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La verità su George Soros

Né il diavolo delle caricature della destra, né l’angelo delle agiografie della sinistra

Quando lavoravo per Radio Free Europe/Radio Liberty e mi occupavo di politica e società per il vasto tratto di territorio che si estende dalla Bielorussia al Kirghizistan, difficilmente passava un giorno senza che mi imbattessi in George Soros. Avevo stabilito il mio quartier generale a Praga, dove il finanziere di natali ungheresi aveva debuttato sostenendo Charta 77, il movimento pro-democrazia guidato dallo sceneggiatore dissidente Vaclav Havel.

Il mio ragazzo di allora veniva dalla vicina Repubblica Slovacca, dove il rovesciamento dell’autoritario Vladimir Meciar nel 1998 si doveva in parte allo zelante lavoro dei gruppi finanziati dall’OSF (Open Society Foundation) di Soros. Un altro mio ex si era laureato alla Central European University, l’istituzione con sede a Budapest fondata da Soros che di recente l’attuale premier ungherese Viktor Orbán ha fatto chiudere.

Che si trattasse di attivismo pro-democrazia a Baku, di una campagna per i diritti delle lesbiche a Bishkek, o della difesa della libertà di stampa a Belgrado, Soros elargiva prestiti, borse di studio od opportunità di impiego. Per fare soltanto un esempio della sua generosità e lungimiranza, solitamente ignorate sia dai suoi detrattori, sia dai suoi fan, Soros è il principale benefattore privato della causa dei Rom –popolo dalla lunga storia di persecuzione ed esclusione sociale in Europa.

 

Un “piano Marshall” per l’ex Unione Sovietica

Soros fu notevolmente perspicace nel capire quanto denaro, competenze e impegno politico ci sarebbero voluti per riparare il danno che il Comunismo aveva provocato all’Europa centro-orientale. Durante una conferenza a Postdam nel 1989, pochi mesi prima del crollo del Muro di Berlino, propose un Piano Marshall per la regione. Come ricordò tempo dopo, gli “risero letteralmente in faccia”. Così, Soros fece ciò che sempre faceva quando incontrava un problema che nessuno sembrava intenzionato a risolvere: pagò di tasca propria.

Nel corso delle successive tre decadi, i miliardi di dollari di Soros hanno finanziato organizzazioni e iniziative dedicate alla promozione della democrazia liberale, dell’informazione indipendente, del buon governo, della trasparenza e del pluralismo nei Paesi dell’ex Unione Sovietica. Tutto un processo che gli Stati Uniti e i suoi alleati dell’Europa Occidentale avrebbero dovuto sostenere ma che, dopo i postumi della sbornia da Guerra Fredda, si sono limitati, a malapena, a osservare. Come sopravvissuto alla Shoah, Soros aveva provato sulla propria pelle la fragile natura della democrazia, e si preoccupava, a ragion veduta, che la regione potesse retrocedere alle sue cupe tradizioni se l’Occidente non avesse consolidato la democrazia, i diritti umani, lo Stato di diritto e l’economia di mercato. Quasi trent’anni dopo la caduta del Muro di Berlino, le sue paure appaiono sempre più premonitrici.

“Il sistema di capitalismo selvaggio che si è affermato in Russia è così iniquo che la gente potrebbe benissimo affidarsi a un leader carismatico che promette la rinascita nazionale al prezzo delle libertà civili”, scriveva Soros nel 1997, tre anni prima che un ex colonnello del KGB di nome Vladimir Putin spuntasse quasi fuori dal nulla per divenire il presidente di quella terra retriva.

Ovviamente, l’America potrebbe servirsi di quel fermo difensore della tribuna politica e del libero pensiero che George Soros fu, e continua a essere, nell’Europa dell’Est. Ma qui in America Soros ha scelto un’altra strada: supportare una squadra, piuttosto che una missione. E in quella squadra ci sono alcune delle forze illiberali che minacciano di fare a pezzi la nostra società aperta, allo stesso modo in cui quelli all’opposta estremità dello spettro politico la stanno facendo a pezzi in Europa.

 

Retorica antisemita in Europa

Il sostegno a ciò che il suo mentore, il filosofo viennese Karl Popper, chiamò “società aperta”, ha fatto di Soros lo spauracchio della destra nazionalista europea e del suo facilitatore al Cremlino. A partire dai primi anni Novanta, quando Vaclav Klaus, Primo Ministro della Repubblica Ceca (oggi un amico di Putin) obbligò la Central European University a trasferirsi da Praga a Budapest, Soros ha rappresentato la spina nel fianco dei provinciali, degli xenofobi, degli illiberali, e semplicemente dei vecchi corrotti del mondo post-comunista. Ad oggi, ci sono pochi indicatori migliori dell’adesione di un politico europeo ai principi basilari della democrazia liberale del grado con cui accusa Soros delle disgrazie del suo Paese.

Dal momento che si parla di un miliardario ebreo, è inevitabile che molti degli attacchi a Soros, dal fronte europeo, siano contaminati da insinuazioni antisemite. In nessun luogo tale fenomeno odioso si è manifestato con più appariscenza che nel suo Paese natale, l’Ungheria, dove subito dopo l’emergenza migranti del 2015 il Primo Ministro Orbán e il suo partito Fidesz hanno trasformato Soros in Emmanuel Goldstein, il bersaglio dei Due Minuti d’Odio nazionali, disseminando le sue gigantografie sogghignanti su tutti i tram. Soros, secondo la propaganda di Orbán, vuole nientemeno che distruggere l’Ungheria dall’interno tramite l’invasione di rifugiati musulmani; l’anno scorso, un parlamentare di Fidesz ha invocato “il dovere cristiano di battersi contro il piano di Satana-Soros”. Alcune settimane prima delle elezioni parlamentari di aprile, in un discorso accorato Orbán ha affermato che l’Ungheria deve “combattere un avversario che è diverso da noi. Il loro volto non è visibile, ma nascosto; non si battono alla luce del sole, ma furtivamente; non conoscono onore, solo amoralità; non sono nazionali, ma internazionali; non credono nel lavoro, ma speculano sul denaro; non hanno una patria, ma credono che il mondo intero sia loro”.

Questa invettiva impietosamente antisemita mostra come una campagna rivolta, nelle dichiarazioni, a una sola persona, riguardi in verità tutti gli ebrei. Dopo aver ottenuto il terzo mandato consecutivo, il governo ungherese ha fatto pressione per l’emanazione delle cosiddette “leggi anti-Soros”, un pacchetto legislativo finalizzato a limitare l’azione dell’Open Society Foundation, che l’ha costretta a spostarsi da Budapest a Berlino. E anche la Central European University è in procinto di trasferirsi, da Budapest a Vienna.

 

“Il cattivo del colpo di coda anti-globalizzazione”

Nei giorni inebrianti degli anni Novanta, Soros, come in generale l’Occidente, collezionava successi politici e finanziari. La scommessa contro la sterlina britannica gli aveva fruttato miliardi di dollari e i suoi progetti filantropici nell’Europa centro-orientale si rivelarono indovinati, visto come la regione iniziò il processo di integrazione nelle istituzioni occidentali. (Per quanto, un investimento filantropico che Soros non ha azzeccato c’è: una borsa di studio per Oxford per un giovane studente di Legge di nome Viktor Orbán).

L’ascesa globale del populismo e del nazionalismo di destra nell’ultimo decennio, tuttavia, ha costretto Soros a riflettere sulla sua storia di promotore della società aperta. L’estate scorsa, Michael Steinberger per il New York Times Magazine ha fatto di Soros questo ritratto: “Soros si sta confrontando con la possibilità che lo scopo al quale ha dedicato la maggior parte della sua ricchezza e l’ultima parte della sua vita finisca in fallimento. E non solo: si trova anche nella posizione preoccupante di essere il cattivo designato di questo colpo di coda anti-globalizzazione. La sua appartenenza all’ebraismo e al mondo della finanza ne fanno lo spettro su misura per i reazionari di tutto il mondo”. Rispondendo alla pubblicazione dell’articolo su Twitter, Soros ha rimarcato: “Evidentemente sto facendo qualcosa di giusto, visto e considerato chi sono i miei nemici”.

 

Le attività negli Stati Uniti

Nei giorni delle manifestazioni contro la nomina del giudice Brett Kavanaugh alla Corte Suprema, il senatore Chuck Grassley accusò i dimostranti, in un tweet, di essere “pagati da Soros”. L’editorialista del New York Times David Leonhardt scrisse questo commento: “L’idea che George Soros stia fomentando una protesta artificiale è tra i tropi antisemiti più in voga  nel mondo oggi: un uomo di Stato non può far finta che si tratti di un’osservazione innocente”.

Eppure, da una prospettiva di pura correttezza dei fatti, l’asserzione di Trump e dell’ala conservatrice che Soros avesse “pagato” alcuni dei dimostranti contro la nomina di Kavanaugh era vera. No, non nel senso che aveva firmato loro degli assegni di suo pugno. Ma nel senso che, attraverso le sue organizzazioni filantropiche, aveva donato somme importanti di denaro ai gruppi che hanno organizzato le proteste, compresa quella che più di tutte ha richiamato l’attenzione mediatica: il confronto, ripreso in diretta, tra le manifestanti Ana Maria Archila e Maria Gallagher e il senatore Jeff Flake in ascensore.

Alcuni recenti fatti di violenza, come il pacco bomba ricevuto da Soros in ottobre, nonché l’attentato alla sinagoga di Pittsburgh, hanno portato gli Americani, ebrei e non, a diventare più sensibili al veleno della retorica antisemita. Tuttavia, c’è un problema profondo nel modo iper-suscettibile con cui la sinistra reagisce alle critiche su Soros, e ciò mette in luce le tensioni presenti all’interno del suo estensivo impegno filantropico.

 

Criticare Soros, da europei e da americani: le differenze

La critica a George Soros di matrice conservatrice americana ha una valenza diversa da quella della destra nazionalista europea, per due motivi. Il primo riguarda semplicemente la geografia. Quando in Ungheria – un Paese dal quale più di 600.000 ebrei furono deportati ad Auschwitz con la connivenza di forze locali talmente efficienti da sbalordire le stesse SS – il governo lancia una crociata contro un preminente personaggio ebreo, e lo fa nel bel mezzo di una grande campagna di revisionismo della Shoah comprendente la creazione di nuovi istituti storici, musei, libri di testo, e un memoriale nella piazza principale di Budapest mirato all’insabbiamento dei crimini del passato, è indiscutibilmente antisemita. Perché? Perché è chiaramente parte di una larga e concertata campagna apertamente antisemita, che punta a demonizzare gli ebrei occultando al tempo stesso i crimini commessi contro di loro.

Quando invece i conservatori americani, che non vantano un simile pedigree fascista, e agiscono in un contesto socioculturale e politico completamente diverso, affermano che George Soros finanzia un buon numero di organizzazioni affiliate al Partito Democratico – un fatto ben documentato – beh, ciò ha sicuramente un potenziale antisemita, se stereotipi antisemiti vengono utilizzati. Ma la mera menzione di George Soros in riferimento alle molte realtà politiche che finanzia non è intrinsecamente antisemita. Molti conservatori americani sono contro Soros non perché è ebreo. Ma perché è liberale.

Il secondo motivo per cui il dibattito americano su George Soros differisce da quello in Europa riguarda la natura contrastante delle attività del miliardario nei due continenti. In Europa, Soros finanzia perlopiù iniziative politicamente neutrali che portano avanti la visione popperiana di società aperta. Se sono i governi di destra e i movimenti populisti a essere più spesso oggetto di contestazione da parte dell’OSF, ciò avviene perché essi rappresentano al momento la più grande minaccia alle società aperte europee.

Negli Stati Uniti, invece, Soros è un importante finanziatore di realtà apertamente schierate con il Partito Democratico e la sinistra. I suoi detrattori americani non possono automaticamente essere equiparati ai nazionalisti, razzisti e cleptocrati europei.

George Soros non è il burattinaio diabolico delle caricature della destra. Se esiste un’eccezione vivente al versetto di Matteo 19:24 – è più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago che per un ricco entrare nel Regno dei Cieli – quella è Soros. Egli può affermare a buon diritto di aver fatto più bene, per più persone, della vasta maggioranza dei suoi simili. Ma come non è la mente sinistra dietro il piano di distruzione della civiltà occidentale, non è nemmeno la vittima retta e senza macchia dell’agiografia della sinistra.

 

La crisi della politica americana e le responsabilità condivise

Nell’intervista al New York Times Magazine, Soros dichiara il suo supporto al bipartitismo e aggiunge, riferendosi alla virata a sinistra del Partito Democratico: “Sono contrario all’estrema sinistra. Essa dovrebbe smettere di mettersi in competizione con l’estrema destra”. Tuttavia, Soros non è il miglior portavoce delle virtù del discorso politico moderato. Ben prima che un imprenditore immobiliare di Manhattan farneticasse sul far “rinchiudere” Hillary Clinton, Soros aveva già adottato il linguaggio della delegittimizzazione politica e del vilipendio, ad esempio paragonando a più riprese l’amministrazione Bush al regime nazista.

A gettare un’ombra sul mito di George Soros, è anche la sua frustrazione per non essere riuscito a compiere la transizione pubblica da donatore influente a intellettuale influente. Ha scritto Connie Bruck, giornalista del New Yorker, a proposito dei suoi esordi: “Più di ogni altra cosa, Soros voleva essere ascoltato. Sperava più di tutto di compiere la transizione da un ambito di celebrità (la finanza) a un altro (il discorso pubblico). Da giovane, sognava di diventare il nuovo John Maynard Keynes o Albert Einstein. Era affamato di attenzione, ossessionato dal fatto che le persone non prendessero sul serio le sue idee”. Soros rimase fortemente deluso durante il suo primo incontro con Bill Clinton, quando l’allora Presidente si dimostrò più interessato a racimolare trucchi azionari che ad ascoltare il resoconto della situazione nei Balcani. “Voleva solo compiacermi in quanto donatore”, lamentò. “Succede molto spesso”.

L’impressione è che Soros soffrisse del disagio che affligge molte persone ricche: desiderare disperatamente di essere preso sul serio come intellettuale pubblico, ma senza avere nulla di veramente profondo da dire.

Nei primi anni Duemila, l’ossessione con la politica americana diventò tale che per Soros pareva più importante contrastare il Partito Repubblicano che sostenere la transizione democratica dei Paesi post-autocratici o contenere le ambizioni militari e geopolitiche di dittature aggressive come la Russia e la Cina. “Il principale ostacolo a un ordine mondiale stabile e giusto”, scriveva nel 2007, “sono gli Stati Uniti”. Ora, la concezione utopica di Soros di un ordine mondiale guidato da istituzioni multilaterali, senza un solido primato militare degli Stati Uniti a sostenerle, non appare più realistica della fiducia di suo padre nella diffusione dell’esperanto [la famiglia cambiò cognome nel 1936 da Schwartz in Soros, che in esperanto significa “crescerà”, N.d.T.]. E identificandosi in modo così esclusivo con una sola ala della politica americana, Soros potrebbe essersi precluso la possibilità di promuovere un reale cambiamento.

Polarizzazione, tribalizzazione, partigianeria, generale deterioramento del discorso pubblico: tutti problemi seri dell’America di oggi, ma che non vanno imputati esclusivamente alla destra. Questi fenomeni minacciosi si manifestano anche nella sinistra, e George Soros, che ha supportato alcune delle sue realtà aggressive e violente, deve rispondere di una parte del danno. La realtà è che Soros gioca sporco tanto quanto tutti gli altri, e poi protesta se qualcuno nel casinò si mette a barare.

 

L’atteggiamento verso le comunità ebraiche e Israele

Soros è sempre stato estremamente generoso nel finanziare una pletora di organizzazioni e individui impegnati a promuovere gli interessi di praticamente ogni gruppo identitario possibile, ma ce n’è uno il cui benessere non lo interessa minimamente: il suo. Ironico come il nuovo testimonial della sinistra contro i mali dell’antisemitismo di destra mantenga con l’ebraismo e con la comunità ebraica mondiale una relazione tanto ambigua. Soros definisce questa ambivalenza come un segno di superiorità universale rispetto ai suoi correligionari retrogradi: “Non credo che l’antisemitismo possa essere sconfitto se ci si comporta come una tribù”, ha dichiarato al New Yorker nel 1995, tacitamente accusando gli ebrei non assimilati di essere causa dell’antisemitismo.

Soros è da sempre restio a finanziare le cause ebraiche. Il New Republic nel 1994 parlò di un’“avversione contro il finanziamento delle organizzazioni ebraiche” e di una “visione cinica” dell’associazionismo ebraico, atteggiamenti che non sembrano essere cambiati nel corso degli anni. Non sostiene quasi per nulla la lotta contro l’antisemitismo, in barba alle statistiche dell’FBI sui crimini d’odio secondo cui più della metà delle vittime di violenza con movente religioso sono ebree, mentre meno di un quarto sono musulmane. Secondo un rapporto del Washington Times del 2015, Open Society ha donato in un solo anno almeno 33 milioni di dollari agli attivisti di Ferguson, nel Missouri che, a seguito dell’uccisione di un adolescente nero disarmato da parte della polizia, ha dato vita al movimento Black Lives Matters. Un movimento che sostiene una causa importante – la riforma del diritto penale – ma che ha anche promosso una retorica virulenta contro le forze dell’ordine, ha accusato Israele di essere uno Stato genocidario e ha contribuito alla crescita del crimine nel Paese scoraggiando i servizi di sorveglianza.

 

La polarizzazione e i media

In America, l’azione di Soros opera in base al principio “noi contro di loro”, che è un punto di vista del tutto legittimo da adottare in un sistema bipartitico. Di fatto, è la regola fondante per l’azione politica di parte. Ma secondo questo codice, la libertà di parola non conta. I principi di una società aperta non contano. Perché, secondo questa visione manichea, tutto ciò è puramente il mezzo con cui una squadra guadagna vantaggio sull’altra.

I media americani, tradizionalmente, esigono che le persone ricche e potenti rendano conto delle proprie azioni, indipendentemente dalle loro idee politiche. Ma da quando Soros si è autoeletto paladino della sinistra istituzionale, la stampa ha abdicato al suo ruolo. Quelli che normalmente aderiscono alla massima di Balzac (“Dietro ogni grande fortuna c’è un crimine”), abbandonano il loro scetticismo quando il soggetto è Soros. La copertura mediatica universalmente ossequiosa e coscienziosa di Soros è anche uno scopo della più generale tribalizzazione della società, una tribalizzazione che Soros e gli altri della sinistra (non ultimi gli stessi media mainstream) spesso condannano ma sono complici nel creare. Siccome Soros è una delle figure anti-Trump più visibili negli Stati Uniti, i media sono diventati pro-Soros. Attraverso una combinazione di generosa strategia filantropica e accorta comunicazione, Soros e i suoi sono riusciti in un’impresa straordinaria: persuadere una larga fetta della sinistra americana a difendere l’onore di un capitalista rapace, e di farlo perché è una povera vittima dell’antisemitismo (un problema al quale né lui né gli altri diversamente danno troppa importanza).

Tempo fa, George Soros ha scelto di dedicarsi a diffondere le idee di Popper sulla società aperta, nella quale i valori fondamentali sono la libertà di istruzione, di parola, il pensiero critico, e la libertà personale di pensarla in modo diverso. In Europa, questi valori sono sotto attacco dai nazionalisti di destra e dagli autocrati che ammirano Vladimir Putin. In America, sono sotto attacco da un presidente che ammira Putin – e da molte organizzazioni progressiste finanziate da George Soros. Fa male constatare come un uomo che in gioventù ha evitato per miracolo due grandi tragedie storiche, abbia deciso di trascorrere la vecchiaia gettando benzina su quel fuoco che minaccia di distruggere i valori per i quali ha combattuto per decenni, e il Paese che gli ha dato rifugio.

 

[Traduzione dall’inglese di Silvia Gambino]

James Kirchick
Giornalista presso Tablet Magazine

James Kirchick, borsista del Center on the United States and Europe presso la Brookings Institution, è articolista presso Tablet Magazine e autore di The End of Europe: Dictators, Demagogues and the Coming Dark Age. Potete seguirlo su Twitter: @jkirchick


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