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Cultura
Ebraismo e modernità: l’illuminismo e l’idealizzazione dell’ebreo secolarizzato

Tra assimilazione e acquisizione dei diritti civili: gli ebrei al tempo di Moses Mendelssohn

Gli ebrei moderni si sono sempre chiesti, quando e perché si sia sviluppata la necessita da parte degli intellettuali gentili di strutturare un discorso dialettico sulla potenziale inclusione del popolo ebraico nella società civile. Troppo spesso si viene travolti da una retorica malsana tale per cui l’ebreo come singolo, e gli ebrei come popolo siano vissuti in diaspora in una situazione di degrado culturale e intellettuale per secoli. Seguendo questo discorso infatti questa paralisi, paradossalmente simile a quella narrata in Dubliners di Joyce, sia terminata agli albori della modernità, solo perché gli ebrei abbiano compreso che dovevano abbandonare usi e costumi ritenuti dai gentili obsoleti, e solo in quel momento, il processo di emancipazione sia iniziato dando vita a una nuova cultura ebraica secolarizzata. Ovviamente il contesto è molto più complicato di così, e negherebbe il grande sviluppo intellettuale e halakico dell’ebraismo occidentale della diaspora, dimenticandosi di Rashi, Ranmbam, Ranban e altri giganti del pensiero ebraico, ma soprattutto negherebbe all’ebraismo la capacità di approcciarsi ai grandi cambiamenti della storia per poi fare passare la tradizione rabbinica come datata e statica.

La verità è che già da molto prima che i “gentili” si interessassero all’emancipazione ebraica, all’interno dell’ortodossia rabbinica l’ebraismo aveva affrontato dibattiti centrali sul rapporto tra istituzioni secolari e popolo ebraico, sullo studio di discipline umanistiche, sull’utilizzo del metodo scientifico Galileiano e sul razionalismo tanto caro ai principi illuministi. Il quadro infatti è molto più complesso di come molto spesso ci viene dipinto; difatti di pari passo alla pressione esterna di secolarizzazione, di rigenerazione morale e di armonizzazioni ai principi di un universalismo basato sull’uguaglianza di ogni uomo dotato di raziocinio, l’ortodossia ebraica aveva cominciato un processo intellettuale che sottolineasse l’importanza dell’utilizzo di categorie ebraiche per entrare a testa alta nella modernità, senza perdere gli elementi fondamentali dell’ebraismo quali l’attaccamento alla halachà e ai precetti rabbinici. Grandi intellettuali come Mendelssohn e Rav Shimshon Refael Hirsh saranno poi due dei più grandi esponenti di questo processo. Detto ciò quindi è bene dividere i due processi; il primo un processo dall’esterno, di intelletuali cristiani che parte dal Settecento che ha alla base la necessità, di includere gli ebrei dentro l’umanità, e un secondo processo storico che è interno all’ebraismo e che vedrà come maggiori protagonisti Moses Mendelssohn, David Wesley, Herman Cohen, Graetz

Questa premessa che potrebbe instillare a primo impatto una sorta di cinismo, o di estrema attenzione, verso la voglia dei gentili di capire come, e se, esista un ebreo morale pronto a essere secolarizzato, però deve essere anche mitigata dalla consapevolezza che mai nella storia come a fine Settecento un grande numero di intellettuali genuinamente abbia cercato di spingere l’agenda politica verso l’emancipazione ebraica e verso l’integrazione degli ultimi in un’ottica cosmopolita. Questa grande branca del pensiero moderno, parte e usa come caposaldo alcuni tra i più celebri esponenti del liberalismo inglese di fine Seicento tra cui John Locke e John Toland. Essi avevano, di fatti, già immaginato e supportato la creazione di società secolari basate sui principi di diritto naturale di uguaglianza di ogni essere umano in virtù di un principio universale di raziocinio. Si può dire che gli intellettuali liberali inglesi avessero quindi la necessità di estendere questa massima anche alle minoranze presenti sul suolo degli stati cristiani. La teoria del sapere di Locke per esempio è considerata come l’elemento fondante per lo sviluppo della teoria naturale proprio perché sottometteva qualsiasi rivelazione al principio di ragione come tentativo di trovare elementi comuni in qualsiasi religione. Locke infatti sottolinea come lo stato moderno aveva il compito di massimizzare il benessere di ogni cittadino, al di là di alcun tipo di intolleranza religiosa: “né i pagani, né i musulmani né gli ebrei possono essere esclusi dai diritti civili della collettività proprio per la loro religione” (Locke, 1689:143). Lo stato secolarizzato, quindi era l’ultimo garante del benessere della collettività e in virtù di ciò non poteva ammettere intolleranze basate sul credo. Più complicate e controverse sono le istanze di John Toland. Toland stressa un concetto: quanto il principio universale di ragione possa giovare all’ebraismo e rafforzarne i principi morali, a prescindere del rifiuto ancestrale della rivelazione di Gesù. Molti storici dell’ebraismo moderno trai cui David Meyer(1967:15), hanno però contestualizzato le teorie di Toland in un quadro di nudo e crudo interesse nazionale sul controllo del benessere economico dei mercanti ebrei inglesi tale per cui la loro istituzionalizzazione come cittadini alla pari di ogni altro, fosse di grande interesse nazionale.

In ogni caso, l’estrema importanza di queste teorie sta nel fatto che per la prima volta nel periodo moderno in Europa, malgrado la necessità reale da parte dello stato di burocratizzare il commercio degli ebrei e il loro effettivo benessere economico, si diceva apertamente che gli ebrei in quanto tali erano potenzialmente cittadini morali e quindi perfettamente inseribili in un contesto di stato moderno secolarizzato. In altre parole, non più una “minoranza strategica” ma potenziali membri dell’umanità dotata di raziocinio. È proprio in quest’ottica che gli illuministi, per lo più tedeschi, danno via a un dibattito generalizzato sull’emancipazione ebraica. Verso la seconda metà del Settecento si assiste a una vera propria branca di intellettuali che discutono su quanto gli ebrei siano morali e su quanto sia possibile integrare loro dentro la società civile. Si inizia di fatti a parlare della figura del “Eldler Jude”, ebreo nobile o ebreo virtuoso e si va a narrare attraverso romanzi, racconti, e pièce teatrali quanto l’ebreo sia intrinsecamente morale. In altre parole, gli illuministi tedeschi potevano appoggiare l’emancipazione ebraica perché attribuivano la degradazione morale degli ebrei sul suolo europeo a secoli di segregazione e esclusione sociale invece di attribuirla a elementi intrinsechi della religione ebraica. Ad esempio Christian Gellert nel suo Vita della Contessa svedese G***, crea una racconto fittizio in cui un ebreo polacco salva la vita di un gentile per scrivere: “forse tanti tra quella gente avrebbero cuori migliori se, noi con il nostro disprezzo e la nostra violenza astuta non gli avessimo, tramite le nostre idee, spesso forzati ad odiare la nostra religione” (Gellert:1746 in Sorkin 2009:15). Anche Lessing, nel suo Die Jude, cerca di dimostrare la presenza generalizzata di ebrei virtuosi mossi da principi morali. Nel Die Jude infatti, Lessing, racconta di un ebreo che salva la vita di un barone e rifiuta qualsiasi ricompensa per le proprie azioni. Molto amico di Moses Mendelssohn dalla gioventù infatti, Lessing dichiarerà come il primo è l’esempio vivente dell’ebreo virtuoso: “E’ davvero un ebreo, un uomo di vent’anni, che senza guida ha raggiunto una grande padronanza delle lingue, della matematica, della filosofia e della poesia. Io lo vedo come un futuro esempio per la sua nazione” (Lessing XVII 40 in Meyer, 1967:17).

Considerando quindi, la credenza diffusa tra molti intellettuali dell’epoca secondo la quale gli ebrei non fossero morali e rappresentassero un antitesi a tutti i principi illuministi per la creazione di uno stato secolare, questa branca di intellettuali cerca di portare il dibattito su altri fini, ovvero che magari questo senso di degrado diffuso degli ebrei dell’epoca e questo senso di diffidenza verso le istituzioni e di attaccamento alle istituzioni comunitarie e rabbiniche era direttamente proporzionale a secoli di persecuzioni, segregazione e mancanza di diritti necessari per educare gli ebrei a ciò che comunemente oggi è chiamato senso civico. Al di là di considerazioni su quanto l’emancipazione ebraica possa giovare allo stato in termini economici, non capire l’importanza di queste teorie sarebbe dannoso per la coscienza comune di ogni ebreo.

Alexander Hofmann
collaboratore

Alexander Hofmann, Classe 97, ha frequentato la Scuola Ebraica di Milano dalle elementari al Liceo Linguistico. Membro attivo dell’Hashomer Hatzair ha sempre avuto interesse per temi riguardanti la politica e la tutela delle minoranze. Dopo un anno di Diploma presso La Scuola di Politiche di Enrico Letta, selezionato tra i migliori 100 studenti in Italia per studiare temi fondamentali quali il rapporto fra globalizzazione e dilemmi sociali, Welfare State, Politiche Fiscali e Monetarie, Istituzioni Europee, si sposta a Londra dove si laurea in International Political Economy alla City University of London. Negli anni, ricopre ruoli come presidente delle Politics Society, della Israel Society fino ad organizzare eventi tra cui il dibattito aperto con l’ambasciatore dello Stato di Israele presso il Regno Unito. In questo momento sta svolgendo la specialistica in International Journalism sempre alla City University of London e collabora come freelance presso Linkiesta.


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