanta, con il ruolo fondamentale giocato dagli ebrei nella controcultura e nel movimento per la legalizzazione della marijuana. Intervistato sull’argomento, Portnoy sottolinea come i primi hippie furono  cinque ebrei, Abbie Hoffman, sua moglie Anita, Nancy Kurshan, Jerry Rubin e Paul Krasner, e come questi praticamente in ogni numero di The Hipster Times, il loro giornale degli anni Settanta, pubblicassero articoli sulla cannabis.
Accanto all’aspetto più folkloristico dell’operazione, ben rappresentato anche dai tanti che, canna accesa in mano, si aggiravano intorno al quartier generale di YIVO in attesa dell’inaugurazione, la mostra prende in esame anche il lato più serio della questione. Vi si parla così delle diverse importanti figure ebraiche che si sono impegnate nello studio medico. Tra queste lo scienziato israeliano Raphael Mechoulam, il “padre della ricerca sulla cannabis”, che tra il 1963 e il 1964 ha per primo isolato il THC, il composto responsabile dell’effetto stupefacente, e il CBD, che si ritiene abbia proprietà medicinali. Accanto ai ricercatori l’esposizione riserva un posto di riguardo anche al mondo della produzione e della vendita. Qui il personaggio simbolo è Jack Herer, conosciuto come l’“Imperatore della canapa” e noto per essersi battuto per la legalizzazione della marijuana oltre ad avere appunto fondato un impero intorno alla sua commercializzazione.
Per finire, accanto ai frammenti antichi e al bong menorah destinato ad arricchire (e se vogliamo completare) la permanente del YIVO, Am Yisrael High mette in mostra anche altri manufatti come uno shofar fumabile e un vassoio ispirato al piatto da Seder. Sono entrambi prodotti da Tokin’ Jew, azienda specializzata in “articoli per fumatori” e profondamente convinta, come dichiara orgogliosa sul suo sito di e-commerce, che “gli ebrei amano fumare l’erba”.

Camilla Marini
collaboratrice

Camilla Marini è nata a Gemona del Friuli (UD) nel 1973, vive a Milano dove lavora da vent’anni come giornalista freelance, scrivendo prevalentemente di cucina, alimentazione e viaggi. Nel 2016 ha pubblicato la guida Parigi (Oltre Edizioni), dove racconta la città attraverso la vita di otto donne che ne hanno segnato la storia.


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