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Cinema e letteratura: eterni rivali o fortunati complici?

Cinque film tratti da romanzi israeliani

Cinema e letteratura. Cinema o letteratura. Dalla sua invenzione la cosiddetta “settima arte” è stata regolarmente accostata alle belle lettere, spesso addirittura contrapposta a esse, nel tentativo di definirne la posizione all’interno del sistema delle arti e soprattutto di comprenderne la specificità a livello narratologico. D’altronde, essendo il cinema “l’ultimo arrivato” in ambito artistico, si tratta di un atteggiamento comprensibile. Al di là delle considerazioni teoriche che hanno alimentato il dibattito intellettuale nell’ultimo secolo, cinema e letteratura hanno sempre dato vita a scambi molto fecondi. A livello numerico, è stato soprattutto il cinema ad attingere alla letteratura, rielaborando per il grande schermo storie che hanno emozionato milioni di lettori nel mondo ‒ anche se con risultati che a volte ci paiono a dir poco discutibili. Sì, perché diciamoci la verità, non solo la letteratura, per ovvie ragioni, possiede un altro linguaggio e un altro respiro rispetto al cinema. Quando abbiamo tra le mani un grande libro, amiamo immaginarne ogni dettaglio nella nostra mente, magari associare volti, frasi e luoghi a brani del nostro vissuto. In altre parole, costruirci il nostro film. Di conseguenza, se un altro si prende la briga di sostituirsi alla nostra fantasia, per quanto possa vantarsi del titolo di “regista”, non possiamo che rimanere delusi. Ma è un giudizio realmente obiettivo o quando si tratta dei libri che ci appassionano, è la nostra fantasia a essere snob?
Riguardo al rapporto con il cinema, la letteratura israeliana non ha nulla da invidiare alle produzioni di altri Paesi. La sua presenza all’interno del cinema internazionale, infatti, è una realtà già da diversi anni. Esaminiamo allora cinque film tratti da romanzi israeliani. Chissà che non venga qualche gradevole scoperta.

Devarim. Tra il 1995 e il 1999 Amos Gitai, il regista più “europeo” d’Israele, ha realizzato la “Trilogia delle città”, un ciclo di film dedicati ai maggiori centri urbani dello Stato ebraico ‒ ovviamente Tel Aviv, Haifa e Gerusalemme ‒ il più celebre dei quali è senza dubbio il discusso Kadosh (1999). Nel primo atto della trilogia, per raccontare la città di Tel Aviv Gitai ha scelto di portare sullo schermo un romanzo tanto straordinario quanto impossibile, vale a dire Inventario di Yaakov Shabtai (1977, pubblicato in Italia nel 2006). Il romanzo di Shabtai, che nella versione originale è costituito da un unico flusso narrativo di 280 pagine, basato per lo più su legami associativi, è un incredibile mosaico di volti e di storie del primo trentennio di vita d’Israele. Un’impresa davvero titanica quella di Gitai che, non a caso, si è concentrato soltanto sulle vicende dei personaggi principali ‒ Goldman, Cesar e Israel ‒ tre trentenni le cui esistenze vuote e confuse testimoniano la crudele evoluzione della nazione e della città. Benché il film non riesca in alcun modo a restituire la vastità del romanzo merita comunque la visione, non foss’altro per l’intensa performance del compianto Assi Dayan, figlio del più leggendario Moshe.

L’amante perduto. Forse qualcuno ricorderà questo coraggioso tentativo di Roberto Faenza, che ha dedicato una parte consistente del proprio lavoro a grandi romanzi della letteratura mondiale. Nel 1999 il regista torinese ha voluto riadattare per il cinema nientemeno che uno dei capolavori assoluti della letteratura israeliana, L’amante di A.B. Yehoshua (1977, pubblicato in Italia in varie edizioni). La sfida affrontata da Faenza non è inferiore a quella sostenuta da Gitai. Chiunque conosca il romanzo di Yehoshua, infatti, sa bene che la trama si basa su un’accurata indagine psicologica dei personaggi, interamente affidata a una serie di monologhi. Di conseguenza la verità della vicenda è frammentata, soggetta alla visione individuale di ogni personaggio. La soluzione proposta da Faenza è simile a quella di Gitai: sfruttare le relazioni principali del romanzo. Tuttavia, il regista italiano ha deciso di modificare il contesto originale della narrazione, collocandola nella contemporaneità e non nei mesi successivi alla guerra del Kippur (1973). È una scelta comprensibile da un punto di vista commerciale. Peccato che della peculiare e delicata fase storica raccontata da Yehoshua non vi sia più traccia.

Beaufort. I film che il cinema israeliano ha dedicato al “pantano” del Libano e ai suoi traumi sono numerosi. A questi nel 2007 si è aggiunto Beaufort, del regista Joseph Cedar. La sceneggiatura è tratta dal libro d’esordio di Ron Leshem, Tredici soldati (2005), e narra la vita di un gruppo di militari israeliani nella base di Beaufort, nel momento cruciale del ritiro dal Libano (2000). Se il romanzo rappresenta un esempio notevole di narrazione “dall’interno” della vita militare, stimolante e innovativa soprattutto sotto il profilo linguistico, da un punto di vista cinematografico il film non mostra nulla di nuovo, inserendosi nella ben avviata tradizione del cinema di guerra. Tuttavia, ogni dettaglio della pellicola è straordinario ed emozionante. A tredici anni dalla sua uscita, Beaufort è ormai diventato un grande classico del cinema israeliano.

Adam resurrected. Ci voleva un interprete d’eccezione come Jeff Goldblum per mettere in scena uno dei personaggi più complessi e tormentati dell’intera letteratura israeliana, vale a dire Adam Stein, il protagonista del capolavoro di Yoram Kaniuk, Adamo risorto (1968, pubblicato in Italia nel 2018). Esito di una produzione europea, statunitense e israeliana, la pellicola restituisce al lettore l’angoscia claustrofobica del racconto originale, anzi, fa di più, rende carne e sangue i fantasmi del protagonista, i quali hanno il volto glaciale di Daniel Defoe. Esaltato oppure demolito dalla critica, Adam resurrected è un film difficile, che lascia senza fiato. In questo è molto simile al romanzo di Kaniuk.

Arabi danzanti. Un’identità in prestito. Eran Riklis, acclamato regista de La sposa siriana (2004) e Il giardino di limoni (2008), si era accostato alla letteratura già nel 2010 con Il responsabile delle risorse umane, tratto dal romanzo omonimo di A.B. Yehoshua, ottenendo un buon successo. Nel 2014 ha voluto ripetere l’esperienza, rielaborando in una sola pellicola due romanzi dello scrittore arabo-israeliano Sayed Kashua, Arabi danzanti (2002) e Due in uno (2010). L’esperimento di Riklis è ben riuscito, offrendo uno sviluppo narrativo di forte impatto alla storia di Eyad, l’adolescente arabo-israeliano che tenta con difficoltà di inserirsi nella società ebraica di Israele. Va sottolineato che l’autore della sceneggiatura è lo stesso Kashua, già rodato scrittore di serie televisive. In ogni caso, questo film testimonia della felice interazione tra cinema e letteratura, sotto ogni aspetto. D’altronde, chi se non Kashua avrebbe saputo rielaborare le narrazioni originali con la stessa disperata, caustica ironia?

Sara Ferrari
Collaboratrice

Sara Ferrari insegna Lingua e Cultura Ebraica presso l’Università degli Studi di Milano ed ebraico biblico presso il Centro Culturale Protestante della stessa città. Si occupa di letteratura ebraica moderna e contemporanea, principalmente di poesia, con alcune incursioni in ambito cinematografico. Tra le sue pubblicazioni: Forte come la morte è l’amore. Tremila anni di poesia d’amore ebraica (Salomone Belforte Editore, 2007); La notte tace. La Shoah nella poesia ebraica (Salomone Belforte Editore, 2010), Poeti e poesie della Bibbia (Claudiana editrice, 2018). Ha tradotto e curato le edizioni italiane di Yehuda Amichai, Nel giardino pubblico (A Oriente!, 2008) e Uri Orlev, Poesie scritte a tredici anni a Bergen-Belsen (Editrice La Giuntina, 2013).

 


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