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Ebrei in Norvegia, tra passato e presente

Viaggio a Oslo

Quando i tedeschi occuparono la Norvegia, nel 1940, il re Haakon VII e il suo governo furono costretti a fuggire a Londra, lasciando il potere nelle mani di Vidkun Quisling, collaboratore nazista e fondatore del partito fascista norvegese. Il nuovo capo del governo si insediò nel 1941 a Villa Grande, un edificio di fine Ottocento parte di una vasta tenuta storica situata a Bygdøy, penisola nella parte occidentale di Oslo.
Oggi quel palazzo, simbolo dell’obbrobrio nazista che anche in Norvegia non aveva mancato di seminare morte, è la sede del Centro norvegese per gli studi sull’Olocausto e sulle minoranze . La sua nuova destinazione è una delle ultime tappe del lungo processo, iniziato subito dopo la guerra, di riconoscimento dei furti perpetrati dal regime nazista ai danni della popolazione ebraica oltre che dei membri del governo esiliato nella capitale inglese. Accanto agli immobili, molti dei quali durante la guerra erano stati affidati a organizzazioni o privati nazisti, oro, argento e gioielli erano usciti dai confini senza essere registrati e se ne erano perse le tracce.
Nonostante le buone intenzioni delle istituzioni incaricate di garantire la restituzione o la sostituzione dei beni confiscati, nel caso degli ebrei molti dei legittimi proprietari non avevano potuto rientrarne in possesso perché uccisi (anche se ufficialmente dichiarati “solo” scomparsi, dato che non esistevano certificati dai campi di sterminio) o perché avevano ormai perso i contatti con un paese da cui erano stati costretti a fuggire. Si sarebbe dovuto aspettare la primavera del 1995 perché fossero pubblicate nuove informazioni sulle proprietà confiscate dal regime di Quisling e perché il governo norvegese decidesse di chiarire il più possibile i fatti, nominando nel marzo 1996 una commissione per esaminarne tutti gli aspetti.
Si giunse così nel 1997 alla presentazione al Parlamento di un Libro bianco, un rapporto dettagliato a cura del Ministero della Giustizia dei beni sottratti e all’assegnazione di un compenso collettivo a titolo di indennizzo per i sopravvissuti e i discendenti delle vittime. Oltre a destinare del denaro alle comunità ebraiche in Norvegia per garantire la conservazione della cultura ebraica e il futuro della comunità ebraica in Norvegia e a offrire un risarcimento individuale alle persone che in Norvegia erano state colpite dalle misure antiebraiche durante la guerra, il rapporto si proponeva anche di sostenere gli sforzi al di fuori della Norvegia per commemorare e sviluppare le tradizioni e la cultura che i nazisti avevano cercato di sradicare. Terzo obiettivo era di istituire quello che sarebbe diventato il centro di risorse sull’Olocausto e sulla posizione e la storia delle minoranze religiose con sede nell’ex residenza di Quisling.

Oggi il Norwegian Center for Holocaust and Minority Studies è un punto di riferimento per la ricerca, l’istruzione e la documentazione sull’Olocausto così come su altri genocidi, estremismo, antisemitismo, incitamento all’odio e situazione delle minoranze nelle società contemporanee. Vi si organizzano corsi di formazione per gli insegnanti e programmi educativi per le scuole, ma anche i privati possono accedervi e visitare le sue mostre, in particolare la permanente sull’Olocausto e sul destino degli ebrei norvegesi durante la seconda guerra mondiale. Immagini, suoni, oggetti e testi documentano il genocidio degli ebrei europei, così come l’omicidio di massa e la persecuzione di altri gruppi e minoranze durante l’era del nazionalsocialismo. Tra le visite che è possibile fare c’è anche quella al bunker costruito nel palazzo nel 1942 quando Vidkun Quisling e sua moglie Maria si trasferirono nella casa che Quisling aveva chiamato Gimle.
Fino alla fine del 2023 è poi in corso una mostra temporanea intitolata Invisible e finalizzata a mettere in luce il razzismo quotidiano in Norvegia, per vederlo, capirlo e quindi combatterlo. C’è inoltre la possibilità di effettuare un percorso online grazie al progetto Oggetto del mese, con la presentazione di oggetti provenienti dall’archivio e dalla mostra del Centro HL con testi e fotografie che raccontano la storia della deportazione degli ebrei in Norvegia. Si ripercorrono così gli eventi drammatici che segnarono gli anni della guerra a partire dal 1942, quando su richiesta dei tedeschi il governo Quisling consegnò 770 degli oltre 2000 ebrei norvegesi alle autorità tedesche. Gli arresti in tutto il paese furono fatti dalla polizia locale e da gruppi paramilitari che assistevano le SS e le unità di polizia tedesche. Tutti gli ebrei furono arrestati, internati e poi deportati ad Auschwitz-Birkenau sulla Donau, una nave requisita dal governo Quisling. Di questi, solo circa 25 sopravvissero, mentre gli altri furono uccisi.
A fronte delle atrocità commesse dal governo, vanno ricordate le proteste fatte dal clero norvegese e da alcuni membri della popolazione generale, affiancate agli sforzi della clandestinità norvegese e di altri alleati che avvertirono in tempo parte dei membri della comunità dei progetti di Quisling e dei nazisti, riuscendo a portare in salvo 900 ebrei attraverso il confine svedese.

Al termine del conflitto mondiale, la comunità ebraica norvegese avviò faticosamente la sua ricostituzione soprattutto grazie ai rifugiati e con l’arrivo a partire dal 1947 di centinaia di profughi ebrei provenienti dall’Ungheria e autorizzati dal governo a stabilirsi in Norvegia.
Oggi può contare su circa due migliaia di anime ed è la seconda più piccola della Scandinavia dopo l’Islanda, ma nonostante la relativa esiguità numerica può farsi forte di un’ottima organizzazione, con una congregazione vivace e diversi suoi rappresentanti attivi anche ai piani alti della vita norvegese, cariche pubbliche comprese.
Gran parte della vita ebraica si concentra prevalentemente nella capitale, dove la Mosaiske Trossamfund fa riferimento a una sinagoga con centro comunitario annesso. Si tratta di uno dei due templi costruiti nel 1920, l’altro luogo di preghiera è diventato invece il Museo Ebraico, inaugurato ufficialmente nel 2008 alla presenza di Haakon, il principe ereditario di Norvegia. La sua storia era iniziata nel 2005, con l’avvio dei restauri dell’edificio della Sinagoga, ormai in rovina dopo decenni di incuria. Con l’aiuto, tra gli altri, dell’Istituto norvegese per la ricerca sul patrimonio culturale (NIKU), sono stati recuperati e restaurati i resti degli arredi originali anche se non si esclude che diversi livelli dell’edificio nascondano altre decorazioni da portare ancora alla luce.

Attivo in numerosi progetti di ricerca sulla storia dell’ebraismo in Norvegia e di studio sull’antisemitismo e l’Olocausto, lo Jodisk Museum propone una serie di esposizioni, permanenti e temporanee, incentrate sui diversi aspetti della vita ebraica in generale, dalle festività alla vita quotidiana, e di quella norvegese in particolare. Da segnalare l’importante sezione dedicata alle vittime dell’orrore nazista, con il racconto delle storie personali e familiari attraverso foto, documenti e manufatti. Attraverso le diverse installazioni si avrà modo di approfondire le vicende di una comunità nata ufficialmente solo a fine Ottocento, con l’importante afflusso di ebrei dall’Europa Centrale Orientale, e sviluppatasi al massimo tra le due guerre, con l’istituzione di luoghi non solo di preghiera, ma anche di studio, di aggregazione e di espressione culturale.

Va detto poi che la presenza ebraica in Norvegia risale a ben prima del XIX secolo. Nonostante le leggi di ispirazione luterana impedissero ufficialmente agli ebrei di insediarsi nelle regioni occidentali della Scandinavia, sotto il regno di Christian IV, tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, qualcosa aveva cominciato a muoversi. Spinto verosimilmente dal desiderio di rinforzare le relazioni commerciali e sviluppare così l’economia della Danimarca-Norvegia, il re aveva autorizzato gli ebrei sefarditi in fuga dalla Penisola Iberica di stabilirsi nella regione nel 1620, concedendo nel 1630 la libertà sia di professione religiosa sia di commercio in tutto il regno.
I governi successivi non sarebbero stati altrettanto aperti, con il successore di Christian, Frederick III, che salito al trono dopo il padre aveva imposto restrizioni agli ebrei chiedendo loro una lettera di salvacondotto per poter restare nel regno. Tali limitazioni sarebbero rimaste operative per tutto il Settecento e per parte dell’Ottocento, con una recrudescenza nel 1814, quando la prima costituzione della Norvegia finalmente affrancata dalla Danimarca proibiva agli ebrei di entrare nel regno. Le restrizioni all’immigrazione sarebbero state eliminate solo negli anni Quaranta dello stesso secolo, con la campagna avviata dal poeta liberale Henrik Wergeland che aveva portato il Parlamento a consentire agli ebrei di entrare e risiedere nel paese.

Tornando ai giorni nostri, la piccola comunità norvegese, rappresentata principalmente da quella di Oslo, fondata nel 1892, nelle pagine di presentazione sul suo sito si dichiara fiera di essere “parte integrante della democrazia norvegese” e di offrire servizi che spaziano “dalla culla alla tomba”. Dotato di scuole e di una casa di riposo, il centro comunitario offre anche un negozio e un servizio catering kosher gestito da Yossi, cresciuto in Israele e con madre marocchina, che ha saputo creare un gustoso mix tra la tradizione del cibo mediorientale e la tradizione gastronomica ashkenazita.
Passando ad aspetti più strettamente religiosi, la Mosaiske Trossamfund segue il rito ortodosso ma è fiera di consentire a qualunque ebreo, compresi quanti hanno frequentato i templi riformati o che si mostrano un po’ tiepidi o discontinui sulle faccende di fede, di partecipare alla vita comunitaria. Riconoscendo che “l’osservanza religiosa dei membri è piuttosto variabile”, il portavoce della comunità afferma che la loro ambizione è comunque quella “che tutti si sentano i benvenuti e a casa e rispettino le reciproche differenze” ma soprattutto quella di “garantire la continuità della vita ebraica in Norvegia”.

Camilla Marini
collaboratrice

Camilla Marini è nata a Gemona del Friuli (UD) nel 1973, vive a Milano dove lavora da vent’anni come giornalista freelance, scrivendo prevalentemente di cucina, alimentazione e viaggi. Nel 2016 ha pubblicato la guida Parigi (Oltre Edizioni), dove racconta la città attraverso la vita di otto donne che ne hanno segnato la storia.


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