L'agenda di Joi
Hebraica Nizozot/Scintille
Dentro la leggenda di Rabbi Shim‘on bar Yochai

La sua esistenza storica è avvolta da un’aura leggendaria, da un’aneddotica agiografica e da una fama taumaturgica pressoché unica nella vasta letteratura rabbinica

Essendo uno dei maestri più citati nella Mishnà nonché il mistico a cui è stato tradizionalmente attribuito lo Zohar, sono pochi nel mondo ebraico quanti non abbiano in orecchio almeno il nome di Rabbi Shim‘on bar Yochai. La sua esistenza storica, che non può essere frutto di mera invenzione, è avvolta da un’aura leggendaria, da un’aneddotica agiografica e da una fama taumaturgica pressoché unica nella vasta letteratura rabbinica. Di certo c’è che fu un tannaita di III generazione ossia: visse nella prima metà del II secolo dell’era volgare in terra di Israele; fu uno degli allievi prediletti di Rabbi ‘Aqivà (a sua volta un ‘mito’ tra i padri fondatori del giudaismo rabbinico); dopo la rivolta di Bar Kochbà contro i romani insegnò e operò nell’area di Tiberiade (quando il sinedrio venne trasferito in Usha in Galilea); e, molto probabilmente, venne sepolto sul monte Meron, dove ancora oggi la sua tomba è meta di devoti pellegrinaggi di ebrei ortodossi durante la festa di Lag baOmer. Abbiamo poi certificati dalla tradizione, orale e più tardi scritta, i suoi numerosi insegnamenti su una grande quantità di temi, halakhici e non, spesso a partire da quell’aneddotica su cui è costruita la sua leggenda.

Uno degli episodi più noti legati al nome di Rabbi Shim‘on bar Yochai, in cui compaiono anche suo figlio Elazar e il profeta Elia (la cui presenza contribuisce al mito di questo maestro), è la storia della caverna narrata nel trattatto Sanhedrin 33b del Talmud babilonese. Niente a che fare con la caverna platonica. Il famoso discepolo di Rabbi ‘Aqivà vi si era rifugiato perché, come il suo maestro, era un ricercato – condannato a morte, dice un’altra fonte – dai romani, avendo dato sostegno teologico-politico alla rivolta capeggiata da Bar Kochbà contro l’imperatore Adriano (il leader di quell’azione anti-imperiale era stato addirittura riconosciuto messia). Come per ogni andettoto di questa natura, locazione e datazione della storia sono vaghe. Fatto sta che per salvarsi dovettero – lui e suo figlio – nascondersi in una caverna, nella quale miracolosamente spuntò una pianta di carrube per sfamarli (cibo per asceti!) e una sorgente sgorgò per dissetarli. “Si spogliarono dei loro vestiti e si immersero nella sabbia fino al collo, e tutto il giorno studiavano Torà” dice la leggenda. “Quando veniva il momento della preghiera si rivestivano e pregavano, poi si svestivano di nuovo e tornavano nella sabbia per non logorare i vestiti. In questo modo trascorsero dodici anni nella caverna”.

La storia è rinarrata da Elie Wiesel, da Abraham Joshua Heschel, da Arthur Green e da molti altri storytellers contemporanei. Studiando Torà, i due tannaiti sfidavano gli empi decreti dei loro oppressori romani e divennero degli ‘eroi nazionali’; al contempo venivano a incarnare l’ideale del maestro secondo il Talmud e il primato assoluto dello studio della Torà, diventando così ‘modelli rabbinici’. La storia non è finita. Avvisati dal profeta Elia che il decreto di morte contro di loro era stato revocato, padre e figlio uscirono dalla caverna: vedendo la gente intenta in banali occupazioni quotidiane come arare e seminare, la deprecarono. “Tutto ciò che i due studiosi guardavano, veniva immediatamente consumato con il fuoco dei loro occhi”. Dovette intervenire una voce dal Cielo per fermarli: “Volete distruggere tutto il mio mondo? Tornate nella caverna!”. Per punizione, rimasero segregati un altro anno”, il tempo per espiare e guarire dal loro radicalismo religioso, oggi diremmo dal loro fanatismo. In effetti, quando videro che aratura e semina si fermavano per lo shabbat, si riconciliarono con il mondo (almeno con quello degli altri ebrei). Il valore pedagogico di tale leggenda è intuibile a tutti: mentre afferma il primato dello studio e dell’ascesi religiosa, mette in guardia contro i loro eccessi e cerca di prevenire le forme di estremismo, che sconfinano sempre con una distruzione del mondo.

Che dire poi dell’attribuzione, storicamente falsa ma simbolicamente vera, dello Zohar a Rabbi Shim‘on bar Yochai e al suo circolo di nove discepoli, invero altrettanti maestri? Vale la pena ricordarli: si tratta del già citato Elazar, suo figlio, e poi di R. Abba, R. Yehidà, R. Yitzchaq, R. Chitzchià, R. Chiayà, R. Yose, R. Yeisa e R. Achà. Nel grande codice della qabbalà essi compongono una specie di ‘accademia peripatetica’ ovvero itinerante, tenuta insieme dalla devozione per il loro comune maestro, il quale si compiace spesso dei loro insegnamenti. Questi ultimi si sviluppano sulla base di un’esegesi spesso allegorica dei testi ma sempre tesa a cercare i significati più spirituali, trascendenti e sublimi dei versetti e delle storie bibliche. È questo, per così esprimerci, l’imprint del ‘maestro del maestro’ ossia dello stesso Rabbi ‘Aqivà, che inclinava a dedurre significati e halakhot (norme) dalla Torà, anzi da ogni corona della Torà (cfr. Menachot 29b) andando oltre, se necessario, al senso letterale di parole e versetti. Rabbi Shim‘on bar Yochai avrebbe proseguito e portato alle estreme conseguenze – non aveva anima da estremista? – questo metodo ermeneutico, e ciò lo rendeva un candidato ideale, ancora nel XIV secolo, all’authorship di un’opera come lo Zohar, tutta tesa a esplorare la trascendenza dei mondi superni, la vita interna al divino, le emanazioni sefitoriche, le migrazioni della Shekhinà, i valori segreti dell’alfabeto ebraico, i simboli cifrati del Cantico dei cantici, ecc.

Questa pseudo-attribuzione (pseudoepigrafia, la chiamano i tecnici dei testi antichi) era già stata preceduta da altre: gli era stata attribuita una versiona della Mekhiltà, ovvero uno dei primi commenti midrashici a Shemot/Esodo (limitatamente all’uscita dall’Egitto), testo da poco tradotto in italiano e pubblicato dalle edizioni Qiqajon a cura dell’ebraista Alberto Mello; parimenti a suo nome sono giunti a noi altre compilazioni midrashiche, i Sifre a Bemidbar/Numeri e Devarim/Deuteronomio; e ancora a suo nome sono associati i testi apocalittici che riflettono visioni escatologiche (le Nostarot ossia i Segreti di Rabbi Shim‘on bar Yochai, gli Otot cioè i Segni, nonché la Tefillàcioè la Preghiera di Rabbi Shim‘on) e che risalgono probabilmente al VI-IX secolo dell’era volgare. Vi sono descritti i grandi conflitti tra bizantini e persiani prima e tra bizantini e arabi musulmani dopo, sullo sfondo dei quali il mondo ebraico dell’epoca immaginava l’arrivo e l’azione miracolosa dei due messia, il messia figlio di Efraim e il messia figlio di David, e la guerra contro il re-imperatore Armilus alias Romulus… e i segni terribili che avrebbero accompagnato simili conflitti e, da ultimo, il trionfo del messia (ossia la rivincita di Israele) su tutti gli empi imperi. La figura teologico-politico di Shim‘on bar Yochai era perfetta per unire i fili di questa letteratura apocalittica e di una lettura mistica della storia universale e del popolo ebraico, per secoli ‘un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro’. Non male per un maestro che, forse, sogna solo di poter studiare indisturbato la Torà e dedicarsi alla contemplazione.

Ancora un ultimo insegnamento attribuito al nostro impegnativo maestro, secondo il Talmud Yerushalmi (Berakhot1,2). Disse: “Se fossi stato ai piedi del Sinai quando Israele ricevette la Torà, avrei chiesto a Dio di dotare l’uomo di due bocche: una per studiare Torà e l’altra per tutti gli altri impicci quotidiani… Ma poi ho pensato: già il mondo fatica a reggere le calunnie che escono da una bocca sola [per ogni individuo], figuriamoci se potrebbe reggere le calunnie che escono da due bocche!”. Sostituite ‘calunnie’ con fake news, è avrete la modernità di questo maestro.

Massimo Giuliani
collaboratore

Massimo Giuliani insegna Pensiero ebraico all’università di Trento e Filosofia ebraica nel corso triennale di Studi ebraici dell’Ucei a Roma


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