Cultura
Cosa significa scrivere poesia oggi?

Riflessioni sul presente con i poeti Ronny Someck e Giovanna Rosadini Salom

A che cosa serve la poesia? E non soltanto in senso generale: a che cosa serve la poesia oggi, nel 2019, in Italia, in Israele, ovunque nel mondo? Di questo e di altri interrogativi abbiamo discusso nei giorni scorsi con il poeta israeliano Ronny Someck, in occasione della sua breve permanenza nel capoluogo lombardo, durante la quale è stato protagonista di due incontri pubblici, entrambi organizzati dall’Associazione Italia-Israele di Milano. Il primo evento si è svolto presso il Circolo Filologico, dove l’autore israeliano è stato introdotto da Sarah Kaminski, una delle sue traduttrici italiane, e accompagnato dall’elegante chitarrista Emanuele Segre. Il giorno successivo, invece, presso l’Università degli Studi di Milano, Someck ha dialogato con la “collega” italiana Giovanna Rosadini Salom, attraverso una vivace narrazione delle reciproche esperienze in ambito poetico. È soprattutto durante questo secondo appuntamento che i nodi riguardanti la poesia sono venuti al pettine, grazie al ricco scambio tra i due autori, così diversi nei temi, nelle forme e nelle vicende personali, eppure molto vicini nel territorio smarginato della scrittura lirica.
Dal confronto tra Giovanna Rosadini Salom e Ronny Someck è emersa soprattutto una sostanziale differenza tra Italia e Israele nella considerazione della figura del poeta e nella collocazione della poesia all’interno della cosiddetta cultura “popolare”.

Elitario o popolare

Proviamo a fare un gioco, anche se a distanza. Alzi la mano chi, in Italia, ricorda di aver letto una poesia pubblicata su un qualunque quotidiano a diffusione nazionale, o chi di recente è corso ad ascoltare la lettura pubblica del proprio poeta preferito. Alzi la mano chi, sempre in Italia, mentre beve il caffè del mattino o torna a casa dal lavoro la sera, può ascoltare su qualsiasi stazione radio nazionale canzoni nate in origine come testi poetici e scritte dagli autori più celebri e stimati, del presente e del passato. Per intenderci, gli stessi inclusi nei programmi scolastici, quelli che da decenni fanno sudare generazioni di studenti (senza considerare l’esperimento di Rosario Fiorello con San Martino del Carso di Giosuè Carducci, frutto dell’età del karaoke, giustamente finito nel dimenticatoio degli anni ’90). Alzi la mano chi ha visto più volte la propria città tappezzata con i versi dei più grandi poeti italiani. Dubito che, a seguito di richieste simili, ci troveremmo di fronte a un tripudio di mani levate. D’accordo, possiamo anche accettare che nel Terzo Millennio l’uomo abbia trovato nuovi modi per esprimere se stesso e che scrivere/leggere versi a molti possa apparire obsoleto, ma non si tratta soltanto di questo. La poesia in Italia è da sempre considerata un genere per lo più elitario, destinato a pochi affezionati lettori, quando non è vista come un noioso obbligo scolastico, adempiuto il quale ci si può finalmente occupare di attività più redditizie. Per questo, anche a livello editoriale, la poesia rimane senza dubbio una cenerentola, non offrendo agli operatori del settore succose possibilità di guadagno. Ciò nonostante, il nostro Paese può vantare ottime case editrici specializzate, che tentano di sopravvivere in ogni caso, unitamente a prestigiosi festival poetici, spesso anche molto frequentati. Inoltre, basta fare un rapido giro su internet per rendersi conto che un nutrito numero di cittadini italiani si diletta nel comporre versi e ambisce al titolo di “poeta”. E non solo per omaggiare il vecchio adagio, ormai ampiamente smentito dai fatti, secondo il quale gli italiani sarebbero un popolo di poeti, oltre che di santi e di navigatori. Di sicuro, c’è chi crede che per scrivere poesia sia sufficiente andare a capo, come ci ha ricordato Giovanna Rosadini Salom. Scrivere poesia però implica una fatica notevole, prima fra tutte il coraggio di esporre se stessi, mettendosi completamente a nudo, nella speranza che qualcuno ci accolga nella nostra fragilità. In realtà, ciò che manca in Italia è la collocazione della poesia e, prima ancora, della figura del poeta, dentro la società, nel cuore pulsante della collettività nazionale. Ancora, infatti, sembra prevalere l’immagine del poeta come di un individuo svincolato dalla viva realtà del Paese, chiuso nella propria torre d’avorio a scrivere versi per pochi, che pochi leggeranno. È difficile dire se la responsabilità appartenga o meno ai poeti stessi. Forse sì, almeno in parte. Tuttavia, è indiscutibile che dagli anni ’60, momento in cui la cultura e la letteratura italiane hanno subito una consistente trasformazione, altre forme artistiche siano intervenute a colmare questo vuoto, prima fra tutte la grande canzone d’autore.
In Israele, al contrario, come lo stesso Ronny Someck ha più volte confermato, la situazione è da sempre molto differente, sin dalle origini. Il poeta, infatti, è considerato un cittadino comune, ahad ha-‘am, un membro del popolo come chiunque altro, dotato però del talento unico di saper comprendere e cantare i sentimenti, i sogni, le difficoltà di tutti. Così è avvenuto principalmente nei decenni precedenti la dichiarazione dell’Indipendenza d’Israele, quando la poesia ha assunto il ruolo fondamentale di legittimare gli enormi sforzi che l’intera cittadinanza dello Yishuv stava compiendo per realizzare il sogno di una patria ebraica rinnovata nella Terra dei Padri. Basti pensare al livello di popolarità raggiunto da poeti come Rachel, Lea Goldberg e Natan Alterman, fino ad arrivare a Yehuda Amichai, Meir Wieseltier, Agi Mishol e allo stesso Ronny Someck. Anche quando, per esigenze stilistiche o storico-politiche, i poeti hanno assunto toni profetici ˗ Hayim Nahman Bialik o Uri Zvi Grinberg, ad esempio ˗ in ogni caso non hanno mai cessato di essere profondamente partecipi all’entità del popolo. Del resto, anche i profeti biblici erano parte integrante del popolo d’Israele.
In altre parole, diversamente da quanto si è verificato sul suolo europeo, nello Stato ebraico non è mai davvero esistita alcuna cesura tra la cosiddetta “cultura popolare” e quella che è stata qualificata come “cultura alta” o “d’élite”, giacché i due elementi erano fusi in un’unica entità: ‘am Yisra’el, “il popolo d’Israele”.

Poesia e canzone

Di certo sarebbe inverosimile pensare che un simile idillio potesse durare in eterno. Infatti, è innegabile che nel corso degli anni la società israeliana abbia subito mutamenti considerevoli, e con essa le sue strutture politiche e culturali, determinando per la poesia momenti di crisi anche seri, come il regista Nadav Lapid ha documentato nell’incantevole film Ha-ganenet (The Kindergarten Teacher, 2014). Ciò nonostante, lo status tradizionale della poesia all’interno del patrimonio culturale dello Stato ebraico difficilmente potrà essere scalfito del tutto. Così, i quotidiani più diffusi, come Haaretz, per citare il più noto, seguitano a pubblicare testi poetici nel supplemento letterario del venerdì, dando spazio tanto a giovani esordienti quanto ad autori veterani. I poeti si esibiscono con estrema frequenza in letture pubbliche, non solo in occasione dei festival o nelle librerie, ma anche nei caffè e nei pub. Le loro voci sono ascoltate dal pubblico e alcuni di essi hanno tutt’oggi un seguito che sarebbe inimmaginabile per l’Italia. Senza contare le iniziative pubbliche come Shirah al ha-derekh, “Poesia per strada”, promossa dalla municipalità di Tel Aviv, che per diversi anni ha portato la poesia tra le vie e le piazze della città, dando vita a un paesaggio urbano del tutto inedito. Ancora: in ebraico esiste un unico sostantivo per definire tanto il componimento poetico quanto la canzone ed è la parola shir. In questo modo poesia e canzone coincidono, addirittura sotto un profilo formale. Perciò, fin dagli albori le poesie hanno rappresentato non solo un retaggio letterario ma anche musicale, trasformandosi in canzoni che tutti cantavano e cantano tuttora. Per verificarlo è sufficiente sintonizzarsi sulla radio israeliana o scandagliare la produzione dei più famosi cantanti israeliani.

Nei panni del mondo

Fin qui abbiamo discusso dello status quo. Non abbiamo però risposto alla domanda che abbiamo posto all’inizio: a che cosa serve la poesia oggi? Probabilmente non esiste un’unica risposta soddisfacente. Ogni poeta pretenderebbe di avanzare la propria idea e, facilmente, ne nascerebbe una querelle letteraria destinata a non avere fine. Ronny Someck, dal canto suo, ha tentato comunque di soddisfare questa richiesta, benché non a parole, come ci si potrebbe aspettare da un poeta. Da anni impegnato a lavorare con ragazzi disagiati, sia nelle scuole sia nelle case di detenzione, durante la sua breve parentesi milanese Someck ha voluto incontrare alcuni giovani detenuti nel carcere di San Vittore. Si sono lette poesie, si è parlato di scrittura e di episodi di vita, senza tralasciare però il calcio e il basket. Tutto si è svolto in un’atmosfera densa di emozione e di simpatia reciproca, che ci ha indotti a ulteriori, profonde riflessioni. Perché senza dubbio è compito primario della poesia illuminare i volti e rischiarare le coscienze, soprattutto di chi alla fine ti sussurra “grazie per aver trovato del tempo per noi”.

Sara Ferrari
Collaboratrice

Sara Ferrari insegna Lingua e Cultura Ebraica presso l’Università degli Studi di Milano ed ebraico biblico presso il Centro Culturale Protestante della stessa città. Si occupa di letteratura ebraica moderna e contemporanea, principalmente di poesia, con alcune incursioni in ambito cinematografico. Tra le sue pubblicazioni: Forte come la morte è l’amore. Tremila anni di poesia d’amore ebraica (Salomone Belforte Editore, 2007); La notte tace. La Shoah nella poesia ebraica (Salomone Belforte Editore, 2010), Poeti e poesie della Bibbia (Claudiana editrice, 2018). Ha tradotto e curato le edizioni italiane di Yehuda Amichai, Nel giardino pubblico (A Oriente!, 2008) e Uri Orlev, Poesie scritte a tredici anni a Bergen-Belsen (Editrice La Giuntina, 2013).

 


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