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Cultura
La jewish side di Carole King

La vita, la storia e la carriera di Carole Klein, autrice, con il marito, Gerry Goffin, di (You Make Me Feel Like) A Natural Woman

“Dicono tutti che le mie canzoni hanno contribuito all’emancipazione femminile, ma all’epoca non ne ero consapevole. Nella mia carriera non ho mai percepito che essere donna fosse un ostacolo, ma nemmeno un vantaggio. Ho sempre pensato di essere accettata o respinta solo per quello che facevo”. Parola di Carole King, nome d’arte di Carol Klein, una delle più importanti cantautrici degli ultimi cinquant’anni, nata il 9 febbraio 1942 a New York da una famiglia ebraica della classe media (il padre si chiamava Sidney Klein e la mamma Eugenia “Genie” Cammer) e cresciuta a Flatbush / Midwood di Brooklyn, un quartiere ebraico, punteggiato di sinagoghe.

Talento precoce, che a quattro anni sapeva già suonare discretamente il pianoforte, Carol si diploma al liceo a 15 anni e si iscrive subito dopo al Queens College, stregando con la sua vitalità perfino Neil Sekada, che le dedicò la celebre Oh Carol. Conquista prima il cuore di Paul Simon e poi quello del compositore ebreo Gerry Goffin, con cui si sposa a soli 17 anni, mentre era incinta della prima figlia, Louise. I suoi rapporti con la cultura di origine si limitavano, allora, alla vita in un quartiere ebraico e alla preparazione di ricette tradizionali tratte da un libro di sua nonna sulla cucina ebraica a cura di Leah Leonard. In una recente intervista con Tavis Smiley , King ha parlato dell’importanza della famiglia per il suo successo: “Il primo mobile nella casa dei miei genitori è stato un pianoforte“, ha detto a Smiley. “Era evidente che avevo una specie di dono, quindi per me è stata  una grande opportunità. I miei genitori mi hanno supportato, mi hanno fatto conoscere le arti e la musica. Mia madre mi ha portato a decine di spettacoli a Broadway: penso che vivere a New York mi abbia introdotto a un mondo di grandi opportunità”.

Dotata naturalmente di “chutzpah”, una parola ebraica che potremmo tradurre come “audacia”, secondo la scrittrice Sheila Weller, che ha pubblicato il libro Girls Like Us: Carole King, Joni Mitchell, Carly Simon, Carole King era dotata anche di un modo di porsi “haimische” (familiare): “Carole era haimische. Una persona sincera e familiare che fa la cosa giusta, che ti sembra di conoscere da tutta la vita”.

Il compositore Jimmy Webb ha sottolineato, invece, le sua capacità di innovare la canzone popular, troppo spesso schiava dei suoi stessi stilemi: “E’ stata una delle prime cantautrici ad attingere a questioni sociologiche come nel brano Will You Love Me Tomorrow. Ha superato gli ovvi temi dell’amore e del sesso, era in anticipo sui tempi”.

Insieme al marito Gerry Goffin ha formato un tandem di autori di grandissimi successi per altri cantanti: basti citare Will You Love Me Tomorrow delle Shirelles, Chains e I Can’t Say Goodbye To You degli Everly Brothers, The Loco-Motion di Little Eva, Don’t Bring Me Down degli Animals, Hi-De-Ho dei  Blood, Sweat & Tears, Oh No Not My Baby di Rod Stewart, Up On The Roof di Laura Nyro, Some Kind Of Wonderful dei Drifters, It’s Going To Take Some Time dei Carpenters, e, naturalmente,(You Make Me Feel Like) A Natural Woman di Aretha Franklin, che la Regina del Soul le ha dedicato il 6 dicembre 2015 al Kennedy Centers Honour, applaudita dai coniugi Obama.

Carole King e Gerry Goffin sono stati introdotti nella Hall of Fame dei Songwriters nel 1987 ed entrambi hanno ricevuto il Trustees Award della Recording Academy nel 2004. Nel suo stile musicale, la cantautrice di Brooklyn è stata fortemente influenzata da artisti ebrei come Aaron Copland, Steve Lawrence ed Eydie Gorme, Richard Rodgers e Oscar Hammerstein, per non parlare del ruolo fondamentale che hanno ricoperto, nella sua carriera, i produttori Lou Adler, Alan Freed e Jerry Wexler. Dopo aver scritto un centinaio di successi e aver dato alla luce le figlie Louise nel 1960 e Sherry nel 1963, Carole King divorziò da Goffin nel 1968, trovando il coraggio di cantare in prima persona le sue canzoni.

ASCOLTA IT’S TOO LATE 

L’album di debutto, l’acerbo Writer del 1970, fu un mezzo flop, nonostante mostrasse in nuce il talento interpretativo dell’artista. Il successivo Tapestry, invece, fu un successo trionfale, con 24 milioni di copie vendute e 4 Grammy Award vinti come miglior album dell’anno, migliore canzone (You’ve Got A Friend), migliore composizione dell’anno (It’s Too Late) e migliore interprete femminile. Carole si reinventò come performer, creando il modello dominante per le cantautrici degli anni Settanta con uno stile caldo, malinconico e onesto, ravvivato da un tocco jazzy e soul. L’album andò  al primo posto nella classifica americana e restò nelle chart per oltre sei anni, grazie a canzoni magnifiche, divenute poi standard, come It’s Too Late, So Far Away, You’ve Got A Friend, Home Again, I Feel The Earth Move, Way Over Yonder e (You Make Me Feel Like) A Natural Woman. Il Consiglio nazionale per la conservazione delle registrazioni della Biblioteca del Congresso ha inserito, il 19 marzo 2004, Tapestry nel registro nazionale delle incisioni sonore “culturalmente, storicamente, ed esteticamente significative”.

Un album perfetto, al 36esimo posto tra i 500 migliori album di ogni tempo nella classifica di Rolling Stone, la cui qualità non è più stata replicata nei lavori successivi, tra cui Carole King Music (1972), Rhymes And Reasons (1972), Fantasy (1973) e Wrap Around Joy (1974), che segnò un’inaspettata svolta jazz.

Nel 1988 la cantautrice ha ricevuto il Premio alla carriera dell’Accademia Nazionale dei Songwriters ed è stata inserita nella Rock and Roll Hall of Fame ne 1990. Nel 1994 è apparsa nella produzione di Blood Brothers a Broadway e ha contribuito a Life’s a Lesson, un intero album di liturgie ebraiche. Le tradizioni ebraiche hanno continuato a far parte della sua vita, anche negli ultimi anni, quando ha pubblicato una nuova versione della tradizionale preghiera di Hanukkah.

“Nel 2011, su suggerimento di mia figlia Louise, ho registrato la tradizionale preghiera di Hanukkah con la sua melodia tradizionale. Louise organizzò la preghiera in forma di canzone, poi lei e suo figlio la cantarono con me. L’ultima voce che si  sente è quella del giovane Hayden, otto anni, che canta “L’hadlik neir shel Hanukkah”. Mi commuovo ogni volta che sento la preghiera dei nostri antenati che marciano verso le generazioni future attraverso mio nipote, mia figlia ed anche me”.

Gabriele Antonucci
Collaboratore

Giornalista romano, ama la musica sopra ogni altra cosa e, in seconda battuta, scrivere. Autore di un libro su Aretha Franklin e di uno dedicato al Re del Pop, “Michael Jackson. La musica, il messaggio, l’eredità artistica”,  in cui ha coniugato le sue due passioni, collabora con Joimag da Roma


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