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Dittature sanitarie, antisemitismo e congiure: la galassia mondiale dei complottisti populisti

Quando il complottismo diventa l’ingrediente che riattiva l’antisemitismo: un’analisi approfondita

«No mask, no vax, not meat but only the breath of creatures, freedom of choice, mostly no reality». Nell’ultimo caso, forse, esiste una dimensione “reality” plausibile, quella che coincide con se stessi: la mia libertà è un assoluto, semmai caschi tutto il resto! Soprattutto, come qualcuno ha scritto sui social network, quando il grido di battaglia è: «salviamo i bambini dalla dittatura sanitaria». Alle quali si aggiungerebbero altre dittature, ovvero quella «finanziaria e giudiziaria». Ce lo chiede, tra gli altri, un non meglio precisato «popolo delle mamme». Così recitava il manifesto di convocazione della manifestazione romana, alla Bocca della Verità, di sabato 5 settembre. Nel mentre, si sono già succedute quelle, ben più imponenti, di Berlino, di Parigi e di molte altre località. L’inciso è che «il governo sta illegittimamente limitando le libertà personali e i diritti inalienabili dei cittadini. Tali limitazioni danneggiano soprattutto la fascia più debole della nostra società: i bambini». Assoldare gli infanti, facendosene scudo, per intestarsi una fittizia battaglia di libertà di scelta, è il classico colpo mancino, che si sfodera quando si cala l’asso per cercare di paralizzare gli avversari, obbligandoli ad una snervante ed inconcludente guerra sul campo dei principi non contrattabili: la mia libertà non può incontrare nessun vincolo che non sia quello al quale do il mio consenso. Da me stesso. Non esiste lo Stato di diritto ma i miei soli diritti. A ben ascoltare, sono solo le prime note di una partitura più generale, che parte dal fantasma della «dittatura» per cercare quindi di raccogliere e coagulare consensi intorno alla paura per la «globalizzazione». Trasformandola in capitale politico, da utilizzare nello scontro quotidiano.

Il complottismo, in questo campo, è un movente che agita i pensieri e muove i corpi. Il sale del delirio. Si ibrida a fantasie preesistenti, si metabolizza e si mimetizza con i pensieri di lungo corso, soprattutto alimenta la subcultura del sospetto che, a sua volta, nutre l’angoscia collettiva. Contro la quale, si propongono come facilitatori, comprensivi e amorevoli, indicando che sì, un problema esiste per davvero, ed è la «grande menzogna» con la quale i «poteri forti» tengono asserviti a sé, ai propri sporchi e inconfessabili interessi, ai loro calcoli di immondo «profitto», quei «popoli» e quelle nazioni che altrimenti sarebbero libere di essere se stesse, nella loro autentica radice.

Nell’alternativismo d’accatto e miserabile dell’universo complottista si incontra un nuovo Medioevo del pensiero – dove tutto è manipolazione, richiedendo quindi una purificazione attraverso il ferro e il fuoco dell’ira popolare – e lo scimmiottamento della lotta politica e sociale. Di quest’ultima, il complottismo si candida a surrogarne diversi aspetti, a partire dai molti timori che intere collettività nutrono per il proprio futuro. Ci torneremo nelle righe a venire, in maniera un po’ più analitica. Da subito, però, va detto al lettore che l’antisemitismo sta a pieno titolo dentro questo incubatore. Quello del rifiuto della complessità dei dati di fatto a favore, invece, di un asfissiante ideologismo che si traveste da “rivelazione”: c’è una congiura, ci sono dei congiurati, bisogna che le «forze sane» della nazione, quelle consapevoli della minaccia, si coalizzino.

La struttura portante di questa intelaiatura paranoide è quella a suo tempo licenziata dai «Protocolli dei savi anziani di Sion», viatico immarcescibile per tutti quei fulminati sulla via della rivelazione: a dire che sotto la crosta terrestre (di una terra magari piatta) c’è una concavità dove le «forze del male» non solo allignano ma, soprattutto, si sono coalizzate per distruggere la vera ed autentica «natura umana», quella che riposerebbe invece su tradizioni, identità e “culture” antiche. Soprattutto su stirpi, che un tempo si chiamavano «razze» e che ora, invece, sono state mediaticamente riclassificate come «popoli», ovvero «etnie». Più semplicemente, in quanto «gente». C’è un problema di politicamente corretto anche tra i complottisti: l’antisemitismo sta lì, sulla punta della lingua, bruciando come il peperoncino che attizza poi le cavità respiratorie: naso, faringe, laringe, trachea, polmoni, pleura, bronchi e bronchioli chiedono di poterlo respirare, inalare, assimilare, poiché dà il senso della potenza, quella che deriva dal mettersi alla prova con qualcosa di tanto impronunciabile quanto liberamente scandaloso; ma si sa che il pronunciarlo in pubblico, al momento, non è ancora possibile. La logica è quella dei bambini quando sono impediti a dire le parolacce; più glielo si impedisce, maggiore è la tentazione. Anche perché non si presenta mai come un pregiudizio a sé, nutrendosi semmai del sonno collettivo della ragione, nel quale sguazza come in una brodaglia primordiale. Se c’è il divieto funzionale di pronunciarlo, lo si può però richiamare per assonanza di idee, per associazione di pensieri, per allusioni più o meno implicite, soprattutto costruendo un clima di farneticazioni oniriche dentro i quali i fantasmi assumo tangibilità, corpo e sostanza.

All’atto dei riscontri, del tutto inesistenti poiché non c’è nulla di più motivante e galvanizzante del crearsi una realtà propria, credere in essa e poi cercare aggregazione solidaristica, si potrà sempre dire che i veri mentitori sono gli “altri”. In quanto il complottismo rilancia le accuse di surrealismo che riceve contro chi le esprime, invertendone la polarità: la vera ed unica realtà è quella svelata da chi si adopera, anima e corpo, contro lo spirito della congiura. I raccattapalle si prendono terribilmente sul serio, non hanno certo il tempo, e neanche la voglia, di scherzare, essendo in eterna missione per risvegliare le menti sopite e smascherare il «potere». Chi furoreggia nella sua ideologia, ha una terribile mancanza di senso dell’humour, considerandolo semmai un’infrazione al codice etico che si è prescritto e dentro il quale si fa volontariamente imprigionare. La pasta di cui è fatto il complottismo è, d’altro canto, sempre la medesima e si basa su un sistema concettuale (e ideologico) di contrapposizioni falsamente dialettiche: visibile (il falso) contro ciò che è nascosto (la verità da scoprire); complessità (un modo per ingarbugliare le cose da parte delle élite dominanti) versus semplicità (la linearità dei convincimenti che si intendono affermare); spiegazione (da rigettare, poiché è uno strumento per mistificare la verità) contrapposta ad adesione acritica (trattandosi di un atto di fede, di credenza incontrovertibile e inossidabile); analisi (con il rigore del metodo, che è qui cancellato) contro ripetizione (una sorta di passo dell’oca del pensiero, che si ripete artisticamente).

Dinanzi al complottismo è completamente inutile applicarsi in repliche poiché esso si è dotato di una razionalità sua propria, a prova di bomba, che esclude aprioristicamente chiunque e qualunque persona o cosa non siano aderenti al disegno che si è dato non per interpretare la realtà ma per dichiararsi esso stesso «realtà» incontrovertibile. Ovvero, a prova di qualsiasi ragionevolezza e razionalità, comunque insindacabile nei suoi pochi ma cristallini passaggi. In quanto alla base del complottismo c’è un atto fideistico, che rimanda non al sapere come esercizio critico ma al suo rifiuto, sostituito con delle certezze certificate aprioristicamente. Pregiudizi, per l’appunto. Tra hippies fuori tempo massimo e camicie brune, libertari convertitisi alla sovrapposizione e all’identificazione dei confini della libertà collettiva con i soli interessi della propria persona e autoritari mascherati da populisti, ossia antidemocratici che predicano la fine della «menzogna liberale», il fondamentalismo ideologico e la furia con la quale si trasmette coniugano razzismo, antisemitismo, irrazionalismo e paranoie. Nelle recenti manifestazioni che stanno accompagnando, in Europa come negli Stati Uniti, il rifiuto della gestione sanitaria della pandemia (derubricata ad un falso costruito ad arte), colpisce il fatto che dinanzi all’eterogenea platea di partecipanti – suprematisti, sovranisti, razzisti assortiti ma anche ben altre categorie, di tutt’altra origine, a partire dai “salutisti”, gli igienisti, e così via – i partecipanti siano tutti accomunati dal rifiuto del principio di fondatezza delle disposizioni emanate dalle autorità pubbliche. È un modo perentorio per manifestare i pruriti contro il principio stesso di autorità, dichiarando chiunque lo eserciti privo di autorevolezza e, quindi, di credibilità. Tratto comune è il rifiuto del pluralismo, avendo in odio tutto ciò che non sia omologabile ai cliché e agli stereotipi di cui si nutre per dare credito e risonanza alle proprie proteste.

Un passaggio importante, a questo punto, non può sfuggire. C’è sempre un chiaro cappello politico in tali eventi; nel caso americano, è la brutale riaffermazione di quel background politico profondo, che coniuga strenua diffidenza nei confronti dei poteri federali al nativismo localista (laddove si ritiene che ci si possa fidare solo dei propri omologhi, quelli che abitano nel medesimo luogo), identificando il principio di sovranità con il gruppo di riferimento. Nelle vicende europee predomina il ritorno di fiamma della destra radicale, capace di dare una coerenza ai malesseri e ai malumori non solo degli esclusi dai benefici della globalizzazione ma anche ad una parte di ceto medio che si sente in via di declassamento. Tratto comune, dall’una come dall’altra parte dell’Oceano, è il fatto che una parte di quelle stesse autorità che dovrebbero contrastare certe pericolose derive, invece ne blandiscono alcune manifestazioni. La forza di gruppi e gruppuscoli, altrimenti relativamente minoritari, non riposa nella loro capacità di reclutamento, che rimane ancora limitata, bensì nell’amplificazione mediatica e nella legittimazione pubblica che ai fenomeni ai quali danno vita, come per l’appunto le manifestazioni, è offerta da una parte della politica ufficiale. Sembrano attività quasi folcloristiche mentre invece grondano odio. Soprattutto, è significativo il fatto che il tema del rigetto di quelle norme temporanee che impongono dei vincoli precauzionali ad alcuni aspetti delle libertà personali – a partire da quelle di movimento e, in immediato riflesso, di relazione interpersonale – sia perlopiù cavalcato dai diversi movimenti della destra radicale. In una sorta di specchio capovolto rispetto al passato, quando invece queste ultime sembravano semmai identificarsi con il principio di autorità (quindi con lo Stato, che più e meglio lo doveva rappresentare), oggi invece il radicalismo estremista rivendica l’insubordinazione individuale contro poteri dipinti non solo come estranei alla vita delle persone comuni ma anche ad esse ostili.

La nuova identità politica dei radicalismo rimanda ancora una volta al principio della comunità di identici (l’unione tra omologhi, che condividono le medesime tradizioni e la stessa terra, quindi l’appartenenza etnica) ma che ora si oppone autonomamente, dal basso, allo sradicamento che il centralismo (federale, statale, al limite regionale) eserciterebbe ferocemente contro i territori. In tale modo, un patchwork di sigle, gruppi, partiti minori, associazioni e quant’altro possono trovare un’agenda sulla quale convergere, pur continuando a coltivare antagonismi e competizioni interne per piccole e capricciose primazie. Tradizionalmente, il radicalismo di destra postbellico ha rappresentato il trittico che unisce identità ad autorità e sovranità. Enfatizzando inoltre la gerarchia “naturale”, che porrebbe alcuni individui, superiori per interna costituzione spirituale, al di sopra della parte restante dell’umanità. Oggi – invece – si ricolloca nello spazio politico e culturale collettivo, mantenendo il rimando all’«identità» (di ceppo, di stirpe, di etnia, di razza), al pari di un feticcio indiscutibile, ma legandolo alle presunte capacità che le comunità territoriali di base riuscirebbero ad esprimere nel momento in cui si mettono in lotta contro i giganti della finanza, le tecnostrutture, l’«eurocrazia» come anche l’«invasione dei migranti» (un evergreen, che si ripropone costantemente, soprattutto nei momenti in cui i mercati del lavoro introducono criteri di acceso restrittivi, selezionando gli ingressi e creando competizioni tra coorti di lavoratori) e così via. Tutti protagonisti, questi ultimi, di un gigantesco esercizio di espropriazione delle risorse, delle speranze e dei bisogni, a danno della «gente».

L’ideologia del complotto si inserisce in queste dinamiche poiché ne costituisce una fondamentale ossatura di legittimazione. Raccoglie in sé tutta una serie di elementi che offrono una parvenza di consequenzialità a spinte altrimenti solo reattive ed emotive. Dà una prospettiva a quei risentimenti perenni che, in quanto tali, quando sono abbandonati a se stessi, si rivelano destinati ad esaurirsi senza produrre necessariamente troppi danni. Il radicalismo politico ha colto il fatto che tutto ciò, nella solitudine dell’altrui rappresentanza – quella della politica e delle istituzioni collettive, ma anche dei corpi intermedi declinanti – possa costituire un potenziale capitale politico. E si adopera per organizzarlo. Il ricorso al complotto, al riguardo, serve per dare fiato ad un costrutto ideologico di riferimento, lavorando su due piani intersecati. Il primo di essi è il rafforzamento di un sistematico scetticismo, che si fa poi secco rifiuto, di ciò che le autorità indicano come motivazioni di fondo nelle loro politiche pubbliche. Ciò che viene messo in discussione non è solo quanto viene detto (e fatto) ma innanzitutto chi lo dice. Se la voce è quella pubblica, allora sarà senz’altro infondata in quanto prodotto dei «poteri forti». Non è quindi un caso che la scienza, a partire dalla medicina allopatica (il cosiddetto «mainstream»), sia inscritta immediatamente in questo campo. Poiché ad essa si attribuisce la falsificazione dei dati di fatto, il supporto e la legittimazione ad un regime di regole «liberticide», soprattutto la sua sudditanza ai grandi trust economici. Opporsi alle misure contro la pandemia, quindi, oltre ad essere un’esplicita scelta politica di indipendenza, esprimerebbe una consapevolezza profonda, alternativa a quella imposta dai regimi democratici attraverso le loro insopportabili mistificazioni.             Il secondo piano su cui opera il complottismo è il rimando ad una certa idea di «natura – intesa come un patrimonio ancestrale, profondo, immodificabile – nella quale si riconoscerebbero le donne e gli uomini autentici, tali poiché consapevoli di sé e dei loro legami reciproci. Aderire a questa visione paradisiaca e adamitica è necessario se si vuole combattere l’artificiosità delle società moderne, basate invece sulla manipolazione di cose e persone, a favore del solo «profitto». Una tale contrapposizione, che da sempre accompagna le destre radicali di mobilitazione, si ripropone oggi con maggiore forza dinanzi alla grande agenda delle trasformazioni che il SARS-CoV-2 non sta facendo altro che accelerare, a fronte dello spaesamento dei molti. È un indecoroso scimmiottamento del conflitto tra interessi contrapposti, che è invece il sale dei processi democratici, ridotto in tale modo ad una pantomima che vede la contrapposizione tra la “gente buona” ed i “poteri cattivi” come la radice di ogni problema.

Cancellando inoltre qualsiasi spazio di mediazione, sostituito dalla «lotta tra il bene e il male». Il vero conflitto di civiltà che attraversa al loro interno le società occidentali, divide e coalizza non tanto gli autoctoni dagli immigrati bensì quanti formulano un problema in termini razionali da coloro che si abbandonano da subito a compiaciuti vaneggiamenti. Il semplicismo e la banalizzazione che stanno dietro a queste dicotomie, sfondano peraltro le porte del senso comune, divenendo un catalizzatore degli umori collettivi.            Non stupisce, quindi, che alle manifestazione che raccolgono gruppi e individui tra di loro differenti, in una folla dove pure spiccano oramai apertamente gli appartenenti dell’estrema destra, si accompagnino ad essi personaggi e gruppetti stravaganti, accomunati tuttavia dalla logica del rifiuto di ogni regola, intesa in sé come imposizione. Tra di essi, anche quanti hanno dichiarato di ispirarsi a “pratiche naturali”, ossia olistiche, omeopatiche come allo stesso veganesimo come stile ed ispirazione di vita. Il rifarsi a ciascuno di questi convincimenti non è, di per sé, un segno di distinzione politica. Tuttavia, lo diventa per coloro che adottano, anche solo implicitamente, l’ideologia naturalista che è alla radice del nazismo. Quella, per intenderci, che all’artificialità dei legami sociali, alla denuncia di una «borghesia» predatoria, per l’appunto all’evocazione ossessiva di complotti, oppone – allora come oggi – la tragica illusione di un mondo purificato dalle presenze inquinanti. Che siano cose o uomini. Gli ebrei tra questi, per intenderci. Si tratta di un tema per nulla inedito ma che va riproponendosi con una forza che, fino a pochi anni fa, sembrava invece esauritosi.

A questo punto, una nota a sé merita la crescente attenzione che va raccogliendo QAnon, il nome assunto da una teoria del complotto che negli Stati Uniti, ed ora anche in Europa, macina consensi crescenti. La sua origine è relativamente recente, essendo legata alle vicende che accompagnano l’attuale Amministrazione americana. L’impostazione che supporta è relativamente semplice: il presidente Donald Trump, ed i suoi sostenitori, starebbero lottando contro una congiura segreta, organizzata dal cosiddetto «Deep State» (lo «Stato profondo», l’insieme dei «poteri forti»), espressione di inconfessabili interessi legati non solo al sistematico dominio economico delle società ma anche a grandi reti di pedofili, al satanismo, all’occultismo e alla manipolazione delle coscienze. Negli Stati Uniti così come nel resto del mondo. Esisterebbe una «cabala», una sorta di congregazione planetaria di pedofili che adora Satana e che utilizza l’influenza del proprio sodalizio per rafforzare la sua presa sulle istituzioni pubbliche. Hollywood e i media «mainstream» sarebbero parte di questa congiura universale. Trump, al corrente di queste inaudite manipolazioni, sarebbe quindi stato eletto per interromperne il circolo vizioso, in una guerra non dichiarata ma che si svolge,rebbe giorno dopo giorno, dietro le quinte di un’apparente normalità. Almeno una dozzina di candidati al Congresso, tutti repubblicani, si è dichiarata interessata, se non convinta, della fondatezza di QAnon.

Le argomentazioni addotte, al netto della loro assoluta inverosimiglianza (fatto che non solo non le indebolisce ma le rende ancora più plausibili per i loro sostenitori) e della totale incomprovabilità, richiamano aspetti e segmenti dell’immaginario filmico sulle intelligenze artificiali e sulla deformazione della percezione della realtà, come nel caso della pellicola Matrix. Ma riprendono una serie di meme rappresentativi, ossia di cliché espressivi diffusi sul web, che recuperano, in controluce, aspetti dell’immaginario antisemitico. Il primo dei quali è quello che indica negli ebrei quanti alimentano il loro potere consumando letteralmente la forza e le energie delle loro vittime. Come dei vampiri, per intendersi. Il rimando al sangue del bambini (soggiogati dai pedofili e sottoposti alle peggiori turpitudini ai danni dei loro corpi indifesi) rinvia, di riflesso, alla vecchia e ripetuta «accusa del sangue», di cui la vicenda di San Simonino di Trento, è un vero e proprio archetipo nella cultura occidentale. Così come la pervasiva ricorrenza del tema del rapimento dei bambini e dell’adorazione di un dio oscuro («Satana»), feroce e tribale, la cui funzione è quella di ispirare i suoi adepti, motivandoli verso le più crudeli azioni contro il resto dell’umanità (il popolo che raccoglie ed esprime «la severa e vendicativa religione dei padri», come ha scritto ancora recentemente un’autrice peraltro molto lontana dalla destra radicale e dallo stesso complottismo).

QAnon, ad oggi non ha manifestato espliciti intendimenti antisemitici ma vede militare nelle file dei suoi sostenitori persone che sono parte dell’estremismo più radicale, quest’ultimo per nulla estraneo all’antigiudaismo in tutte le sue salse, vecchie e nuove. Pur non costituendo una organizzazione bensì una dottrina cospirazionista, è tuttavia presente assiduamente sul web, contando anche sul riscontro attivo di un numero crescente di sostenitori, che negli ultimi tre anni hanno sostenuto apertamente l’Amministrazione Trump (e con essa, nel mondo, quasi sempre i governi della destra sovranista, soprattutto se antiliberale). Rivendica la necessità di risvegliare gli americani dal torpore nel quale sarebbero caduti, essendo questa l’anticamera della loro schiavizzazione mentale e materiale. La rete di contatti e gruppi che si rifanno a QAnon hanno ripetutamente indicato nei democratici americani i veri artefici del complotto, bersagliando, con particolare acredine, Hillary Clinton, Barack Obama ma anche George Soros. Ad essi sono uniti la totalità degli intellettuali, degli attori e dei personaggi pubblici del mondo liberal, ritenuti complici, tra le diverse cose imputategli, del traffico di minori. Il rimando alla pedofilia, infatti, è il vero centro della dottrina.            Un precedente, era stata la non meno stravagante e delirante costruzione del cosiddetto «Pizzagate», altra manifestazione di posizioni complottiste, divenuta virale nel corso delle elezioni presidenziali statunitensi del 2016 per mano di pubblicisti prossimi all’Alt-Right, ossia l’Alternative Right, il movimento politico informale che rivendica la necessità di dare corso ad un conservatorismo non tradizionalista, ispirato ad una radicale revisione delle vecchie posizioni liberali. I sostenitori della teoria del «Pizzagate», poi smascherati, anche grazie all’attività di debunking, come mentitori o comunque manipolatori e millantatori, sostenevano che alcune e-mail, carpite al comitato elettorale di Hillary Clinton, contenessero messaggi in codice che collegavano alti funzionari del partito democratico americano a diversi ristoranti statunitensi (tra cui una pizzeria di Washington) nei quali si sarebbe svolto un presunto traffico di esseri umani e ripetuti abusi ai danni di minori.

QAnon, al netto delle posizioni correnti, presenta comunque molte analogie implicite con ZOG, acronimo di Zionist Occupation Government («governo di occupazione sionista»), tra le più note teorie complottiste che attribuiscono al «giudaismo mondiale» la capacità di influenzare le decisioni di alcuni Stati e di diversi governi, trasformandoli addirittura in veri e propri regimi fantoccio, al servizio del «sionismo» (immediato sinonimo di ebraismo). ZOG, e con essa QAnon, si rifanno entrambe alla dottrina del «Nuovo ordine mondiale» (New World Order), per la quale un presunto gruppo di potere oligarchico e occulto, trasversale a nazioni e società, si starebbe adopererebbe per assumere il controllo di ogni paese del mondo in maniera totalitaria, al fine di ottenere il definitivo dominio della Terra. Alternativamente, questo fantomatico gruppo è stato identificato con i massoni, i gesuiti, gli ebrei. Nel caso di ZOG, che denuncia l’Onu come strumento della congiura, l’obiettivo sarebbe quello di rafforzare e consolidare il predominio dei banchieri ebrei rispetto all’economia mondiale, usando tutte le tecnologie di controllo (tra cui quelle elettroniche: una particolare ossessione è quella dedicata ai microchip) per raggiungere tale risultato, al termine del quale ci sarebbe – infine – la sottomissione di tutti i popoli del pianeta. Per la cronaca, l’origine della sua diffusione risale alla metà degli anni Settanta, con la comparsa di un articolo delirante, la cui paternità risalirebbe al neonazista americano Eric Thomson, ed il cui titolo è «Welcome to ZOG-World». A seguire, negli anni successivi, con la diffusione di tali teorizzazioni negli ambienti del suprematismo del White Power e dell’universo Skinheads, la questione ha assunto maggiore rilievo, soprattutto dal momento in cui un gruppo, The Order, avviò una serie di attività criminali con la motivazione di finanziarsi per iniziare la guerra contro il governo federale statunitense, una copertura del «potere sionista». Dopo di che intervenne il terrorismo di marca suprematista, quando il 19 aprile 1995 Timothy McVeigh fece esplodere un camion carico di nitrato d’ammonio contro la sede dell’Fbi di Oklahoma City, causando la morte di 168 persone.

Il fatto che in origine ZOG fosse il patrimonio di pochi, non ne ha impedito la successiva diffusione anche nei circoli antisemiti europei e russi, entrando a fare parte dell’insieme di quelle teorie cospirazioniste oggi più che mai diffuse nel web. Le quali, da sole, hanno le gambe corte (e il naso lungo) ma si trasmettono in maniera virale e, come un micro-organismo parassitario, si riproducono e mutano in base all’ambiente in cui si trovano ad operare e ad essere ospitate. Va da sé che le manifestazioni di opposizione acritica, al limite della negazione del principio di realtà, non contengano necessariamente tutte le premesse di una tale paranoia attiva, destinata invece a trasformarsi in violenza sistematica. Di certo, tuttavia, creano le condizione isteriche per indurre certuni a proseguire sulla strada dell’altrui distruzione. Se il complotto è una falsità assoluta, non lo sono i suoi effetti devastanti, quando lacerano le società nel nome di un falso principio, frantumando la coesione sociale. La sua vera forza, infatti, è di introdurre il sospetto come moneta sonante nelle relazioni interpersonali. E con esso, la ricerca di capri espiatori. Una storia per nulla nuova, per chi abbia un minimo di cognizione di fatti trascorsi neanche troppo tempo fa.

 

 

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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