L'agenda di Joi
Hebraica
Bereshit, la prima parashà

La storia dell’uomo inizia qui, insieme ad altre interessanti “prime” assolute che caratterizzano l’animo umano. Tre letture diverse

“In principio Dio creò i cieli e la terra”: la prima porzione (parashà) del ciclo annuale di lettura della Torah, che dopo la festa di Simchat Torah ricomincia questo sabato, va dalla creazione del mondo fino alla presentazione di Noè, protagonista della parashà seguente. Racchiusa in questo spazio vi è la storia dei primi passi del mondo e dell’umanità: Adamo ed Eva, la cacciata dall’Eden, Caino e Abele, la prima disobbedienza e il primo omicidio della storia. Proponiamo in questa rassegna tre spunti di lettura da fonti diverse.

Il primo peccato

Rabbi Jonathan Sacks sul suo sito si interroga sulla questione che chiunque, anche dopo aver letto e meditato il brano infinite volte, sente sempre di non aver mai completamente risolto: quale fu il primo peccato? Perché il frutto dell’Albero della Conoscenza del Bene e del Male era proibito? Adamo ed Eva, in quanto creati a immagine e somiglianza di Dio, non possedevano già la nozione di bene o male? La risposta è sì e la prova sta proprio nel comandamento di non avvicinarsi all’albero: Dio sapeva che Adamo ed Eva possedevano la facoltà di capire quell’ordine e quindi la differenza tra obbedire e disobbedire, tra bene e male. Cosa significa dunque che, dopo che Adamo ed Eva ebbero mangiato il frutto, “i loro occhi si aprirono”?

Nella sua Guida dei perplessi, Maimonide afferma che prima di mangiare il frutto Adamo ed Eva avevano nozione del vero e del falso, mentre dopo averlo mangiato presero coscienza delle “cose generalmente accettate”. Ovvero, si vergognarono della propria nudità, una condizione negativa non per sua natura, ma per convenzione sociale. Rabbi Sacks collega lo spunto di Maimonide alla divisione operata dall’antropologa Ruth Benedict tra culture della vergogna e culture della colpa: le prime hanno a che fare con il senso dell’onore e l’apparenza dell’individuo agli occhi del suo gruppo e sono principalmente visuali; le seconde girano invece intorno al rapporto dell’individuo con se stesso e si fondano sull’ascolto. La spiritualità ebraica appartiene al secondo gruppo: si basa sull’ascolto più che sulla vista (si pensi alla centralità della Torah, della parola, rispetto agli elementi visuali), sul rapporto con la propria coscienza più che con le aspettative del mondo esterno, sull’essere più che sull’apparire. Dio per primo, nella Bibbia, è una voce che si sente, non qualcuno che si vede.

Il peccato dei primi esseri umani nel Giardino dell’Eden”, conclude dunque Rabbi Sacks, “fu seguire gli occhi e non le orecchie. Le loro azioni furono determinate da ciò che videro – la bellezza dell’albero – e non da ciò che udirono – la voce di Dio che comandava di non mangiare il suo frutto. Il risultato fu che certamente acquisirono conoscenza del bene o del male, ma in modo sbagliato. Acquisirono un’etica di vergogna e non di colpa; di apparenza e non di coscienza. (…) La tragedia di Adamo ed Eva non c’entra niente con le interpretazioni date dall’Occidente non ebraico: le mele, il sesso, il peccato originale, la “Caduta”. Ha a che fare con qualcosa di più profondo. Riguardo il tipo di morale che siamo chiamati a vivere. Vogliamo essere guidati da ciò che fanno tutti gli altri, come se la morale fosse “la volontà della maggioranza”, similmente alla politica? (…) Adamo ed Eva si trovarono di fronte alla scelta archetipica tra ciò che gli occhi vedono e ciò che le orecchie odono. Per aver scelto la prima opzione, provarono vergogna, non senso di colpa. Questa è una forma di “conoscenza del bene e del male”, ma da una prospettiva ebraica è la forma sbagliata”.

Bereshit e lo studio della Torah

Rabbi Eli J. Mansour, della Sinagoga Edmond J. Safra di New York, offre una panoramica – su Torah.com e sul sito della sinagoga omonima – delle fonti tradizionali che collegano la parashà di Bereshit al dono e allo studio della Torah. Secondo Rashi infatti l’espressione “In principio” non è l’unica traduzione possibile per Bereshit, la prima parola del testo. Essa si potrebbe anche tradurre come “per il bene di Reshit”, dove “be” significherebbe “per, a favore di, per il bene di” e “reshit” (da rosh, testa) significherebbe “la prima, la prima cosa”, un’espressione che nel testo biblico è usata per definire il popolo ebraico e la Torah. Quindi, conclude Rashi, il primo versetto della parashà ci dice che il mondo è stato creato appositamente per lo studio della Torah. E questa è la ragione per cui nello Zohar si sostiene che se ci fosse anche solo un istante in cui nessuno studia la Torah, il mondo cesserebbe di esistere.

Ma come si studia la Torah? La risposta si nasconde in un enigma di non facile risoluzione: perché la Torah inizia con la seconda e non con la prima lettera dell’alfabeto, con Bet (ב)e non con Alef (א)? Un midrash risponde che il motivo è che Bet è l’iniziale di baruch, benedetto, mentre Alef è l’iniziale di arur, maledetto. Ma Alef e Bet sono la lettera iniziale di molte altre parole, positive e negative: perché proprio queste due sono chiamate in causa? L’interpretazione è che Bet e Alef, baruch e arur, sono due atteggiamenti opposti – va da sé, il primo giusto, il secondo sbagliato – con cui ci si può avvicinare allo studio della Torah. L’approccio Bet tiene conto della lunga tradizione di studio e comprensione del testo, la rispetta e si pone in continuità con essa; Bet è infatti la seconda lettera, consapevole di essere preceduta e seguita da altre. L’approccio Alef, invece, è quello del “prima di me nessuno”, a metà tra l’arrogante e l’ingenuo, non adatto a uno studio fruttuoso della Torah.

Guardiani dei propri fratelli

La parashà di Bereshit è un susseguirsi di una serie di “prime”: i primi giorni del mondo, i primi esseri umani, il primo peccato e così via. Della serie, nota Rachel Farbiaz su My Jewish Learning, fa parte anche la violenza. In Bereshit assistiamo infatti al primo omicidio della storia, quello di Caino contro il fratello minore Abele. Dopo aver compiuto il fatto, alla domanda rivoltagli da Dio (“Dov’è Abele, tuo fratello?”), Caino risponde con la famosa frase: “Sono forse io il guardiano di mio fratello?”.

Il testo, ingegnosamente, lascia la domanda in sospeso, come a voler suscitare una reazione nel lettore. Non esplicitata ma nondimeno presente, la risposta si trova nel seguito della storia. Conclusasi la parte che parla di Caino e Abele, il testo ricomincia elencando le generazioni tra Adamo e Noè, un elenco dal quale Caino è assente. Un midrash riporta una conversazione tra saggi che dibattono su quale sia il principio fondamentale della Torah. Rabbi Akiva ritiene che sia il comandamento del Levitico “Ama il tuo prossimo come te stesso”, mentre Ben Azzai sostiene che sia la recitazione delle generazioni di Adamo. Non proprio la stessa cosa: perché mai ripetere i nomi dell’albero genealogico di Adamo dovrebbe essere altrettanto nobile – se non di più – di mettere in pratica la regola d’oro?

Farbian risponde: “La recitazione di Bereshit della nostra comune stirpe mette in rilievo la profondità e la portata delle nostre responsabilità l’uno verso l’altro in modo ancora più forte della regola d’oro. Dopo Caino, la Torah fa ripartire la storia umana. Attraverso l’elenco delle generazioni, ci dice che la nostra è fondamentalmente una storia di relazioni, radicate in un’origine comune, un’unica famiglia umana”.

Il racconto di Bereshit dunque non sostituisce né soverchia il comandamento del Levitico, ma gli dà maggiore profondità e significato: la ratio di “Ama il tuo prossimo come te stesso” è che il prossimo è chiunque, perché discendiamo tutti dalla stessa famiglia, e per questo motivo sì, senza alcuna esenzione, siamo tutti “guardiani” gli uni degli altri. “La recitazione delle generazioni di Adamo”, continua Farbian, “ci chiama a lasciare che la domanda di Dio a Caino – Dov’è Abele, tuo fratello? – riverberi attraverso i millenni. Esige che ci facciamo questa domanda con la consapevolezza che, agli occhi di Bereshit, tutta l’umanità discende da una famiglia. Ci obbliga a fare attenzione alle parole della domanda stessa, che non è solo un questionare su dove si trovi Abele, ma anche un insistere sul fatto che Abele è nostro fratello. Come discendenti di Adamo, non abbiamo la libertà di sottrarci al nostro rapporto di fratellanza con Abele. Non abbiamo la libertà di permettere ai solchi tracciati dalle differenze nazionali, culturali, linguistiche, religiose ed etniche di oscurare la nostra responsabilità. Al contrario, dobbiamo essere pronti a farci avanti ogni volta che la domanda viene posta, per rispondere risolutamente: io sono il guardiano di mio fratello”.

Silvia Gambino
Responsabile Comunicazione

Laureata a Milano in Lingue e Culture per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale, ha studiato Peace & Conflict Studies presso l’International School dell’Università di Haifa, dove ha vissuto per un paio d’anni ed è stata attiva in diverse realtà locali di volontariato sui temi della mediazione, dell’educazione e dello sviluppo. Appassionata di natura, libri, musica, cucina.


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