Cultura
Brother and Sisters For Israel: il valore della solidarietà

Una straordinaria rete di cinquantamila volontari che dal 7 ottobre organizza distribuzione di generi alimentari e donazioni, supporta i riservisti e mette in contatto le famiglie sfollate con altre famiglie disposte ad ospitarle

È passato oltre un mese dall’attacco efferato da parte di Hamas ai kibbutz del sud di Israele: 1400 vittime, 150.000 sfollati, un Paese da ricostruire. Lo stesso 7 ottobre, quando ancora non si sapeva l’entità del massacro e delle sue conseguenze catastrofiche sul lungo periodo, attraverso un gruppo WhatsApp – gestito da coloro che dal primo sabato di gennaio, per 39 sabati consecutivi, si sono riuniti in migliaia in Kaplan Street a Tel Aviv – scatta il campanello di allarme e la catena della solidarietà. Per nove mesi, Eyal Naveh – 47enne ex comandante dell’esercito israeliano – e il suo gruppo di protesta avevano esortato i riservisti dell’esercito a rifiutarsi di offrirsi volontari per il servizio militare a meno che il governo israeliano non avesse fatto marcia indietro sul suo piano di revisione del sistema giudiziario.

Invece, lo stesso 7 ottobre, lui assieme ad altri leader del movimento anti-riforma invitano i riservisti a presentarsi immediatamente in servizio. Nel giro di poche ore, utilizzando anche la loro rete di conoscenze, mobilitano migliaia di volontari per aiutare i militari al fronte e per sostenere le famiglie colpite dal massacro di Hamas. Dal giorno uno del conflitto, “Brother and Sisters for Israel”, costituito oggi da 50.000 volontari, è riuscito a dare da mangiare a 30.000 persone al giorno, a organizzare donazioni e attrezzature per i riservisti, a mettere in contatto le famiglie sfollate con altre famiglie disposte ad ospitarli, a creare squadre di psicologi per aiutare le famiglie traumatizzate e persino a far riunire i cani, riusciti a scappare dagli attacchi terroristi nei kibbutz, con i loro proprietari.

“Le richieste arrivano dal basso: dai kibbutz, dai villaggi e dai soldati”, ha spiegato Naveh, ex membro di Sayeret Matkal, considerata l’unità di forze speciali più prestigiosa dell’esercito. La stessa domenica 8 ottobre il sindaco di Tel Aviv, Ron Huldai, ha messo a disposizione il centro congressi dell’Expo per permettere a volontari, da tutto il Paese, di trasformarlo in un centro raccolta e distribuzione di generi di prima necessità: da cibo a vestiti, da giocattoli ad elettrodomestici.

Chi arriva con la propria auto scarica nel parcheggio del centro congressi dove un gruppo di volontari divide tutto per categorie, persino per taglie di vestiti o di scarpe. Altri volontari raccolgono le richieste di chi ha bisogno. Altri ancora le traportano da Tel Aviv a laddove c’è stata richiesta, ovvero tutti i kibbutz o gli alberghi che ospitano i sopravvissuti al massacro e gli sfollati che, a causa del bombardamento che da un mese bersaglia il Paese sia a nord che a sud, non sanno ancora se e quando torneranno nelle proprie case.

Ormai l’organizzazione è così capillare che ha una serie di centri in tutto Israele, sia per aiutare le famiglie di rifugiati, sia gli agricoltori in difficoltà, la maggior parte dei raccolti venivano curati da manodopera proveniente da diversi Paesi dell’Asia che, a causa del pericolo in corso, sono rientrati in patria – sia le minoranze che più hanno offerto a causa di questo conflitto, tra cui le comunità di beduini, fortemente colpite dai razzi provenienti da Gaza, non avendo a disposizione alcun tipo di rifugio antimissile nelle loro abitazioni di tipo nomadico.

Ma “Brother and Sisters for Israel” non è l’unica organizzazione di questo tipo. Da quando è cominciata la guerra, la società civile israeliana ha immediatamente colmato il vuoto lasciato da un esecutivo incapace e si è rimboccata le maniche, concentrandosi sulla riabilitazione di tutti coloro che sono stati colpiti direttamente o indirettamente dalla catastrofe del 7 ottobre. Gli avvocati stanno aiutando le famiglie sfollate a ottenere nuovi documenti d’identità, gli adolescenti si offrono volontari per fare da babysitter alle mogli dei soldati, gli ex allevatori si recano nei kibbutz vicini alla Striscia per mungere le mucche.

Tutto coordinato dagl uffici di “Brother and Sisters for Israel”: centinaia di persone che siedono davanti ai computer e raccolgono, smistano, gestiscono le donazioni per i bisognosi. In una stanza separata dal resto dei volontari, una squadra speciale aiuta a identificare gli ostaggi con l’uso di strumenti di intelligenza artificiale che raccolgono informazioni da tatuaggi o piccoli pezzi di abbigliamento, analizzando i filmati distribuiti sui social media.

Infine, coordinano anche il supporto fondamentale per il Forum delle famiglie degli ostaggi, che lavora 24/7 per aiutare a documentare la storia di ciascuna vittima. Israele, come sempre, è un’unica grande famiglia. Un unico grande kibbutz.

Fiammetta Martegani
collaboratrice

Curatrice presso il Museo Eretz Israel, nasce a Milano nel 1981 e dal 2009 si trasferisce a Tel Aviv per un Dottorato in Antropologia a cui segue un Postdottorato e nel 2016 la nascita di Enrico: 50% italiano, 50% israeliano, come il suo compagno Udi. Collaboratrice dal 2019 per l’Avvenire, ha pubblicato nel 2015 il suo primo romanzo “Life on Mars” (Tiqqun) e nel 2017 “The Israeli Defence Forces’ Representation in Israeli Cinema” (Cambridge Scholars Publishing). Il suo ultimo libro è Tel Aviv – Mondo in tasca, una guida per i cinque sensi alla scoperta della città bianca, Laurana editore.


1 Commento:


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.