Voci
Due religioni, una discendenza

Una proposta di dialogo per superare la paura e il conflitto

Il dialogo interreligioso, oltre che forma e modalità d’incontro, è uno strumento, o un’estensione naturale della persona: congiunge e raggiunge l’Altro. Ma per farlo, ha bisogno di «tutto ciò che avviene fra persone»: cose come ballare, mangiare, parlare o prestare ascolto e restare in silenzio.

Il dialogo proposto non vuole esser sui discorsi teologici – talvolta senza rimedio -, ma sulle opere e sulla vita, poiché è con queste che è possibile trovare quelle cose in comune che ci avvicinano agli altri. Partiamo da Abramo, Padre di una moltitudine (Abraham). È da egli che l’Alleanza verrà estesa a tutta la sua discendenza e tra questi ai figli Ismaele e Isacco. [Genesi 17, 10]
Come i testi sacri ricordano, Ismaele (in arabo Ismail, Dio ascolta) è il primogenito di Abramo, donato da Dio alla concubina  Hagar poiché la moglie Sarah era troppo anziana per concepire. [Genesi 16, 10-12] Nel nome Hagar è possibile ritrovare la stessa radice di hijra (ègira), che significa “allontanamento”, “abbandono”, lo stesso che caratterizzò lo storico passaggio per la nascita dell’Islam organizzato dal profeta Muhammad nel 622 dalla Mecca a Yathrib [cfr. Massignon, 2002] e che sancì la sorte del piccolo Ismaele e di sua madre, lasciati nel deserto da Abramo per la gelosia di Sarah, dopo la nascita di suo figlio Isacco. [Genesi 21, 8-21]

Isacco, invece, è il secondogenito di Abramo e di Sarah e, dopo la nascita, il fratello verrà abbandonato nel deserto. La sua nascita è stata preannunciata da «quegli ospiti onorati di Abramo», viandanti per Mamre, come dono di Dio all’accoglienza dei due alla loro tenda. Sarah, a quella «lieta novella di un figlio sapiente» gridò (o rise) perché era vecchia e sterile. [Sura 51, 24-32]

Dal primo nacque così la discendenza che porterà agli arabi e alla religione dell’Islam, mentre dal secondo la religione dei Figli d’Israele (in arabo Banū Isrāʾīl).

Con queste poche parole circa la storia dei due fratelli e del padre Abramo – in comune a entrambi – si vorrebbe descrivere una controstoria: non quella che li vede separarsi e prendere due strade diverse, anzi, a ritroso, quella  dell’unione a cui le due discendenze appartengono. [Genesi 17, 10]

Oggi, in un mondo dove nella multidiversità convive la pluralità, la condivisione di spazi, tempi e beni molte persone ricercano una tradizione per cui “io” non debba temere l’Altro. Non solo il confronto tra le due diverse culture ebraica e islamica ha influenzato molti pensatori del passato come Saadya Gaon o Mamoinide, ma continua a farlo ricercando un terreno comune su cui o da cui dialogare (come accade ad esempio a Neve Shalom Wahat al Salam). Ed è nel fare insieme che è possibile ritrovare un comportamento mosso in comune. Gli esempi non mancano:

Nel 2016, Firenze ha ospitato “La religione è servita”: ebrei, cristiani e musulmani si sono incontrati a tavola tra tabulè, zucca sfranta e spiedini di caprese preparati dall’ Istituto Alberghiero Aurelio Saffi;

A Bologna, invece, una cerimonia d’incontro interreligioso nel 2015 ha visto partecipare alcuni esponenti delle rispettive comunità locali per poi, alla fine, concludere l’evento con il travaso di un ulivo, simbolo di pace, nel giardino di Villa Revedin;

I lavori di reparto ospedaliero, di assistenza sociosanitaria e d’assistenza in generale inseriti nella Dichiarazione Congiunta delle Religioni Monoteiste Abramitiche sulle Problematiche del Fine Vita (2019) dove viene presentata la posizione delle tre religioni Abramitiche sul rispetto delle esigenze etiche e morali;

Durante la pandemia di Covid-19, ebrei, cristiani e musulmani si sono ritrovati a Gerusalemme, assieme, per pregare per i defunti e per il ritorno a momenti migliori. Così come è accaduto in Italia, dove le diverse comunità religiose si sono attivate in alcune attività, come la raccolta alimentare.

Insomma, se queste sono solo alcune delle tante e diverse proposte di dialogo, è possibile immaginarsi un percorso teso al ritorno a quell’origine comune che ha visto i due popoli confrontarsi attraverso lo stesso padre e, per molti, gli stessi profeti. «A ognuno Dio ha assegnato una regola e una via. Se Dio avesse voluto, avrebbe fatto di noi una comunità unica. Gareggiate nelle opere buone, perché a Dio tutti tornerete e allora Egli vi informerà di quelle cose per le quali siete ora in discordia». [Sura 5, 48]
Il dialogo può essere un ottimo strumento per combattere il conflitto e la paura. Certo, «è sempre un rischio», ma che vale la pena affrontare per le nuove e future generazioni.

Damiano Pro
collaboratore

Damiano Pro, anno 1994, è uno storico delle religioni che si occupa di dialogo interreligioso, attraverso alcune reti istituzionali e tramite il  Centro Astalli, tra gli enti più vitali della materia.


2 Commenti:

  1. Stupendo articolo ! Abbiamo bisogno di sottolineare gli aspetti che faciliti il dialogo ed il rispetto reciproco.

  2. Lag B’Omer. “Synagogues can set aside their denominational differences so that conservative, orthodox and reform congregations along with humanistic or secular groups can share a common event”.


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