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Cultura
Ànime qabbalistici: invito alla visione di Neon Genesis Evangelion

Uno dei più celebri e celebrati prodotti di animazione giapponese è una costellazione di allusioni all’esoterismo occidentale, alla mistica ebraica e allo gnosticismo cristiano

“Finalmente ti sei decisa! Avevo ragione?” è una frase che ho sentito  da almeno quattro persone diverse, estranee tra loro e così alla fine ho guardato Neon Genesis Evangelion. Mi è difficile scrivere questo articolo – che, prometto, di ebraismo parlerà – senza mettere in mezzo la mia esperienza personale. Ma, prometto di nuovo, il personale, il retaggio collettivo ebraico e l’esotismo pop-globale sono esattamente l’intreccio di cui è tessuto il nodo culturale che vorrei condividere, qui.

Ma di cosa sto parlando? Neon Genesis Evangelion (d’ora in poi, abbreviato, NGE) è uno dei più celebri e celebrati prodotti di animazione giapponese dalla sua uscita a metà degli anni Novanta. Per chi abbia un’ancor vaga familiarità con questo ànime, il nesso con le cose ebraiche è evidente: già nella sigla, ai primi frame, vediamo comparire un albero sefirotico – che, in verità, è tratto da un classico della qabbalah cristiana, l’Utriusque cosmi historia di Robert Fludd (1621). Da qui in poi, nel corso di 26 episodi (più le revisioni filmiche deuterocanoniche), le costellazioni di allusioni all’esoterismo occidentale (rispetto all’estremo oriente del Giappone), comprensivo di mistica ebraica e gnosticismo cristiano, sono tutte da scoprire.

E, personalmente, questa infarinatura occulta e giudaizzante è stata la ragione dell’insistenza altrui: “Tu non puoi non aver visto NGE!”. Certo, per motivi generazionali, sapevo di cosa si tratta. NGE venne trasmesso per la prima volta in Italia da MTV nel 2000, quand’ero al ginnasio – il tutto pubblicizzato come un grande evento, se ne ho memoria lucida pure io, spettatrice neanche troppo aficionada della rete. Ricordo bene, però, il sussiego da grecista in erba che quel titolo pretenzioso e austero mi ispirava: “Neon Genesis Evangelion – ma che casi sono? Ma neanche un genitivo? Ma non vuol dire niente!”. Sono passati vent’anni e credo di aver conciliato quella pedante voce erudita con una più umile propensione alla meraviglia ed un più maturo esercizio di rispetto verso tutti quegli aspetti della cultura (alta o bassa che sia, se esiste una differenza) che contribuiscono a creare immaginari personali e coscienze collettive. Così, con più compiuta consapevolezza ma non con meno emotività, avanzo un’eulogia a NGE, al suo riverbero culturale e al suo potenziale mitologico. Anche sotto l’egida di una qabbalah del ventunesimo secolo.

Provo a fare ordine. A livello narrativo, NGE è un Bildungsroman mecha post-apocalittico. Siamo in un futuro prossimo – ora passato – il 2015. La terra è stata compromessa da un catastrofico “impatto” cosmico che, oltre a una riconfigurazione climatica, ha portato l’arrivo di misteriose creature dalle fogge imprevedibili chiamate “angeli”. Per far fronte agli attacchi ostili di tali angeli, l’organizzazione parastatale Nerv assolda degli adolescenti come piloti delle unità Evangelion, giganti meccanici antropomorfi che combatteranno contro i nemici ultraterreni in virtù dei poteri neurali dei quattordicenni Shinji, Rei e Asuka alla loro guida. Di per sé, la trama risponde alle aspettative profane rispetto un classico cartone giapponese: eleganti architetture retro-futuribili, scolaretti impacciati, robot e mostri grossi, combattimenti stroboscopici, animaletti buffi per il relief comico. Non fosse per (almeno) un paio di aspetti degni di nota – e tra loro allacciati: le radici storiche del sapere esoterico (e, in questa sede, sarà la lore ebraica ad interessarci) alla base della storia di NGE e l’opportunità di riappropriazione mitologica e spirituale di queste radici perdute che dalla visione possiamo cogliere.

In primo luogo, abbiamo dunque una ricca miscellanea di spunti mitici – come la genesi dell’uomo e il suo rapporto con un dio – fluidamente ispirati a tradizioni religiose remote (rispetto, di sicuro, al Giappone ma anche alla “nostra” era secolarizzata), tra le quali l’ebraismo biblico e apocrifo, mistico e qabbalistico. Qualche esempio, tra le strizzate d’occhio visuali, lessicali e mitologiche: figurazioni biblicamente accurate degli angeli (con occhi multipli e arti che si muovono in direzioni inconcepibili secondo gli assi cartesiani dell’universo umano), nomenclatura ebraica inaspettatamente ricercata e grammaticamente corretta (come una “stanza del guf”, corpo, o il collettivo lilin, plurale di lilith), sotto-trame metafisiche giocate sulla rivalità genetica tra umani e angeli (vedi il motivo dell’avvento dei giganti/nefillim in Genesi 6).

A quelle che, in fondo, possono essere mere note di colore esotico, si aggiunge però una colonna portante del plot di NGE che, se non è di derivazione qabbalistica, merita di essere approfondito a posteriori in termini di qabbalah. Come accennato, i protagonisti della storia sono i giovani piloti degli Evangelion. La guida di tali unità avviene tramite un processo di sincronizzazione neurologica tra pilota e macchina. L’azione, cioè, avviene per forza della psiche. Ciò che suona qabbalistico (e, in generale, ebraico) è l’organicità tra corpo e mente come continuum costitutivo del sé individuale – una rappresentazione niente affatto scontata nella cyber-fantascienza di fine millennio, che tendeva a configurare il rapporto tra uomo e tecnologia in forma di proiezione platonica delle facoltà mentali, in completa scissione con la materialità delle vestigia corporee. In NGE invece, come nella tradizione antropologica ebraica, carne e anima sono componenti indistinguibili dell’individuo. Che, a sua volta, attraverso traumi, crisi, catarsi psichiche (squisitamente freudiane, ma questa è un’altra storia), si scoprirà nient’altro che una fibra (non tanto docile, con buona pace di Ungaretti e dei suoi Fiumi) dell’universo.

Torniamo infine sull’altro aspetto degno di nota. Ovvero sul fatto che la sintesi di epica cosmica conflagrata in NGE non solo sia riconducibile ad antecedenti culturali storici ma, grazie a un lungo, largo e tortuoso giro di ricezione, possa tornare agli eredi di tali antecedenti con rinnovato vigore esegetico e consonanza comunicativa. È infatti difficile (ma, soprattutto, sminuente) discutere della genesi filologica dei singoli mitologemi di un prodotto post-moderno senza aggiungere del “nostro”, fosse anche solo nell’onesto tentativo di spiegare perché le tracce di remoto parlano, ancora, a noi. La fortuna globale di NGE proviene difatti dalla costruzione uno scheletro modulare sincretico che fa presa, individualmente, su vari piani della fruizione narrativa: quello dell’empatia emozionale, quello dell’immaginario collettivo, quello dell’eco culturale. Nel caso di quest’ultimo, parole, immagini e concetti evocativi sono una spinta irresistibile a tuffarsi nella tana del Bianconiglio, cercando di scoprire chi è questa Lilith e in che relazione è con Adam o di ricordare dove avevamo già visto quell’albero ornato di sfere e iscrizioni in alfabeti alieni.

Sarà forse bizzarro ma, stavolta, è un cartone giapponese che restituisce all’occidente del terzo millennio il proprio subconscio mitico, fatto di minacce teologiche irrisolte, tentazioni teurgiche e ineluttabili riti di passaggio. La rete narrativa intessuta in NGE ha maglie abbastanza larghe da lasciar spazio a traiettorie interpretative su molte dimensioni, come un vero e proprio pardes midrashico. Un pardes vivamente popolato, come testimonia la produttività certosina del fandom di NGE, con database enciclopedici di ermeneutica e critica (compresa la scholarship accademica). Ma, ora che finalmente mi sono decisa a varcare le soglie del giardino dell’interpretazione, chiamo a gran voce (è un pardes molto grande) chi aveva sì ragione ad insistere che “non puoi non aver visto Evangelion” – e pure tutti gli altri. Abbiamo bisogno di ponderare un’epica di formazione spirituale che ci parli e, chissà, qui abbiamo trovato la chiave di volta. Io porto l’ebraico.

Ilaria Briata
Collaboratrice

Ilaria Briata è dottore di ricerca in Lingua e cultura ebraica all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha pubblicato con Paideia Editrice Due trattati rabbinici di galateo. Derek Eres Rabbah e Derek Eres Zuta. Ha collaborato con il progetto E.S.THE.R dell’Università di Verona sul teatro degli ebrei sefarditi in Italia. Clericus vagans, non smette di setacciare l’Europa e il Mediterraneo alla ricerca di cose bizzarre e dimenticate, ebraiche e non, ma soprattutto ebraiche.


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