Hebraica
Il Paradiso, l’era messianica e i profeti

Visioni e interpretazioni circa la vita e la morte

Dall’antichità più remota la tradizione ebraica si è confrontata con la vita e la morte. Lo Sheol citato nel Tanakh è un luogo popolato da ombre e segnato dall’assenza di una sorte differenziata sulla base delle azioni compiute in vita. La divinità è infatti “Dio dei vivi”, non dei defunti, il cui regno sfuggente è più temuto che descritto. I profeti parlano di una età futura della restaurazione di Israele, l’era messianica, contraddistinta da perfezione e felicità, in cui gli uomini avranno lunga vita; ma non si fa riferimento a concetti come la separazione delle anime dai corpi, l’immortalità delle prime che sopravvivono ai secondi e un meccanismo di premio per i giusti e punizione per gli ingiusti. Geremia e Ezechiele però chiariscono che ciascuno è responsabile per le proprie azioni, mentre la domanda sulla sofferenza in vita che spesso colpisce il giusto rimane centrale nei Salmi, in Giobbe e Qohelet. Il tentativo di risolvere questo dilemma porta all’introduzione di un principio di retribuzione dopo la morte, insieme all’estensione piena del dominio della divinità non solo sui vivi, ma anche sui defunti. Tuttavia, in una prima fase, questa retribuzione non è individuale ma collettiva, nel quadro della prevalente dimensione comunitaria, e si intreccia con i molteplici accenni ai tempi messianici.

Il concetto di resurrezione è attestato presso diversi popoli del medio oriente antico, e nei libri dei Re possiamo leggere di resurrezioni miracolose operate dai profeti Elia e Eliseo. La visione delle ossa di Ezechiele allude a una resurrezione collettiva che va forse messa in relazione alla futura restaurazione di Israele. Più esplicito ancora il passo di Isaia secondo cui “rivivranno i tuoi morti, i miei caduti risorgeranno, si desteranno ed esulteranno coloro che abitavano nella polvere”. Secondo la critica questo brano, pure recenziore rispetto ad altre parti del libro del profeta, va collocato prima dell’età ellenistica, testimoniando la diffusione tra VI e IV secolo a.e.v., in alcuni ambienti ebraici, del motivo della resurrezione.

Dalla fine del IV secolo, con la conquista dell’impero persiano da parte di Alessandro Magno e la successiva costituzione di regni ellenistici nel vicino oriente, anche nel contesto ebraico dilaga l’influenza della cultura greca. Nel dialogo Fedone Platone aveva sostenuto un radicale dualismo tra anima e corpo che, contrapponendo alla positività della prima la negatività del secondo, determinava una svolta antropologica. Con la morte, spiegava Platone per bocca di Socrate, l’anima si libera dai vincoli che la imprigionano come in un carcere, e finalmente autonoma può cominciare la vera vita immortale. Nel II secolo a.e.v. è accertata anche in ambito ebraico la credenza nell’immortalità dell’anima, di derivazione greca, che viene unita in modo originale a quella nella resurrezione dei morti. Certamente è così al tempo della guerra dei maccabei, con la quale viene definitivamente affermato il principio del martirio per fede, cioè della testimonianza di una fede fino alle estreme conseguenze, anche con le armi in pugno. E’ probabile che un’idea individuale di premio ultraterreno fosse già diffusa prima della guerra civile che ancora oggi viene ricordata con la festa di Chanukkà, ma è a questa altezza che si afferma in modo definitivo. A suggerirlo, la contemporanea composizione del libro di Daniele, in cui la resurrezione viene affermata senza ombra di ambiguità. Secondo Daniele, in seguito alle guerre che segneranno i tempi della fine “molti di quelli che dormono nella polvere della terra si desteranno, gli uni per la vita eterna, gli altri per l’obbrobrio, per un’eterna infamia. E i saggi rifulgeranno nello splendore del firmamento e coloro che avranno portato molti alla giustizia saranno come stelle in eterno”.

Quello di Daniele è l’unico testo apocalittico incluso nel canone ebraico, esempio di un genere che nel periodo del secondo tempio fiorisce con una quantità di scritti spesso intesi a descrivere minuziosamente la vita eterna che segue alla morte dei corpi. La letteratura apocalittica sviluppa una concezione dualistica di anima e corpo e distingue spesso tra le anime dei giusti e quelle degli empi, dopo la morte attese da destini opposti. Secondo il Quarto libro di Esdra le anime dei giusti riposeranno vicino a Dio gioendo le sette gioie, mentre quelle degli ingiusti patiranno i sette tormenti. Se una delle prime apocalissi, come il libro di Enoc, annuncia un’era messianica eterna che presto concluderà la storia in cui i giusti verranno ricompensati non con l’immortalità, ma con eccezionale longevità e numerosa discendenza, in quelle tarde come Esdra e Baruc l’era messianica è solo un periodo intermedio che separa dal giudizio finale, con cui si aprono gli ultimi giorni e la resurrezione dei morti. Per Enoc durante l’era messianica gli uomini “pianteranno tutti gli alberi di letizia e pianteranno le viti, e la vite darà frutti in abbondanza. E di tutta la semenza che verrà seminata, una misura ne darà mille e una misura di olive darà dieci torchi di olio”. E inoltre, come scrive Baruc, “anche la terra darà i suoi frutti, diecimila volte tanto, e in una vite saranno mille tralci e un tralcio farà mille grappoli e un grappolo farà mille acini e un acino farà un kor di vino”. I giusti “vedranno ogni giorno meraviglie” tra profumi sensuali e nuvole stillanti rugiada, mentre banchetteranno con le carni di Leviathan e Behemot, i grandi animali delle origini. Dopo il giudizio finale i giusti, circonfusi di splendore e luce abbagliante, ascendendo a una dimensione nuova “vedranno quel mondo che ora non è loro visibile, vedranno un tempo che ora è stato loro nascosto”. Le loro anime, che manterranno le fattezze avute in vita per essere ancora riconoscibili, “dimoreranno sulle altezze di quel mondo e saranno simili agli angeli e paragonabili alle stelle”. Oppure, come specifica Enoc, “risplenderanno assisi sui troni di gloria”. Per un altro testo, il libro dei Segreti di Enoc, il paradiso è situato “nel terzo cielo” ma ricorda da vicino la descrizione del gan beEden, il giardino in cui Dio pone Adam e Chavà. E’ infatti luogo di alberi dai fiori profumati e i frutti maturi che offre naturalmente cibo in abbondanza; le fronde scosse da tiepida brezza oscillano sul corso tranquillo di quattro fiumi; al centro del giardino cresce l’albero della vita, “indicibile per la bontà del profumo”, con accanto un olivo da cui cola ininterrottamente olio; sono angeli i custodi di questo luogo meraviglioso.

Va detto che la quasi totalità della letteratura apocalittica ebraica di cui disponiamo è stata tramandata e valorizzata da autori cristiani, mentre la tradizione rabbinica ha sempre guardato con sospetto questi scritti, non a caso esclusi dal Tanakh, con l’eccezione di Daniele. Numerosi frammenti di libri apocalittici sono stati trovati anche tra i manoscritti di Qumran, a testimoniare l’interesse del cenobio degli esseni per la vita eterna e l’escatologia. Al contrario, come spiega lo storico Giuseppe Flavio, durante il primo periodo romano che precede la distruzione del tempio di Gerusalemme nel 70 e.v. l’élite sacerdotale – i cosiddetti sadducei – aderiva alla tradizionale dottrina dello Sheol, rifiutando la resurrezione dei corpi e l’immortalità dell’anima. Resurrezione che era invece principio cardinale per i farisei, che dopo la disastrosa stagione delle rivolte antiromane saranno artefici di una svolta nella storia dell’ebraismo con la messa per iscritto della legge orale che darà origine alla Mishnà.

Arriviamo così a quell’arcipelago di testi di commento alla Mishnà che compone il Talmud, dal quale non è possibile estrarre una sola concezione di paradiso e di escatologia per vari e noti motivi. Innanzitutto perché il Talmud non presenta dottrine ma espone discussioni, riportando costantemente anche le opinioni di minoranza, inoltre perché si tratta di un corpus non sistematico e infine perché le descrizioni escatologiche sono in generale di competenza dell’aggadà e non dell’halakhà, cioè delle sezioni narrative e non di quelle normative. Ci limiteremo dunque a qualche istantanea, cominciando da un folgorante dialogo tra l’imperatore Antonino e rabbi Yehudà haNassì riportato nel trattato Sanhedrin.

Antonino disse a rabbi Yehudà HaNassì: “Il corpo e l’anima possono sottrarsi al giudizio. Il corpo può dire: ‘E’ l’anima che ha peccato, poiché dopo essersi separata da me io giaccio come pietra inerte nella tomba!’. E l’anima può dire: ‘E’ il corpo che ha trasgredito poiché dopo essermi separata da lui, io volteggio nell’aria come un uccello’”.
Rabbi Yehudà rispose: “Ti racconterò una parabola. C’era una volta un re che aveva uno splendido giardino dove maturavano fichi meravigliosi. Egli mise di sorveglianza due guardiani: uno era zoppo, l’altro cieco. Lo zoppo disse al cieco: ‘Vedo nel giardino bellissimi fichi maturi. Vieni, io salirò sulle tue spalle, ne prenderemo e ne mangeremo’. Lo zoppo salì sulle spalle del cieco, presero i frutti e li mangiarono. Qualche giorno dopo arrivò il re. ‘Dove sono quei bei fichi maturi?’, chiese loro. ‘Forse ho occhi per vederli?’, rispose il cieco. ‘Forse ho gambe per andarli a raccogliere?’, rispose lo zoppo. Cosa fece allora il re? Ordinò allo zoppo di salire sulla schiena del cieco e li giudicò come fossero una persona sola. Parimenti il Santo, sia egli benedetto, chiama l’anima, la riunifica al corpo e li giudica insieme”.

C’è dunque la resurrezione, ma viene detto poco su quando e come si verificherà. Viene ammesso che avverrà nei giorni del messia, senza dire però se all’inizio, a metà o al termine, al momento del giudizio finale e dell’avvento del mondo a venire. Riguarderà tutti oppure soltanto i giusti? C’è almeno un certo accordo sul luogo dove comincerà la resurrezione: a Gerusalemme, da cui l’importanza che alcuni attribuiscono a essere là sepolti. Per alcuni soltanto chi è sepolto in terra di Israele sarà resuscitato, e rabbi Elaye spiega che è necessaria la traslazione dei corpi, per cui le salme rotoleranno attraverso una rete di cunicoli underground fino alla terra di Israele per essere finalmente pronte alla resurrezione. Sulla questione se al momento della resurrezione si formerà prima la pelle oppure le ossa si incentra una accanita controversia tra la scuola di Hillel e quella di Shammay. Analogamente, lunghe discussioni riguardano questioni come: i morti con difetti fisici resusciteranno o no guariti? I corpi resusciteranno nudi oppure vestiti?

Un passo eloquente dalla raccolta di midrashim Bereshit Rabbà:
“Da che cosa comincerà la resurrezione?”, chiede l’imperatore Adriano.
Rabbi Yehoshuà ben Hananià risponde: “Dalla mandorla della colonna vertebrale” [coccige].
“E come lo sai?”
“Portamene una e te lo mostrerò”
Rabbi Yehoshuà la mise in una mola ma non fu macinata. La gettò nel fuoco ma non bruciò. La mise nell’acqua ma non si sciolse. La pose sull’incudine e la colpì con un martello: l’incudine si fendette e il martello si spezzò senza scalfirla.

Anche sulla durata e le caratteristiche dell’era messianica non c’è accordo, si impone però progressivamente la visione secondo cui si tratta di un periodo di durata limitata, seguito dalla resurrezione generale, dal giudizio finale e dai giorni del mondo a venire. La tradizione rabbinica, diversamente da quella cristiana, ha teso spesso a dissuadere da speculazioni sul mondo a venire, ma gli esempi di segno opposto rimangono numerosi. A titolo di esempio, secondo Rav “non come questo è il mondo a venire; nel mondo a venire non si mangia e non si beve, non c’è riproduzione della specie, non ci sono commerci, gelosia, odio, contese, ma i giusti portano corone sul capo mentre siedono contemplando lo splendore della maestà divina”.

Giobbe, molti secoli prima del Talmud, descrive l’oltretomba come un regno di tenebra, fumo e caos da cui non si torna. Nel II secolo e.v. rabbi Jacob dice: “Questo mondo somiglia a un’anticamera rispetto al mondo a venire; preparati nell’anticamera, affinché tu possa entrare nella sala del banchetto”. Non molto tempo più tardi il già citato rabbi Yehudà haNassì aggiunge: “Chi accetta i piaceri offerti da questo mondo si vedrà rifiutare quelli del mondo a venire”, che è come dire che il banchetto va preparato ora per essere consumato dopo. Tra il triste paese delle tenebre e lo splendido banchetto dei giorni a venire si estende l’affascinante storia del paradiso.

Giorgio Berruto
collaboratore
Cresciuto in mezzo agli olivi nell’entroterra ligure, dopo gli studi in filosofia e editoria a Pavia vive, lavora e insegna a Torino. Ama libri (ma solo quelli belli), musei, montagne

2 Commenti:

  1. Volevo chiedere , quando Dio ha creato Adamo ed Eva erano i soli essere viventi in tutta la terra ? O oltre l’eden c’erano altri esseri umani non creati da lui ?

    1. Grazie per la domanda Maddalena. Secondo il racconto di Bereshit/Genesi Adam e Chavà, cioè Adamo e Eva, sono i primi uomini, quindi i progenitori dell’intera umanità, e vivono nel giardino in Eden, ricco di piante e animali. Molti midrashim della tradizione ebraica mettono in scena dialoghi e situazioni in questo contesto.


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