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Biden e il conflitto israelo-palestinese: che cosa rivelano le prime mosse diplomatiche

I primi approcci del neopresidente indicano la volontà di cassare l’«accordo del secolo», il piano promosso da Jared Kushner e fatto proprio dall’amministrazione Trump

Che la presidenza Biden non sarà segnata dal mero quietismo in politica internazionale è cosa che si va delineando di giorno in giorno. Troppo presto per dire come concretamente si comporterà su molti fronti ma, parimenti, non è per nulla prematuro iniziare a cogliere i suoi primi indirizzi di fondo. Che con la Cina e la Russia intenda mantenere rapporti molto calcolati, velati da una dichiarata ostilità verso gli egemonismi della prima e il conflittualismo della seconda, è oramai chiaro. Così come è plausibile che dia fiato ad una nuova edizione dell’atlantismo, dopo il sostanziale disinteresse di Trump, sulla base di accordi ad hoc con l’Europa. Sul Mediterraneo e il Medio Oriente, si possono fare solo previsioni di massima. Fermo restando che in tutta plausibilità non si impelagherà in un improbabile tentativo di negoziare il conflitto tra israeliani e palestinesi. Altri dossier invece premono: il nucleare iraniano, i rapporti con gli emirati e le monarchie del Golfo, il contenimento delle spinte del radicalismo islamista nell’area sub-sahariana e così via.

Proprio nel merito dei temi mediorientali, circola in questi giorni il promemoria «The U.S. Palestinian Reset and the Path Forward», che costituirebbe la prima, compiuta manifestazione di volontà della nuova Amministrazione nei riguardi della questione israelo-palestinese. Il documento, quattro pagine in tutto, di cui si ha notizia attraverso gli organi di stampa come l’emiratino «The National», sancisce la conclusione dell’era Trump. Il primo punto dell’impianto del memorandum indica la volontà di cassare l’«accordo del secolo», il piano promosso da Jared Kushner e fatto proprio dall’amministrazione uscente, con il quale si intendeva porre un termine definitivo al confronto tra Gerusalemme e Ramallah. In realtà, oltre a riconoscere la sostanziale impraticabilità di quel progetto (secco ridimensionamento territoriale delle pretese palestinesi riguardo alla propria sovranità; riconoscimento dell’esistenza di uno Stato palestinese in una porzione di terra cisgiordana molto limitata; sua smilitarizzazione; programma di corposi aiuti economici alla nuova entità politica; neutralizzazione delle spinte aggressive di Hamas; mutamento della leadership di Ramallah), Biden senz’altro intende riaprire canali di comunicazione politica con l’attuale presidente palestinese Abu Mazen. È rivolto quindi in questo senso, dinanzi alla difficilissima situazione in cui si trovano la Cisgiordania e Gaza rispetto alla pandemia, l’impegno a riprendere l’assistenza economica statunitense all’Autorità nazionale palestinese. Alla fine di marzo, inoltre, dovrebbe arrivare da Washington una donazione di quindici milioni di dollari per l’acquisto di vaccini. Benché, va detto, il timore nutrito da molti è che buona parte di essi possano essere accaparrati dalla dirigenza, quindi stornati dal loro utilizzo a favore della popolazione. Altro punto interrogativo è la capacità logistica delle strutture palestinesi, ed in particolare di quelle sanitarie, nel fare fronte alla distribuzione delle fiale.

Il memorandum, redatto da Hady Amr e Joey Hood, rispettivamente vice segretario di  Stato aggiunto per gli affari israelo-palestinesi e assistente per il Vicino Oriente del segretario di Stato Tony Blinken, consegnato ad inizio marzo, afferma che l’obiettivo degli Stati Uniti è «far avanzare la libertà, la sicurezza e la prosperità sia per gli israeliani che per i palestinesi» nel quadro di una soluzione a due Stati basata «sulle linee del 1967 con scambi di terre concordati e accordi sulla sicurezza e sui profughi». Contiene alcune critiche alle attività israeliane di espansione in Cisgiordania ma invita l’Autorità nazionale palestinese ad annullare i sussidi ai detenuti palestinesi nelle carceri israeliane in Israele, così come alle loro famiglie. Quest’ultima clausola accoglie quelle posizioni dell’uscente governo Netanyahu che considerano tali contributi una «istigazione al terrorismo». Il medesimo documento, inoltre, indica come prossimo obiettivo il revocarel’etichettatura «Made in Israel», voluta da Trump, a fine mandato, sui prodotti degli insediamenti ebraici in Cisgiordania destinati al mercato americano. Mentre è quasi certo che Biden non revocherà il riconoscimento di Gerusalemme come capitale d’Israele, è possibile che vi apra una rappresentanza diplomatica consolare.

Benché le indicazioni del promemoria siano ancora solo degli indirizzi di massima, tuttavia costituiscono la prima manifestazione di orientamento della nuova Amministrazione. La quale è consapevole della situazione incerta sia in campo palestinese che israeliano per ciò che riguarda la guida politica delle due comunità nazionali. Nel primo caso, infatti, afferma che «mentre si ripristinano le relazioni degli Stati Uniti con i palestinesi, il corpo politico palestinese è a un punto di svolta, avviandosi verso le sue prime elezioni in quindici anni». In effetti, mentre il 22 maggio si svolgeranno le elezioni legislative e quelle presidenziali il 31 luglio, il Consiglio nazionale dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina verrà rinnovato ad agosto. Hamas è in vantaggio rispetto al suo antagonista Fatah. Potrebbe vincere la tornata alle urne, posto che molte delle persone che si recheranno alle urne lo faranno per la prima volta in vita loro. Le cose diverrebbero assai critiche, tanto più se poi l’ottuagenario gerontocrate Abu Mazen non dovesse essere riconfermato alla guida dell’Autorità nazionale palestinese. Al medesimo tempo, il documento afferma che «noi [gli Stati Uniti] soffriamo di una mancanza di tessuto connettivo in seguito alla chiusura dell’ufficio dell’OLP a Washington nel 2018 e al rifiuto della leadership dell’Autorità palestinese di impegnarsi direttamente con la nostra ambasciata in Israele».

È comunque improbabile, qualora Hamas dovesse aggiudicarsi la tornata elettorale, che gli Stati Uniti possano andare oltre la prassi del boicottaggio e dell’isolamento totale delle istituzioni palestinesi. Il piano di pace dell’amministrazione Trump – presentato alla Casa Bianca nel gennaio 2020 – aveva sostenuto, sia pure obtorto collo, l’obiettivo finale di due Stati, ma aveva anche subito pesanti critiche per aver ignorato le richieste chiave dei negoziatori palestinesi, incluso il riconoscimento di Gerusalemme orientale come capitale di uno Stato palestinese. Proprio per queste ragioni il promemoria dell’amministrazione Biden raccomanda di esprimere i principi statunitensi sul raggiungimento della pace israelo-palestinese nell’ambito di un quadro di soluzione a due Stati, per l’appunto «basato sulle linee del 1967 con scambi di terre concordati e accordi sulla sicurezza e sui rifugiati». A tale riguardo, il nuovo team negoziale «adotterà un duplice approccio per mantenere e migliorare idealmente le relazioni degli Stati Uniti con Israele, approfondendo la sua integrazione nella regione e ripristinando al contempo le relazioni degli Stati Uniti con il popolo e la leadership palestinese». La circonlocuzione ha un solo obiettivo, ossia quello di cassare i metodi unilaterali adottati dalla precedente presidenza, che avevano portato alla chiusura di quasi tutti i canali diplomatici con i palestinesi. Peraltro, le stesse autorità israeliane, consultate in separata sede, hanno espresso il proprio favore al riguardo.

In un tale quadro di ammorbidimento dei rapporti rientra anche l’incremento dell’assistenza economica statunitense. Il promemoria dichiara che l’amministrazione statunitense sta lavorando «per riattivare l’assistenza degli Stati Uniti ai palestinesi alla fine di marzo o all’inizio di aprile». Ossia, sta «pianificando una gamma completa di programmi di assistenza economica, di sicurezza e umanitaria, anche attraverso i contributi delle Nazioni Unite per l’Agenzia mondiale per i rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA)». Nel pacchetto rientrerebbero anche sessanta milioni di dollari annui per sostenere i servizi di sicurezza palestinesi. Nel suo complesso, l’Amministrazione Biden intenderebbe coinvolgere la comunità diplomatica internazionale, attraverso i membri del «Quartetto per il Medio Oriente» (Usa, Russia, Onu e Unione Europea), il coordinamento internazionale istituito nel 2002 ma di fatto non operativo da almeno il 2008. Se la prospettiva di ottenere nuovi aiuti economici arride agli interlocutori palestinesi, e se una piccola primavera diplomatica non può che essere ben vista, rimangono i grovigli di una situazione dove lo status quo è da diverso tempo la nota dominante. Gli Usa ipotizzano la possibilità di riaprire una missione statunitense nei territori palestinesi ma idee e opzioni, in questo così come in altri campi, sono ancora allo studio (recita il documento: «stiamo analizzando la situazione in evoluzione e proporremo una postura statunitense insieme all’intermediazione» così come «in queste nuove relazioni normalizzate, cercheremo opportunità per sostenere gli sforzi di pace israelo-palestinesi e migliorare la qualità della vita del popolo palestinese»). Sul fronte politico più ampio, il nuovo team statunitense approva alcuni dei passi di Trump nel promuovere la normalizzazione arabo-israeliana, a partire dagli Accordi di Abramo, ma si ripromette di annullare altre politiche che non hanno favorito la soluzione negoziata del conflitto (si parla dell’«annullamento di alcuni passaggi della precedente amministrazione che mettono in discussione il nostro impegno o pongono ostacoli reali a una soluzione a due stati, come l’etichettatura del paese di origine»).

In sostanza, l’impegno dell’Amministrazione Biden sembra essere orientato nel senso di recuperare quanto meno una immagine di terzietà, rivolta alla mediazione diplomatica. Quanto ciò potrà per davvero influire nelle logiche di un lungo conflitto, nel quale tutto si muove affinché poco o nulla cambi, lo dirà solo il tempo a venire. Fermo restando che, al netto di nuove fiammate, è piuttosto improbabile che le cose possano finalmente mutare in tempi brevi.

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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