L'agenda di Joi
Hebraica Nizozot/Scintille
Che significa “Popolo eletto”?

Disamina di un concetto religioso

L’idea che i figli di Israele siano ‘il popolo eletto’ è tra le più irrinunciabili per l’autocoscienza religiosa dell’ebraismo ma anche tra le più controverse e fraintese, dentro e fuori il mondo ebraico, e dunque tra le più difficili da capire e spiegare. Per spianare la strada a una sua comprensione su basi testuali e in prospettiva storica occorre forse partire dai fraintendimenti che tale idea può generare e dalle critiche che, più o meno in ogni epoca, essa ha suscitato e suscita. Non è un caso che i due monoteismi sorti nel solco della storia di Israele, cristianesimo e islam, abbiano sempre cercato argomenti contro l’elezione di Israele, con polemiche ora teologiche ora politiche tese a delegittimare quella che si potrebbe chiamare, con metafora sociale e giuridica un tempo fortissima, la “primogenitura di Israele”. Nella scia di questa delegittimazione si muove ogni ‘teologia della sostituzione’, che teorizza il rigetto di Israele da parte divina – punizione per contrappasso e dunque puro capovolgimento del teolegumeno dell’elezione – e la sua sostituzione, in quanto ‘prediletto’, con la chiesa o la ‘umma. In età moderna, tale teoria ha avuto anche versioni secolarizzate (ma non poi così tanto), come in certa mistica del nazismo.

Molti poi pensano che ritenersi ‘popolo eletto’ significhi porre un confine o una barriera metafisica tra un ‘noi’ e tutti ‘gli altri’, con i risvolti potenzialmente discriminatori che questa distinzione socio-antropologica potrebbe implicare. Non sorprende che l’idea di elezione si stata spesso osteggiata anche da pensatori ebrei per i quali uguaglianza e democrazia sono, seppur moderni, valori assoluti e superiori a qualsiasi testo sacro o credenza religiosa del passato. In tal senso si espresse in modo articolato l’influente rabbino americano recostructionist Mordechai Kaplan, per il quale non essendo Dio una realtà sopra-naturale, occorre espungere dall’autocoscienza ebraica l’idea di avere avuto una chiamata o di custodire un destino di tipo, appunto, soprannaturale e tale da distinguerci religiosamente come ebrei da chi non lo è. Insomma, l’idea dell’elezione divina di Israele risulta spesso problematica tanto ai non-ebrei (per tacere degli antisemiti) quanto a molti ebrei.

Concesso, dice il rabbino e teologo Salomon Schechter, che tale elezione non compare nei Tredici Principi di fede ebraica sintetizzati da Maimonide; tuttavia “una semplice lettura della Bibbia e del Talmud non lascia dubbi sul fatto che la nozione di elezione ha sempre mantenuto, nella coscienza ebraica, il carattere almeno di un dogma inespresso”. Non solo Torà e Talmud, ma tutte le fonti della letteratura rabbinica e i testi delle preghiere nella liturgia sinagogale ne sono pieni. Ki vanu vacharta ve-otanu qiddashta mi-kol ha‘amim “Poiché noi hai eletto/scelto e noi hai santificato tra tutti i popoli”. Elezione e santificazione sono due volti della stessa medaglia: ci ha scelti in quanto ci ha santificati. E come ci ha santificati? Con la sua Torà e per mezzo dei suoi precetti, quegli insegnamenti e quelle norme che i figli di Israele hanno accolto ai piedi del Sinai (“li osserveremo e li studieremo”, per così tradurre), eleggendo a loro volta il Signore benedetto, rinunciando all’idolatria e abbracciando ideali etici più elevati della media. Miti e riti della tradizione sono funzionali a ricordare quest’impegno che sancisce un patto, un legame simbolico tra Israele e Dio. L’elezione non è che la coscienza di questo patto dalle clausole molto esigenti. Che non è affatto una conventio ad excludendum: a esclusione degli altri popoli. Per i maestri di Israele la Torà del Sinai era destinata sin dal principio a tutta l’umanità, ma solo Israele l’ha abbracciata senza ‘se’ e senza ‘ma’ e ha deciso di osservarla le-dorotam, per tutte le sue generazioni. Elezione equivale ad affermare: tocca a noi farcene carico; noi ne siamo storicamente responsabili; se non rendiamo testimonianza noi a questo Dio invisibile e innominabile, chi lo farà per noi?

E’ un privilegio inaudito? Sì, anche. E’ un onere enorme? Sì, anche. E’ un dovere verso l’umanità? Sì anche. Privilegio, onere, dovere… vocazione e responsabilità, molte sono le faccie e i nomi di questo ‘dogma spesso inespresso’ ma che soggiace all’identità ebraica, nella quale si nasce (di solito) ma che si può assumere liberamente (secondo le regole dell’halakhà). Schechter, che ha sempre difeso l’idea di elezione divina di Israele come il corollario del fatto che Dio ama Israele e che Israele ama Dio, dice ancora che “è solo il privilegio di una primogenitura che i rabbini reclamano per Israele, un primato nel regno di Dio ma non l’eslcusione delle altre nazioni”. Come scrive il rabbino Elia Benamozegh, primogenitura significava, nella struttura sociale antica, una funzione sacerdotale e una responsabilità-per-altri: in quanto ‘am segullà, come ‘popolo a parte’, Israele deve santificarsi ed essere come un sacerdote per il resto dell’umanità. L’orizzonte ultimo della storia religiosa ebraica è sempre stato messianico-universale: il ‘messia’ è un’èra a venire nella quale tutti i popoli saliranno a Sion per riconoscere la sovranità del Creatore, secondo la visione dei profeti di Israele, ben riassunta da Zaccaria: “In quel giorno il Signore sarà re su tutta la terra” (14,9) e da Tzefanià/Sofonia: “Allora Io darò ai popoli un labbro puro perché possano chiamare per nome il Signore e servirLo tutti sotto lo stesso giogo” (3,9). Ma chi, nella storia, custodisce quel Nome, chi opera la purificazione delle labbra e dà l’esempio del servizio sottoponendosi al giogo delle sua legge?

Parlare di Israele come ‘popolo eletto’ ha senso solo in questi termini essenzialmente religiosi, sebbene possono più o meno assumere dimensione politica e culturale nei diversi luoghi e monenti storici. Il filosofo Emmanuel Levinas è chiaro: la ‘difficile libertà’ cui Israele continuamente aspira, celebrando ogni anno il memoriale dell’uscita dall’Egitto come se fossimo ancora tutti schiavi di Faraone, non è fine a se stessa ma è finalizzata alla ‘difficile responsabilità’ di servire da modello per il resto dell’umanità. Senza arroganza ma anche senza superficialità, con umiltà semmai e fedeltà creativa. Ecco perché l’elezione di Israele è un aspetto della rivelzione tra i più difficili da capire e soprattutto da accettare. Dentro e fuori il mondo ebraico.

Massimo Giuliani
collaboratore

Massimo Giuliani insegna Pensiero ebraico all’università di Trento e Filosofia ebraica nel corso triennale di Studi ebraici dell’Ucei a Roma


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