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Cultura
Cosa significa musealizzare la Shoah?

Luoghi della memoria, musei e memoriali

Negli ultimi decenni il museo, quale luogo istituzionalmente delegato alla conservazione e alla comunicazione dell’opera d’arte, ha assistito al compiersi di due rivoluzioni distinte ma interagenti. La prima a carattere sociale, che nella società postmoderna ha decretato il successo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, la seconda a carattere concettuale, che ha progressivamente connotato il museo come macchina, strumento, mezzo, medium, cantiere e laboratorio.
L’evoluzione museale ha avuto un’importante svolta nel 1989, anno in cui è stata pubblicata una raccolta di saggi intitolata New Museology, realizzata da Peter Vergo. Qui l’autore intendeva denunciare «uno stato di diffusa insoddisfazione verso la “vecchia” museologia, sia all’interno sia all’esterno dei professionisti del museo» (P. Vergo, New Museology, Reaktion Books, Londra 1989, p. 3).
La categoria dei nuovi musei che si è venuta a creare costituisce un’eterogenea tipologia museale, che include diverse forme: dai tradizionali musei d’arte rivisitati in chiave innovativa, ai musei del colonialismo, quelli della memoria, delle civiltà contadine e così via.
Nell’ambito della museologia e della museografia è chiaramente entrato in gioco anche l’approccio antropologico ed etnografico, grazie al quale il museo è sentito come un’istituzione sociale, capace di utilizzare una determinata cultura e in grado di connettere simbolicamente curatori, oggetti, pubblico e ambienti.

Quasi contestualmente allo sviluppo museografico, l’evento mondiale spartiacque che è stato la Shoah ha introdotto una nuova tipologia museale, con una particolare modalità di fruizione, che ha saputo interagire con il difficile rapporto esistente proprio tra l’evento Shoah e il pubblico. Questo dibattito è avvenuto sullo sfondo di più generali considerazioni sulle cosiddette architetture della memoria, che assumono un ruolo sociale, collettivo e sono il punto di partenza per l’elaborazione del lutto. I successivi processi di significazione, scaturiti dalla contemporanea accezione della forma-museo e della sua comunicazione, fanno sì che un museo oggi non sia solo un contenitore, ma anche un mezzo utilizzato per nuove modalità di insegnamento e di apprendimento ( I. Pezzini, Semiotica dei nuovi musei, Editori Laterza, Bari 2011).
Dunque è importante comprendere che parlare di architetture memoriali e di musei in riferimento alla Shoah significa parlare anche della conservazione e del recupero dei luoghi autentici, a volte senza alcuna traccia del crimine, altre volte con una successiva costruzione nei pressi dei siti originari del massacro. In ogni caso, negli ultimi anni si è assistito ad una costante musealizzazione dei siti della memoria.
Ora è importante effettuare una preliminare distinzione tra i luoghi della memoria, ossia quelle zone che si trovano prevalentemente nell’Europa centrale e orientale in cui si è consumato lo sterminio, e la volontà di creare una memoria dei luoghi, confluita nella creazione di musei e memoriali, frutto di precise scelte, soluzioni e strategie.
I siti del trauma sono quindi spazi fisici che esibiscono principalmente se stessi, e in alcuni casi nient’altro, in altri i resti di quei luoghi vengono utilizzati come contenitori per esporre anche reperti di vario tipo: oggetti appartenuti alle vittime, indumenti, scarpe, utensili, strumenti di tortura o armi, immagini fotografiche, documenti, lettere. Vediamo quindi come cambia l’oggetto espositivo e la sua “densità figurativa”, e come a prescindere dalla presenza o meno di elementi esclusivamente appartenenti alla sfera museale, si può determinare un’intensità patemica scaturita dai luoghi musealizzati.

Luoghi musealizzati: alcuni esempi
I sopravvissuti, i loro familiari, le istituzioni, i musei, i memoriali portano avanti in maniera differente e in luoghi differenti queste memorie. Inoltre anche riguardo al mantenimento dei luoghi della memoria vi è sempre stato un paradosso: da un lato la volontà di vederli religiosamente conservati, dall’altro, la necessità di musealizzarli.

foto Eirene Campagna

Uno dei primi lager a subire un processo di musealizzazione è l’ex campo di Auschwitz-Birkenau, ad Oświȩcim, in Polonia. La liberazione del campo avviene, come è noto, il 27 gennaio 1945 da parte dei soldati dell’Armata Rossa. Alcuni mesi dopo la fine della guerra e la liberazione dei campi, un gruppo di ex-prigionieri polacchi cominciò a voler ricordare pubblicamente e istituzionalmente le vittime di Auschwitz. Per farlo contribuirono attivamente alla creazione della “Difesa Permanente del Campo di Auschwitz” e accolsero le migliaia di persone che cominciarono ad accorrere per ritrovare le tracce dei loro parenti, per pregare e rendere onore a coloro che vi erano stati sterminati.
Gli ex-prigionieri, ancora prima della creazione ufficiale del Museo, prepararono, in questo luogo, la prima mostra che venne inaugurata il 14 giugno 1947. Il 2 luglio dello stesso anno il Parlamento polacco approvò la delibera di salvaguardia dei terreni e degli edifici dell’ex campo e ratificò la nascita del Museo Statale di Oświȩcim-Brzezinka, nome che nel 1999 è stato modificato in Museo Statale di Auschwitz-Birkenau. Ancora prima della costruzione del museo, ci si interrogò sul fatto se esso dovesse solo ricostruire il passato o se dovesse anche chiarire e spiegare soprattutto i meccanismi principali del sistema di sterminio. Oggetto di discussione è stato anche il nome stesso di “museo”, ancora oggi non tutti accettano la denominazione di Museo Statale di Auschwitz-Birkenau: alcuni ritengono che l’ex campo sia soprattutto un cimitero, altri che sia un luogo della memoria, altri ancora che sia un istituto del ricordo, un centro di educazione e di studio. Attualmente, il museo di Auschwitz-Birkenau svolge contemporaneamente varie funzioni: evoca l’idea di cimitero, ma anche di luogo della memoria, di monumento, di “Istituto del Ricordo”, e restituisce la misura esatta di quello che è accaduto.

Yad Vashem – Foto Shutterstock

Il primo vero museo della Shoah sorge nel complesso memoriale dello Yad Vashem, fondato nel 1953 con la Legge del memoriale approvata dalla Knesset, il Parlamento Israeliano.
Nei primi anni Settanta, Yad Vashem inaugurò la sua prima esposizione storica di base e nel 1973 fu creata una nuova e ampia mostra permanente nel Museo Storico. Era il primo museo che cercava di affrontare in modo sistematico ed esauriente la presentazione della storia della Shoah ponendo al centro il punto di vista ebraico. L’esposizione permanente, basata su un criterio cronologico e tematico, è stata continuamente riveduta e aggiornata, tanto che si può dire che Yad Vashem è, ancora oggi, una grande opera in progress.
L’architetto Moshe Safdie progetta il nuovo Museo della Storia della Shoah che è stato eretto nel 2005, e costituisce l’ultimo atto di un lungo impegno per la realizzazione di un luogo della memoria nei pressi di Gerusalemme. La vera titolazione del complesso è The Holocaust Martyrs’ and Heroes’ Remembrance Authorithy, perché è qui che si trova l’archivio mondiale di tutte le vittime. L’idea iniziale era quella di costruire un sacrario per una luce eterna, un monumento agli eroi dei ghetti, una torre alla memoria di tutti gli ebrei che avevano combattuto contro il nazismo, una mostra permanente sui campi di concentramento e di sterminio ed un tributo ai Giusti fra le Nazioni (Cfr: I. Engelhardt, A Topography of Memory. Representations of the Holocaust at Dachau and Buchenwald in Comparison with Auschwitz, Yad Vashem and Washington, P.I.E.-Peter Lang, Bruxelles 2002). Quando nel 2001 viene varato il nuovo Yad Vashem Masterplan, con lo scopo di lanciare verso il nuovo secolo il memoriale del monte Herzl, l’architetto Moshe Safdie realizza il suo progetto con grande libertà di linguaggio, ma rispettando l’assetto naturale dello sky line della collina, che, come richiesto, non doveva essere stravolto. Il museo che ha realizzato è un edificio a forma di prisma triangolare che trafigge la montagna da una parte all’altra e le due estremità del prisma si protendono nel vuoto.
L’intero edificio è in calcestruzzo grezzo rinforzato, il pavimento leggermente in pendenza, e percorrendo il lungo corridoio il prisma si restringe, potenziando l’effetto dei mutamenti narrativi all’interno del percorso e creando l’illusione di scendere nelle profondità del monte.

L’approccio memoriale e commemorativo in relazione al racconto della Shoah, come abbiamo visto, ha cercato e cerca di evocare, nelle sue forme memoriali di rappresentazione l’evento che rappresenta. La costruzione, sui “luoghi del ricordo”, o più esplicitamente sui “luoghi della memoria”, comincia ad avere anche altre caratteristiche come l’astrazione, l’afasia e un rapporto molto stretto con il luogo. Anche le architetture cambiano, da forme più monumentali si arriva ad architetture più complesse, dotate di una propria spazialità. Così all’interno della categoria dei nuovi musei, quelli dedicati alla memoria traumatica presentano una serie di strategie comunicative che posseggono delle specificità, così come i nuovi memoriali documentano emozionando i visitatori ed enfatizzando in questo modo le lacerazioni della storia, il vuoto di senso che le tragedie hanno lasciato, e si fanno portavoce di un forte messaggio per le generazioni future.

Museo ebraico di Berlino – Foto Eirene Campagna

È il caso del museo ebraico di Berlino, realizzato da Daniel Libeskind, che ha avuto una lunga gestazione che va dal 1989 al 1999. A ultimazione dei lavori l’edificio è rimasto per due anni privo di allestimento interno, benché aperto al pubblico, è stato poi inaugurato l’11 settembre 2001. L’architetto ha elaborato un itinerario in relazione alla Shoah impostato sul concetto di “vuoto”, promuovendo una lettura dell’assenza mediante l’attraversamento fisico di uno spazio volutamente privo di volumi solidi che fosse in grado di dichiarare la mancanza di memoria e indurre il fruitore a sperimentare in prima persona il sentimento dell’oblio, della de-memorializzazione. L’intento e il fine ultimo di Libeskind e del suo museo erano la materializzazione di quel vuoto, per renderlo, in tutta la sua scomodità e indicibilità, parte integrante della storia tedesca.
I monumenti e i memoriali, come abbiamo visto, rappresentano quindi il primo atto compiuto per fissare la memoria di un evento nel tempo, sono perciò testimonianza della necessità da parte dell’uomo di avere un luogo dove riunirsi per ricordare l’evento, fungono da “stabilizzatori di memoria” e sono il simbolo tangibile e visibile del trauma.

Eirene Campagna
collaboratrice

Classe 1991, è PhD Candidate dello IULM di Milano in Visual and Media Studies, cultrice della materia in Sistema e Cultura dei Musei. Studiosa della Shoah e delle sue forme di rappresentazione, in particolare legate alla museologia, è socia dell’Associazione Italiana Studi Giudaici.


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