Cultura
AnimaeNoctis: ELUL 3830, il disco che rievoca la distruzione romana di Gerusalemme

L’album degli italiani AnimaeNoctis, ELUL 3830, è una riflessione sonora sul massacro etnico e culturale avvenuto nel 70 D.C.

Siamo il duo AnimaeNoctis: Silvia Marcantoni Taddei e Massimo Sannelli (foto sotto). Il nome si traduce Anime della Notte: generate dalla notte, e quindi uscite dal buio. Non anime della notte ma una notte dell’anima, professionale e musicale, che entrambi abbiamo attraversato e che è diventata rinascita. Un nuovo «linguaggio che partorisce», come nel Laborintus magmatico di Edoardo Sanguineti, maestro diretto di Massimo e indiretto di Silvia. Non dimenticare per non rivivere. Le Animae sono nefashot, anime intese non come spiriti, ma come spiriti in un corpo: sono persone vive.

AnimaeNoctis è l’incontro di due percorsi paralleli. Il primo disco è DNA della poesia (2019). A febbraio 2020 il disco passa alla RAI, sul canale web Radio Techete’. Poi l’EP Edonismo firmato Sanguineti: dedica al maestro in sette brani creati per una serie di puntate radio.

Da dove veniamo? Dal coacervo. Prima di tutto: siamo multimedia per vocazione, e per questo siamo musicisti che imparano da Bach e da Godard, da Yngwie Malmsteen e da Cecil Taylor, da Ezra Pound e da Karl Lagerfeld. Perché non crediamo ad una netta distinzione tra essere e apparire, o tra Umanesimo e Show. E crediamo che ogni ricerca deve dare piacere, soprattutto ora. Il pubblico è libero di amare molte cose varie (e molti codici).

Vogliamo rendere popolare l’avanguardia, cioè renderla ascoltabile. L’avanguardia deve essere un piacere. Come se Morricone orchestrasse Stockhausen.

Insieme alla musica ritorna il nostro ebraismo. La nostra origine ebraica si mescola ad altri influssi e riemerge più per affinità che per tradizione. Seguiamo il rabbino «senza mura» e senza muri Haim Fabrizio Cipriani: l’ebraismo non deve essere legato soltanto a un’eredità, altrimenti rischia di fossilizzarsi. Per mantenerlo vivo, è indispensabile che chiunque sia libero di avvicinarsi al pensiero religioso, e di viverlo.

AnimaeNoctis lo vive. Il nuovo disco ELUL 3830 (disponibile esclusivamente online sotto il marchio di «Lotta di Classico»: www.animaenoctis.bandcamp.com) è parte di questa ricerca. La data ebraica indica il mese di agosto-settembre del 70 d. C., anno della distruzione romana di Gerusalemme. Tutti gli archivi genealogici sono perduti. Da allora diventa impossibile ricostruire le origini di qualsiasi famiglia ebraica, e quindi il culto, basato sulla trasmissione del ruolo di kohèn. ELUL 3830 è una riflessione sonora sul massacro etnico e culturale, che non è da confinare al passato e non ha mai una sola forma.

La voce che racconta è quella dell’unica testimonianza scritta: lo storico Giuseppe Flavio, diventato collaborazionista per non essere vittima. Nel disco è Joseph, e parla in inglese con la voce non-binary di Silvia attraverso un filtro da vecchia radio, come un reduce americano. I suoi ricordi lo circondano con echi di salmi e preghiere in latino, greco ed ebraico. Le strutture melodiche classiche sono spezzate da guizzi di free jazz e incursioni metal. Tutti gli strumenti, alcuni professionali e altri veri e propri giocattoli, suonano tra calma e caos: chitarra elettrica e classica, organo, due flauti (uno integro e uno rotto), armonica, melodica, tamburello, kazoo, un pianoforte giocattolo e un picchio di gomma urlante costruiscono muri e veli con cui il ricordo deve confrontarsi.

Kafka, Celan e il violino di Haim Cipriani parlano da sotto le ceneri. Zum letzenmal Psychologie (Mai più psicologia) è un monito dell’ebreo Kafka per segnare la traccia 9: non è una critica alla disciplina e alla terapia, ma ad ogni forma di autolesionismo mentale. E questo disco non è fatto per vendetta, ma per passione. Così il corpo del reduce – un maschio con qualche elemento atipico, anche qui non-binary – si espone nel video della traccia They Burnt Every Soul. La sua nudità assoluta non è miseria e non è negazione della felicità, anche tra le macerie della sua casa.

L’ultima traccia, Lekhah Dodi, è una speranza che rimane isolata, ma non sola: un invito allo Shabbat e all’amore che deve venire.

Testo di Silvia Marcantoni Taddei e Massimo Sannelli

 

 

 


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