L'agenda di Joi
Hebraica Nizozot/Scintille
Tu Bishvat, semplice ‘capodanno degli alberi’?

Storia e storie di una festa molto attuale

La festa, nel senso forte del termine, di Tu Bishvat – alla lettera “il quindicesimo giorno del mese di Shevat” – conferma e riprova che il giudaismo è una tradizione religiosa che evolve nel tempo, che cammina con i piedi dei figli di Israele e che ‘parla la lingua degli uomini’. Essa infatti non è una festa istituita dalla Torà, consegnataci al Sinai da Moshe rabbenu, ma ha le sue origini in epoca talmudica (ne parla l’incipit del trattato di Rosh hashanà come uno dei quattro capodanni ebraici); è menzionata nel midrash e raccomandata dai geonim (R. Hai Gaon); ma trova la piena elaborazione nell’ambito della qabbalà di Safed come attestata dalla vasta raccolta di costumi mistico-ebraici intitolata Chemdat Yamim, pubblicata a Venezia nel 1728 e a Smirne nel 1731 (da qui la leggenda che la vuole un’opera in odore di eresia shabbatiana). In questa raccolta troviamo una sezione intitolata Perì etz hadar ovvero Frutto dell’albero della bellezza che tratta di Tu Bishvat come festa del capodanno degli alberi, dove leggiamo: “Possano tutte le sacre scintille che furono disperse da noi o dai nostri padri, a causa della trasgressione commessa da Adamo col frutto dell’albero, essere nuovamente intregrate nella forza splendente dell’albero della vita”. E’ evidente che i mistici ebrei collegavano questa festa alle conseguenze cosmiche degli eventi accaduti nel gan Eden, nel giardino primordiale, dove il Signore aveva piantato alberi di ogni sorta e li aveva dati ai protogenitori per sfamarsi senza fatica (eccetto due, come sappiamo).

In realtà il Talmud, più realisticamente, rivela la natura prosaica di questa data (che per Shammaj era il primo di Shevat mentre per Hillel era il 15, la nostra data): essa costituiva la scadenza del pagamento delle tasse degli agricoltori – che in eretz Israel coltivavano e vendevano i frutti degli alberi – secondo un complesso sistema fiscale ben illustrato da rav Riccardo Di Segni nel suo libro Guida alle regole alimentari ebraiche (Lamed, terza edizione 1996). Spiega il rabbino capo di Roma: “I mistici hanno messo in risalto i motivi psicologici e ritualistici che sottostanno a questa trasformazione da fisco a festa: infatti, l’uomo [ebreo] dipende da una visione religiosa, dalla volontà divina… e la produzione agricola di ogni anno [nella logica antica] era soggetta alla volontà divina. Ecco come i momenti-chiave del ciclo agricolo diventano momenti di riflessione e di pentimento”. Questa riflessione, intrisa di nostalgia per l’armonia cosmica del gan Eden ormai infranta, assume forme di riscatto e restaurazione, di tiqqun, ed è proprio questo tiqqun il senso più profondo del seder, ossia dell’ordine della cena di Tu Bishvat, quando si mangiano ritualmente alcuni frutti del suolo e degli alberi (in alcuni riti si arriva ad assaggiarne più decine), ispirati dal versetto biblico che celebra la bontà della terra e la generosità divina nel dare le pioggie a tempo debito: “Un paese che dà frumento e orzo, la vite e il fico e il melograno; una terra di ulivi, di olio e di miele [di dattero]” (cfr. Devarim/Dt 8,8-10). Da qui l’usanza sempre più diffusa di mangiare o bere prodotti della terra di Israele, per rafforzare anche in Diaspora il legame con la Terra della santità, del patto e della piena osservanza delle mitzwot.

L’istituzione di questo seder, non vincolato dall’halakhà, è tra le innovazioni del calendario ebraico più recenti: infatti risale ‘solo’ al XVII secolo e ha avuto più fortuna nel mondo sefardita che in quello ashkenazita. Scrive Ellen Bernstein, tra le fondatrici del gruppo Shomrè adamà [Custodi della terra] e curatrice del volume Ecologia & ebraismo (Giuntina, 2000): “La mitzwà più importante di Tu Bishvat, secondo i qabbalisti, erano le berakhot, le benedizioni: se recitate con kavvanà, con intenzione sincera, possono sanare le ferite… Questo seder è un magnifico tiqqun che possiamo organizzare per riparare l’universo spezzato”. Sante parole, in questi mesi in cui l’Australia sta bruciando diventando deserto, con miliardi di piante e di animali sterminati, e in cui l’Amazzonia viene sistematicamente deforestizzata e svuotata di biodiversità per coltivare le redditizie palme da olio e canne da zucchero.

In prospettiva, quanto profetiche sono state, sin dalla sua fondazione, le politiche dello Stato di Israele: riforestizzare, piantare alberi, inventare tecnologie agricole per risparmiare acqua e rispettare la terra. La festa di Tu Bishvat è stata riattualizzata in terra di Israele dal sionismo, parallelamente alla riscoperta delle origini delle tre feste di pellegrinaggio, legate al raccolto dell’orzo (pesach), del grano (shavu‘ot) e dei frutti estivi (sukkot). Riletture laiche, sociali e politiche del ciclo della natura, che nella tradizione biblico-rabbinica assumono valenze storico-teologiche ma che non contrastano le une con le altre. Questo recupero e continuo sviluppo della e nella tradizione – change in tradition – crea nuovo minhag, che nel caso di Tu Bishvat ripropone la dialettica particolare/universale tipica di tutta la rivelazione e spiritualità del popolo ebraico. In Israele sta avvenendo qualcosa di simile anche per Tu Beav, “il quindicesimo giorno del mese di Av”, festa dell’amore e del fidanzamento, con radici biblico-mishniche, che bilancia e fa tiqqun di Tesha Beav, giorno di lutto e digiuno per la distruzione del Tempio. Natura e storia, in entrambi i casi, si intrecciano in un messaggio che non smette di dare speranza, dentro e fuori Israele. Al maestro chassidico Nachman di Breslav è attribuito il detto: “Ah, potessi meritare di udire il canto e le lodi delle erbe, come ogni filo d’erba canta al Santo delle berakhot di tutto cuore, senza riserve e senza anticipo di ricompensa”. Guardando un filo d’erba fiorire ai margini di una baracca di Auschwitz, Liana Millu si ricordò che era primavera e resistette. Nulla poi, neppure la venuta del messia, deve interrompere la piantumazione di un albero…

Massimo Giuliani
collaboratore

Massimo Giuliani insegna Pensiero ebraico all’università di Trento e Filosofia ebraica nel corso triennale di Studi ebraici dell’Ucei a Roma


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