Cultura
Barney e Mordecai: un accumulo di caos tra autore e protagonista

“La versione di Barney”, storia di un romanzo canadese che ha sbancato in Italia a 20 anni dalla morte del suo autore

Nel capitolo di apertura del “tonitruante romanzo in fieri” dell’amico Boogie, il protagonista sbarca dal Titanic, tranquillamente attraccato al molo di New York dopo la traversata inaugurale. Il viaggio? Noiosissimo, dice rispondendo a un cronista. Due anni dopo, siamo nel 1914, accompagna a Sarajevo l’arciduca Francesco Ferdinando, viaggiano in carrozza e al nostro cade accidentalmente il binocolo da teatro, l’arciduca si china a raccoglierlo evitando per un soffio le pallottole di Gavrilo Princip. Tre anni dopo ancora è a Zurigo dove in un caffè discute della teoria del plusvalore con Lenin, che si attarda e perde il treno. E così via. Boogie “stava assolvendo alla funzione primaria di ogni artista, e cioè ricreare un ordine dal caos”. Come? Esattamente come fa la Versione di Barney, e cioè accumulando nuovo caos.

Chi è Barney Panofsky?
Dissacrante, eccessivo, politicamente scorretto, Barney è, nelle parole dell’amata moglie Miriam, un collezionista di rancori. “C’è chi colleziona francobolli, o scatole di fiammiferi. Tu collezioni rancori”, gli dice. Nel libro Barney si racconta, o meglio racconta la storia della sua vita e dei tre matrimoni, tutti finiti male per ragioni di volta in volta diverse. Quello che abbiamo di fronte non è un coro a tante voci, ma la personalissima versione dei fatti del protagonista narratore che filtra gli episodi e restituisce quello che vuole o ricorda, sta perciò al lettore decidere se Barney dice la verità oppure si autoassolve. A complicare le cose, i suoi buchi di memoria che, con il procedere del libro, divorano spazi crescenti, accompagnando verso il commovente finale.

Il racconto di Barney è una giostra vorticosa di episodi, nomi e personaggi completamente immersa nell’atmosfera ebraica d’oltreoceano. Niente Stati Uniti però, perché al tempo della grande emigrazione il nonno Moishe, macellaio rituale in qualche miserrimo shtetl, non aveva i cinquanta dollari necessari per il viaggio verso la goldene medine. Per fortuna il Canada costava meno. Conosciamo il padre Izzy, poliziotto alcolizzato all’anniversario della cui morte il figlio vuota una bottiglia di whisky Crown Royal sulla tomba, “deponendovi poi, anziché il solito sassolino, un tramezzino con la carne affumicata e un cetriolo sottaceto”. Tramite le parole, ma anche le omissioni e gli errori voluti di Barney, ecco il ritratto della prima moglie Clara sullo sfondo della Parigi dei primi anni cinquanta. Clara, seguace di madame Blavatsky, che reagisce male quando Barney le dice che sta per aprire un import-export di formaggi: “Stai scherzando. Il formaggio no!, è troppo imbarazzante. Clara, ho saputo che ti sei sposata a Parigi. E lui cosa fa, scrive, dipinge? No? E cosa allora? Oh, niente, è un orrendo piazzista di formaggi”. Clara la matta che disprezza gli ebrei (e nel libro capiremo presto perché) a un certo punto si suicida, “ma la vincente è stata lei”, come dice Boogie, “morire tanto giovane è stata una mossa geniale, per la sua carriera”, perché Clara suo malgrado diventa presto icona del femminismo in pagine di penetrante e implacabile sarcasmo. Poi c’è il matrimonio con la Seconda Signora Panofsky, nientemeno, proprio la sera della finale della Stanley Cup di hockey, con gli amati Canadiens sul ghiaccio e Barney, incidentalmente lo sposo, che le prova tutte per seguire in un modo o nell’altro lo svolgimento della partita e come se non bastasse, quando gli viene comunicato il punteggio finale, confessa a Boogie di essere “per la prima volta in vita mia seriamente, totalmente, perdutamente innamorato”. Non della Seconda Signora Panofsky, va da sé, bensì di Miriam, che ha visto per la prima volta quella sera rimanendo folgorato e che sposerà due anni e un’accusa di omicidio dopo.

Nella Versione di Barney, va detto, quasi tutti i personaggi sono ebrei. Ebrei di ogni genere: ebrei che odiano gli ebrei, ebrei che vorrebbero non essere ebrei, ebrei che si sono dimenticati di essere ebrei ma in ogni frase mescolano all’inglese lo slang yiddish e non possono fare a meno di latkes e kishkes, ebrei miserrimi e milionari, tossicodipendenti e accademici, ebrei semplicemente ebrei, ebrei vittime dell’antisemitismo e ebrei che vedono antisemiti anche dove non ci sono, ebrei orgogliosi di essere ebrei e perfino ebrei di dubbio acume come l’amico Irv Nussbaum che rimpiange l’antisemitismo d’anteguerra, “una manna dal cielo. Per chi come me ha a cuore Israele e la sopravvivenza degli ebrei, intendo” e rimprovera alla Shoah di aver fatto passare di moda l’odio contro gli ebrei, il migliore catalizzatore di coesione. Quando Barney viene invitato a cena dalla famiglia della moglie del primo figlio Michael parte, al solito, con il piede sbagliato. Michael per rassicurarlo gli dice che hanno voluto perfino sapere se c’è qualcosa che lui non mangia. “Non è gentile?”. La risposta, in tipico stile barneyano: “La gentilezza non c’entra un fico secco. Il senso della domanda era: siete così ebrei da non mangiare il maiale?”.

Barney è Mordecai?
Mordecai Richler è, a quanto pare, l’autore della Versione di Barney, che esce in Canada nel 1997 e in Italia nel 2000. A quanto pare, perché Barney è un’icona che eccede il personaggio e nell’immaginario collettivo ha rapidamente preso il posto dell’autore. Prima della Versione Richler aveva scritto altri libri come il primo successo L’apprendistato di Duddy Kravitz; Solomon Gursky è stato qui, storia di tre generazioni di una famiglia che accumula un’immensa e oscura fortuna; Quest’anno a Gerusalemme, peculiare diario di viaggio in Israele; il più autobiografico Le meraviglie di St. Urbain Street. Anche se Richler lo ha sempre negato, in realtà tutto è autobiografico nei suoi libri, e nella Versione soprattutto: Parigi, il movimento indipendentista del Québec, la televisione, la Yiddishkeit debordante. I simboli più evidenti di Barney sono il sigaro Montecristo e il bicchiere di whisky, Macallan se possibile, tanto che sulla copertina dell’edizione originale canadese è finito proprio un sigaro fumante. E, guarda un po’, di Montecristo e Macallan Richler era cultore. “Ero Barney mentre lo scrivevo, ma non prima né dopo”, ha almeno concesso Richler, che in effetti non è mai stato accusato di omicidio, non ha avuto un padre poliziotto e non si è sposato tre volte. La Versione è il suo ultimo romanzo, l’unico scritto in prima persona e certamente il suo capolavoro. L’editore Adelphi fin da subito ha deciso di cavalcare l’ambiguità tra autore e personaggio, scegliendo come immagine di copertina una fotografia di Richler anziano (nell’edizione in brossura compare invece una foto dell’autore giovane in stile James Dean, forse per rivolgersi più decisamente a un pubblico giovanile). Mordecai Richler è morto venti anni fa, il 3 luglio 2001. Barney è oggi più vivo che mai.

Come Mordecai divenne Barney
Quando esce in Italia nell’autunno del 2000, La versione di Barney vende discretamente, nella media di un titolo di Adelphi, ma non ha un successo travolgente. Sono positive le prime recensioni, di Aldo Busi e Mariarosa Mancuso, e perfino il temuto critico Antonio D’Orrico conclude il pezzo su Sette del Corriere della Sera definendo Barney Panofsky “uno dei miei amici più cari”. Si dice però, ed è vero, che le recensioni su carta stampata nel terzo millennio non siano più decisive per il successo di un libro. Quello che però accade alla Versione di Barney, più ancora dell’eccezione che conferma la regola, è la vera e propria campagna di un quotidiano che per mesi parla ogni giorno del romanzo con toni entusiastici, finendo per trascinare anche gli altri giornali. Tutto inizia quando Giuliano Ferrara, all’epoca direttore del Foglio, legge il libro. Il fogliante Christian Rocca, autore di Sulle strade di Barney. Un viaggio nel mondo di Mordecai Richler (Bompiani), ricorda una telefonata di Ferrara a Mattia Feltri: “Devi assolutamente leggere un libro eccezionale. È un ordine”. Sulle pagine del Foglio comincia allora un battage con approfondimenti, interviste, citazioni e rubriche dedicate come Barney’s Version di Andrea Marcenaro, che più tardi evolverà in Andrea’s Version, e il glossario Le parole di Barney. Quando Richler viene in Italia nei primi mesi del 2001 Ferrara gli presenta il Foglio come un Totally Unnecessary Newspaper, citando la casa di produzione Totally Unnecessary Production di Barney nel libro. E’ fin troppo facile individuare il motivo dell’autentica (e confessa) ossessione di Ferrara nell’identificazione con l’eccessivo, colto e scorrettissimo Barney.

A un anno dalla pubblicazione la Versione in Italia tocca quota centomila copie vendute, diventando un fenomeno sociale e un simbolo per chi, come Ferrara, si dichiara stufo del politically correct. In Canada, dove pure il libro non è passato inosservato, sono stupiti dal successo travolgente nel nostro paese, come scrive la giornalista Megan Williams sulla rivista The Globe and Mail, naturalmente subito tradotta dal Foglio. La Versione trionfa grazie alla campagna di Ferrara, ma subisce anche le conseguenze di essa, come nota Raffaele La Capria: “Secondo me, la passionaccia del Foglio per la Versione porta ad amare più lo stile dell’uomo Barney che lo stile dello scrittore, e a confondere autore e personaggio”. Concita De Gregorio critica esplicitamente quella che ritiene l’indebita appropriazione del romanzo da parte del quotidiano romano. Nel 2010 l’uscita del film con Paul Giamatti e Dustin Hoffman rilancia l’interesse. Il libro solo in Italia viene ristampato una quarantina di volte e vende tra 300 e 500mila copie.

Giorgio Berruto
collaboratore
Cresciuto in mezzo agli olivi nell’entroterra ligure, dopo gli studi in filosofia e editoria a Pavia vive, lavora e insegna a Torino. Ama libri (ma solo quelli belli), musei, montagne

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