L'agenda di Joi
Hebraica
Amore e morte a Hannukkah

Indagine su un festività unica (e decisamente anomala) del calendario ebraico

Morire per
Il primo libro dei Maccabei, scritto nel II secolo a.e.v., racconta l’origine della guerra evocata dalla festa di Chanukkà. Nella città di Modin un rappresentante del re Antioco invita il sacerdote Mattatia a offrire sacrifici agli idoli per essere di esempio al popolo. Quando Mattatia e i suoi figli rifiutano con sdegno, si fa avanti un altro ebreo e sacrifica come indicato dal rappresentante del re. A questa vista, continua il testo, Mattatia, “furente per amore della Torah si scagliò sull’ebreo e lo sgozzò lì sull’altare”, per poi uccidere anche il funzionario reale e distruggere l’altare. La rivolta è cominciata.

Questo racconto chiarisce fin da subito la natura della guerra dei Maccabei, una guerra civile. L’ebreo Mattatia infatti uccide innanzitutto l’ebreo che sacrifica agli idoli, e solo in seguito si scaglia contro il rappresentante del re. Di guerra civile tra ebrei fondamentalisti da una parte e ebrei aperti all’influenza culturale ellenistica e fautori dell’assimilazione ai costumi dei popoli circostanti dall’altra dunque si tratta. I libri dei Maccabei, al tempo stesso, costituiscono le prime fonti che attestano il martirio, cioè il sacrificio di sé in nome di qualcosa di esterno a sé – di solito una fede – nella tradizione ebraica. Come vedremo, c’è un nesso che lega guerra civile e martirio e fa di Chanukkà una festa atipica nel calendario liturgico ebraico.

Una guerra civile – martirio
Nella lingua e nella cultura greca sono due i termini che descrivono il conflitto. C’è polemos, che indica la guerra tra eserciti di città e regni diversi. In quanto guerra, polemos ha certo natura distruttiva, ma viene intesa perlopiù come inevitabile e necessaria, in alcuni casi addirittura naturale (Eraclito), comunque un aspetto caratteristico e costante della vita che contrappone noi e gli altri. C’è poi stasis, che si riferisce al conflitto intestino endemico nelle città greche (ma non solo: si pensi alla Firenze del tempo di Dante) e divide i simili che condividono il medesimo orizzonte di vita. Stasis ha un carattere esclusivamente distruttivo e innaturale perché disgrega la convivenza umana, divide vicini, amici e parenti ed è perciò connotata in modo esclusivamente negativo. In questa seconda categoria possiamo comprendere la guerra celebrata a Chanukkà, una ribellione violenta che lacera all’interno il popolo ebraico. Chanukkà è peraltro l’unica festa ebraica che ricorda una guerra, e per questo è atipica; basti ricordare che neanche la conquista della terra di Canaan da parte di Giosuè dopo l’esodo e i quarant’anni nel deserto viene ricordata in un apposito momento. La differenza, ha notato un intellettuale caustico come Yeshayahu Leibowitz, sta proprio nel diverso tipo di conflitto. La guerra di Giosuè deriva da valori umani, per esempio l’occupazione di un territorio, e dunque non ha alcun valore dal punto di vista ebraico proprio come le guerre contemporanee dello stato di Israele (difensive o no, in questo caso non fa differenza). Questi conflitti sono indifferenti dal punto di vista ebraico, perciò non esistono feste ebraiche a celebrarli: e se talvolta vengono celebrati, dice Leibowitz, lo sono da punti di vista non ebraici ma, utilizzando una parola moderna, nazionalistici. Il ricordo della guerra dei Maccabei, al contrario, è alla base della festa di Chanukkà perché in questo conflitto la tradizione ha visto la lotta in osservanza e per l’osservanza della Torah scatenata da una parte del popolo ebraico contro un’altra. I Maccabei e i loro seguaci, che si considerano custodi della Torah, combattono con convinzione assoluta gli ebrei ellenizzanti, non esitando a uccidere, ma anche a sacrificare la propria stessa vita per quei valori che vedono in pericolo. Ed eccoci arrivati all’idea di sacrificio di sé, che proprio a questa altezza storica comincia a essere attestato nella cultura ebraica. La possibilità di sacrificarsi, così come lo sforzo per affermare una fede, nasce nell’intimo per poi esprimersi concretamente nelle azioni. Come nota ancora Leibowitz, però, l’idea di sacrificarsi non è in origine ebraica bensì greca, e questo rappresenta la conferma più clamorosa dell’influenza esercitata dalla cultura ellenistica nel contesto ebraico, dal momento che sono gli stessi Maccabei, fautori della reazione antiellenistica, a farla propria. In altre parole, uno dei valori centrali per quella parte di popolo ebraico che combatte l’altra in nome della Torah in un contesto che possiamo tranquillamente definire di guerra santa è mutuato dalla cultura greca.

Masada – suicidio
Il suicidio è una forma di sacrificio di sé? Per provare a rispondere rivolgiamoci al più famoso suicidio collettivo della storia ebraica, quello di Masada. Giuseppe Flavio nella Guerra giudaica riporta due lunghi discorsi del leader dei sicari assediati nella fortezza di Erode, Eleazar ben Yair, discorsi che costituiscono un vero e proprio appello al suicidio collettivo tramite la mutua uccisione. Il fondamento ideologico delle parole di Eleazar ben Yair è la certezza che la morte non sia la fine di tutto ciò che conta, ma al contrario la porta da varcare perché l’anima immortale si liberi finalmente della zavorra del corpo. Dietro questa concezione c’è la filosofia greca e in particolare il Fedone di Platone, in cui il corpo viene descritto come prigione dell’anima la quale comincia la vera vita soltanto alla morte del primo, e la dottrina stoica secondo cui ogni uomo è libero nella misura in cui può sfuggire alla schiavitù dandosi la morte. Come segnala Mireille Hadas-Lebel in Masada. Una storia e un simbolo (Ecig), al tempo di Giuseppe Flavio l’idea di resurrezione più di quella di immortalità è largamente accettata da farisei, esseni e anche dai sicari di Masada. È verosimile dunque che Giuseppe insista sull’immortalità perché, rivolgendosi a un pubblico grecoromano, vuole trovare un terreno comune a quello dei lettori. In ogni caso le credenze nella resurrezione dei corpi e nell’immortalità delle anime si diffondono in questo periodo negli ambienti ebraici (ne abbiamo parlato in un precedente articolo sul Paradiso) e forniscono il coraggio indispensabile per affrontare il martirio. Anche se la morte degli ultimi difensori di Masada viene provocata da mutua uccisione dopo aver tirato a sorte, va considerato come una forma di suicidio collettivo in linea con lo spirito del tempo, cioè ancora una volta con la cultura ellenistica. Come Eleazar ben Yair è più simile a un guerriero dell’Iliade che a Giosuè, così il suicidio dei sicari può forse essere inteso come un esempio di eroismo, in ogni caso risponde a valori che non hanno nulla della tradizione ebraica antica ma sono di chiara derivazione greca.

Santificare il nome di Dio – sacrificio
Eppure la Torah ripete incessantemente che il dio di Israele è Dio dei vivi, non dei morti e neppure di chi è disposto a morire in suo nome. Il Talmud tace sull’episodio di Masada e, più in generale, sul tema del suicidio, invece nel trattato Sanhedrin si chiede a quali condizioni sia meglio sacrificare la propria vita piuttosto che trasgredire. La risposta è che di fronte a costrizione si può trasgredire per non essere uccisi tranne nei tre casi limite di idolatria, incesto e omicidio. Il dovere di affrontare la morte è dunque limitato a evitare queste tre trasgressioni particolarmente gravi, negli altri casi il dovere di preservare la vita ha il sopravvento. Il Talmud prosegue riportando un’opinione diversa, quella di rabbi Ishmael, secondo cui il sacrificio di sé è funzione della santificazione del nome di Dio sulla scorta del versetto di Levitico/Wayqrà “e non profanate il mio santo nome, in modo che io sia considerato santo”. Non meno interessante, rabbi Ishmael, riferendosi a uno dei tre casi limite, l’idolatria, suggerisce che si debba sacrificare la propria vita solo quando l’atto richiesto avviene in pubblico. Di conseguenza l’ambito delle situazioni in cui la trasgressione è più grave della morte sembra restringersi ancora. In altre parole, quelle di Moshe Halbertal (Sul sacrificio, Giuntina), l’idolatria in sé, se compiuta sotto coercizione in privato, “non costituisce una proibizione che deve essere rispettata a ogni costo”. D’altro canto però, secondo alcuni, proprio mentre l’obbligo del sacrificio della vita viene ridotto a tre soli casi eccezionali, viene esteso fino a comprendere anche la più piccola delle trasgressioni se si tratta di rendere pubblica testimonianza e resistere alla coercizione religiosa.

Scelta d’amore – dono
Come abbiamo visto il concetto e la concreta possibilità del sacrificio della propria vita si afferma nella cultura ebraica con la guerra dei Maccabei. Il martire ritiene di santificare il nome di Dio con un gesto estremo che sgorga dall’intimità della convinzione e in effetti lo stesso termine martirio, etimologicamente, rimanda alla testimonianza. Non stupirà, dopo quanto abbiamo visto, che sia una parola greca. Il Talmud invita a ammirare i martiri uccisi durante la rivolta di Bar Kokhba, repressa nel 135 e.v. durante il regno dell’imperatore Adriano, ma descrive anche un modello di martirio sensibilmente diverso da quelli visti finora, in cui il gesto estremo di andare alla morte è scelta di amore per Dio, che si esplica nell’esibizione di una lealtà incondizionata e non strumentale. L’esempio riportato dal trattato Berakhot è l’uccisione di rabbi Akiva da parte romana. “Quando rabbi Akiva venne portato fuori per l’esecuzione era l’ora della recitazione dello Shemà, e mentre flagellavano il suo corpo con pettini di ferro egli accettava su di sé il regno del cielo”. Sotto tortura, il maestro si rivolge ai discepoli per un’ultima, estrema lezione, e dice loro che per tutta la vita ha riflettuto sul versetto dello Shemà che prescrive di amare Dio “con tutta la tua anima”, senza però riuscire a compiere fino in fondo questa mitzvà. Soltanto adesso, conclude rabbi Akiva, posso finalmente adempiere il precetto di amare il Signore con tutta l’anima. “Spirò”, termina il Talmud, “mentre pronunciava la parola echad (uno)”. In questo episodio il martirio sembra una condizione estrema e tuttavia positiva, l’unica cioè che metta in condizione di comprendere e realizzare pienamente il precetto dell’amore di Dio. Vale la pena notare che sebbene la messa a morte di Akiva sia un fatto pubblico, questa dimensione di martirio è quanto mai intima e privata. Sotto l’influenza dell’ellenismo, ma anche dei primi gruppi cristiani, il martirio assume il carattere di offerta, cioè di dono di se stessi a Dio. Come ha sottolineato Guy Stroumsa nella Fine del sacrificio. Le mutazioni religiose della tarda antichità (Einaudi), non è un caso se il martirio comincia a essere pensato come offerta proprio quando, dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme, terminano i sacrifici animali. Secoli più tardi, le cronache ebraiche dei pogrom durante la prima crociata (1096) descrivono costantemente la morte degli ebrei come un’offerta sacrificale; con un termine utilizzato anche per descrivere eventi ben noti e a noi più vicini: un olocausto. Infine, in tempi recenziori, il sacrificio non consisterà più soltanto nel dare a ma anche nel rinunciare per amore di. Ma questa è davvero un’altra storia.

Giorgio Berruto
collaboratore
Cresciuto in mezzo agli olivi nell’entroterra ligure, dopo gli studi in filosofia e editoria a Pavia vive, lavora e insegna a Torino. Ama libri (ma solo quelli belli), musei, montagne

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