Cultura
Ebraismo e modernità: haskhalah, integrazione e rigenerazione

Il circolo di Berlino e il pensiero di Mendelssohn

La pressione nei confronti degli ebrei in pieno illuminismo veniva da elaborazioni intellettuali di filosofi e politologi che attraverso la lente dell’universalismo della ragione provavano, in certi aspetti, a proporre una rigenerazione del popolo ebraico negli stati secolarizzati europei.

Dall’altra parte c’era il potere esecutivo, e nel caso della Prussia e dell’Impero Asburgico c’erano le istituzioni imperiali, che per una serie di motivi, tra cui argomenti di interesse nazionale, spinte modernizzatrici e un’omogeneizzazione della società civile dovettero direttamente decidere quali istanze sostenere riguardo l’emancipazione ebraica.

Michael Mayer nel suo Le Origini dell’Ebreo Moderno: Identità Ebraica e Cultura Europea in Germania, 1749-1824, descrive bene come la monarchia tra il 1760-1780 era riuscita ad incanalare le istanze illuministe di secolarizzazione, anche a dirla tutta per evitare l’instabilità politica e il rifiuto della monarchia di cui la Francia è l’esempio eclatante, e quindi un nuovo patriottismo era sostenuto dagli intellettuali tedeschi. Il circolo di Berlino di ebrei illuminati, i Maskilim, ne furono travolti a pieno. Abbastanza stranamente alcuni dei maskilim, vivendo ancora in una condizione di parziale integrazione nei territori dell’impero, videro come cruciale la figura dell’Imperatore in questo periodo di transizione. Difatti, esponenti come Wesley e Friedländer, vedevano di buon occhio l’intrusione del monarca per un processo di rigenerazione e di educazione del popolo ebraico al senso civico. David Sorkin nel suo La Trasformazione dell’Ebraismo tedesco: 1780-1840, analizza proprio un cambio di linguaggio per cui questi intellettuali si definivano come servi fedeli dell’Imperatore, l’unico che poteva concedere una vera e proprio emancipazione per il popolo ebraico.

L’Editto di Tolleranza dell’austroungarico Giuseppe II, fu visto da alcuni come il primo tassello per una piena integrazione ebraica nei paesi germanofoni. Parole di Pace e Verità di David Wesley è forse l’esempio più tangibile di questo atteggiamento di fiducia nei confronti dell’imperatore. Scritto dopo pochi mesi dell’emanazione dell’editto, sottolinea l’importanza dell’intrusione imperiale nell’educazione degli ebrei alla secolarizzazione. Difatti una rigenerazione che partisse da agenti esterni, insieme alla concessione di pieni diritti, alla pari dei gentili, era necessaria per portare gli ebrei nella modernità. Sorkin parla persino di un’interpretazione quasi messianica della figura dell’Imperatore da parte di Wesley. La definisce teoria lacrimogena, per la quale secoli di sofferenza e di abusi sarebbero spariti con l’appartenenza dell’imperatore benevolente come ultimo concessore dei diritti civili: l’imperatore messianico quindi poteva violare l’autorità dell’ebraismo come comunità legislatrice con l’obbiettivo di educare gli ebrei ad una sorta di cultura civica.

Differentemente da Wesley, Friedländer sottolinea quanto sia importante il riconoscimento, da parte dell’istituzione imperiale, del potenziale beneficio che gli ebrei potrebbero portare alla società civica secolarizzata affermando che: “adesso che le nostre relazioni civiche stanno migliorando e ci vengono garantiti i diritti umani, il nostro spirito si solleverà, un senso di onore si instillerà tra di noi, e qualsiasi energia non utilizzata riceverà un nuovo impeto” (Friedländer:1793:55 in Sorkin:1990:74).

Di contro il concetto di rigenerazione di Mendelssohn è di natura più riflessiva; egli sottolinea quanto l’intrusione dello stato negli affari delle comunità ebraiche non porti necessariamente a una rigenerazione morale per gli ebrei. In altre parole, concordando con avanzamenti illuministi, Mendelssohn vuole una rigenerazione morale ebraica interna all’ebraismo stesso e non agita mediante l’intrusione di agenti esterni, legittimi o no. L’obbiettivo di Mendelssohn da subito è quindi di esaminare quali fattori all’interno della tradizione ebraica avessero precluso l’integrazione nella società secolare.

Nel 1779 mentre era intento a tradurre Maimonide in tedesco, Mendelssohn pubblicò un libro di preghiere chiamato: L’esercizio di devozione di un filosofo, dove rappresenta Dio come “l’autore della saggezza e dell’avvedutezza”. La saggezza concepita da Mendelssohn era una combinazione di sapere e pietà: per sapere si riferisce agli studi secolari di scienza, filosofia e matematiche mentre le scritture sacre instillavano il senso di pietà umana. Ecco, l’unione di questi due aspetti sarebbe stata fondamentale per una rigenerazione ebraica che partisse da stimoli interni e da fonti ebraiche.

Il concetto di rigenerazione morale è fondamentale per la dottrina politica mendelssohniana, e la divergenza fondamentale con altri maskilim berlinesi come Wesley e Friedländer sta proprio nel non confidare in maniera troppo esplicita nell’Imperatore e nei circoli intellettuali così affannati del discutere il rapporto fra stato secolare e tradizione ebraica. Il desiderio cristiano di convertire gli ebrei come step necessario per rendere l’ebreo morale era ancora in voga. Precisamente per questo, Mendelssohn teorizza una rigenerazione in due fasi. La prima fase aveva come obbiettivo di fornire competenze di etica sociale fra gli ebrei, in un contesto sociopolitico di parziale integrazione civica degli ebrei e la traduzione del Pentateuco in tedesco del 1788 faceva proprio questo, garantiva a tutti gli ebrei l’accesso alla morale ebraica. Solo dopo l’impegno da parte dell’imperatore di concedere pieni diritti politici agli ebrei, la rigenerazione avrebbe puntato a instillare negli ebrei il modus pensandi dell’Illuminismo (Aufklärung), solo al momento della sparizione di ogni traccia di segregazione.

Alexander Hofmann
collaboratore

Alexander Hofmann, Classe 97, ha frequentato la Scuola Ebraica di Milano dalle elementari al Liceo Linguistico. Membro attivo dell’Hashomer Hatzair ha sempre avuto interesse per temi riguardanti la politica e la tutela delle minoranze. Dopo un anno di Diploma presso La Scuola di Politiche di Enrico Letta, selezionato tra i migliori 100 studenti in Italia per studiare temi fondamentali quali il rapporto fra globalizzazione e dilemmi sociali, Welfare State, Politiche Fiscali e Monetarie, Istituzioni Europee, si sposta a Londra dove si laurea in International Political Economy alla City University of London. Negli anni, ricopre ruoli come presidente delle Politics Society, della Israel Society fino ad organizzare eventi tra cui il dibattito aperto con l’ambasciatore dello Stato di Israele presso il Regno Unito. In questo momento sta svolgendo la specialistica in International Journalism sempre alla City University of London e collabora come freelance presso Linkiesta.


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