Cultura
Anne Frank, una protesta in chiave pop

La politica del linguaggio visivo in un dialogo con Gianni Miraglia, l’autore di questa Anne Frank

Ad aver composto questa immagine è un artista. No, non diteglielo: sicuramente smentirà la vostra affermazione, come del resto per molto tempo non ha voluto appropriarsi del titolo di scrittore (con quattro romanzi all’attivo). Si chiama Gianni Miraglia e ha sempre usato le parole per raccontare il mondo. Poi un giorno si è accorto che attraverso il disegno comunicava meglio. O forse, di più.

Mai fatto prima, mai preso in mano una matita o un pennello. Ma ora basta un dito, da far scorrere su uno smartphone. E la magia prende forma. Così tanto da aver eletto quell’indice della mano sinistra (sì, mancino, corretto alle elementari e poi tornato in possesso della sua libertà creativa grazie alla tecnologia) a strumento supremo: la sua unghia è dipinta, con il disegno di un occhio. Un terzo? Quello che invece di stare in mezzo alla fronte osserva e immediatamente traduce la realtà in immagine? Emotiva, emozionale, politica, ribelle, liberatoria, scanzonata, qualche volta quasi punk, sicuramente pop.

Bene, ma ci sono icone e icone. Una di queste è Anne Frank, il simbolo inviolabile della Shoah. La usa: prende la foto più iconica di Anne, quella in cui sorride felice nel giorno del suo compleanno, le mette addosso una mimetica, un mitra e le fa fare il gesto del dito medio alzato. Colori pop, a fondo giallo. L’immagine colpisce, soprattutto per il carico di ribellione che porta con sè: quel dito medio è alzato contro tutti i populismi, nazionalismi, razzismi che affliggono (di nuovo) l’Europa e l’Italia. Uno sberleffo, un po’ come quella famosa risata sovversiva… che vi seppellirà, come diceva lo slogan. Un senso di vendetta, inteso alla Quentin Tarantino, per dare, una volta di più, voce alla storia. Lui, Gianni Miraglia, quello sberleffo lo spiega così sulla sua pagina FaceBook:

Il disegno più difficile per me, ma che ho deciso di condividere dopo tutto quello che sta succedendo in questo paese.

Una donna sopravvissuta a un lager derisa da certi nostri politici e che ora dovrà essere scortata, una libreria incendiata, calciatori insultati per il colore della pelle e volendo anche i turisti tifosi accoltellati ieri notte, il tutto per una ideologia tesa alla sopraffazione, all’eliminazione di ciò che è diverso, non conforme.

Lei è ANNE FRANK: cominciamo a chiamarla col suo vero nome: ANNE. Ad ogni tentativo di violare il suo simbolo coi miei colori, la sua effige mi metteva in difficoltà e ogni volta riponevo l’intento.
Il rispetto: sono cresciuto in una epoca in cui di fronte alla storia e ai drammi della storia chinavi la testa in segno di rispetto. La distanza tra noi e chi aveva vissuto i drammi era di poche generazioni.

Sono andato avanti a disegnare, anche pensando a Tarantino, al suo film vendetta contro i nazisti E volevo proprio scrivere REVENGE sul disegno: in quel film le vittime designate da una dittatura si vendicavano come in un western. Quel film mi fece riflettere sulla libertà potenziale dell’espressione e che deve essere libera, anche dai nostri confini ancestrali e più sacri.

E ho pensato che tanta cultura pop che io divoro è anche capace di alimentare con superficialità idee nefaste, le stesse che portano degli umani come me e te a commettere i crimini di questi giorni e a evocare nazismi e sopraffazione: alcuni lo fanno più per una questione estetica, come se fossero moderni per via di tatuaggi e muscoli e occhi azzurri, proprio come se vivessero nel casual totalitario di un catalogo della Pivert.

A poco a poco ho assimilato il sorriso congelato dal destino atroce che ha reso celebre ANNE e a poco a poco questo suo sorriso ha preso vita e sfida idiozia e sopruso, senza bisogno di evocare VENDETTA/REVENGE.

Sull’etichetta della sua mimetica c’è scritto HELLO MY NAME IS F*CK YOU.

Ecco, la cultura pop. “L’antisemitismo, oggi, inizia dal pop“, spiega Miraglia, “Passa da capi d’abbigliamento e marchi che utilizzano le rune, passa dai muscoli e dai tatuaggi. Tutto viene semplificato, banalizzato, quasi in una noncuranza del significato di quei simboli. Allora penso che usare il linguaggio del pop, che mi appartiene, sia lo strumento adeguato per andare contro quei messaggi. Persino i tifosi laziali avevano violato l’immagine di Anne Frank…”.

Così i suoi disegni in digitale, o meglio i ditodisegni, come li chiama lui, sono diventati critiche sociali, quasi delle vignette ultrapop sulle tematiche di attualità, dal problema dei migranti, con La atroce vita

alla figura (con tutti i pregiudizi e le polemiche che l’hanno disegnata) di George Soros 

fino a giochi più soft, come quello dedicato a David Bowie

o alle mucche di pink floydiana memoria

“Mi sono accorto”, continua Miraglia, “Che la scrittura sui social crea dipendenza prima, ma cannibalizza tutto, poi. Credo di essere progressista e allora ho scelto un atteggiamento dadaista, che mi è molto vicino, per comunicare in questa epoca. Un linguaggio e una semiotica che andassero oltre le opinioni: non ci rispecchiano, siamo meglio di così. E su twitter, dove faccio lo spettatore silenzioso, è anche peggio perché sembra il canale in cui liberare la violenza (e infatti ha anche trasformato il simbolico uccellino in mezzi di comunicazione nazista, ndr). Mi sembrava, infine, che non ci fosse più nulla da scrivere, nulla di così rilevante. Poi ho scoperto il disegno. Perfetto: supera la banalità e da forma alla mia urgenza espressiva. Forse perché questo mezzo mi ha permesso di parlare d’amore. Non lo avevo mai fatto prima”.

 

Gianni Miraglia. Scrittore, autore, performer.
20 anni da copywriter assunto in agenzie internazionali bla bla
Ho pubblicato 4 romanzi per editrici nazionali, l’ultimo è “Ritornello al futuro” per Baldini&Castoldi. Sono cofondatore dell’editrice Edizioni di Atlantide. Ho Scritto per Icon Panorama, Wired, Rolling Stone e Marie Claire. Autore e protagonista del format #MandatemiAQuelPaese, per Dmax e Giver Viaggi.
Forzuto nel programma tv itinerante “Provincia Capitale”, condotto da Edoardo Camurri.
Performer e improvvisatore teatrale e cabaret.

 

 

 

 

 

 

I miei ditodisegni sono stati al Wopart di Lugano (stampati su carta fotografica e in medio formato).

Micol De Pas

È nata a Milano nel 1973 e da quando ha cominciato a scrivere, non ha più smesso (compulsivamente) di farlo. Giornalista, autrice, spesso ghostwriter, lavora per il web e diverse testate cartacee.


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