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Elezioni in Israele: Netanyahu personalizza il voto e resta in sella

“La più grande vittoria della mia vita”. A spoglio ancora in corso, il leader del Likud esulta, ma non è ancora certo che abbia la maggioranza per un governo. E il 17 marzo…

Tra il «votatemi!» e il «non votatelo» ha avuto la meglio la prima opzione. Benjamin Netanyahu è il vincitore della terza tornata elettorale in un anno. Anche se il problema di costituire una coalizione non è per nulla detto che sia risolto (al momento, la destra può contare su 59 seggi dei 61 occorrenti per essere maggioranza assoluta alla Knesseth). Rimane il fatto che incassa dall’elettorato un attestato di fiducia, fermo restando che la partecipazione alle urne è stata più che soddisfacente, registrando il superamento della soglia del 70% degli aventi diritto. Segno che a fronte della polarizzazione dei giudizi, non si registra una pari defezione nel tradurli in scelte elettorali.

Sarà forse questa la tornata elettorale che solleverà Israele dallo stallo e dall’inerzia nelle quali da diverso tempo era invece caduto. Il blocco politico che all’origine di questa situazione, infatti, fino ad oggi non si era risolto attraverso il pronunciamento dei cittadini. Il rischio, semmai, era che il suo ripetersi nel tempo potesse invece tradursi in una crisi istituzionale. La qual cosa avrebbe comunque effetti problematici se non traumatici.  Andando a votare di prima mattina, il presidente di Israele Reuven Rivlin si era espresso al riguardo con toni trancianti: «questo è normalmente un giorno di festa, ma la verità è che non ho voglia di festeggiare. Ho solo un senso di profonda vergogna quando mi trovo di fronte a voi, miei concittadini. Non ce lo meritiamo. Non ci meritiamo una campagna elettorale orribile e sporca come quella che finisce oggi e non ci meritiamo questa instabilità senza fine. Meritiamo un governo che lavori per noi».

I risultati parziali indicano una tendenza che dovrebbe confermarsi. Intanto, la partecipazione elettorale è stata del 71% dei 6.453.255 aventi diritto al voto. Nel settembre del 2019 era stata del 68,9 mentre nell’aprile dello stesso anno si era attestata 68,5. Solo alle elezioni del 1949 il dato complessivo degli esercitanti il diritto aveva raggiunto la cifra ragguardevole dell’86,9% (440.095 votanti su 506.567 aventi diritto), ma erano ben altri tempi. Lo spoglio parziale effettuato dalla Commissione elettorale centrale, a ben due terzi della verifica delle schede (il 75%), segnala già una situazione di questo genere: il Likud, con oltre 940mila voti (valore assoluto rispetto al conteggio di solo il 51% delle schede), viaggia intorno al 28,38% (35 seggi); Kahol Lavan, con 869.676, è al 26,25% (32); The Joint List, la lista araba, ottiene ben 455.473 preferenze (17 scranni); lo Shas, con 258.294, è al 7,80% (9); lo United Torah Judaism, con 221.490 voti, è al 6,69% (8); Yisrael Beiteinu, con 184.083, al 5,56% (6); la coalizione Labor-Gesher-Meretz, con 192.856, è al 5,82% (7); Yamina (ossia «Destra», unione elettorale di diversi partiti, tra i quali Nuova Destra, formazione guidata dal ministro della Difesa Naftali Bennet e da Ayelet Shaked, considerata uno dei possibili nomi per guidare la destra dei tempi a venire qualora Netanyahu decidesse di farsi da parte; tale formazione si basa su una destra unitaria che va oltre le tradizionali divisioni tra laici e religiosi. Al loro fianco ci sono altri due partiti: la Casa Ebraica, legata all’ebraismo ortodosso e guidata Rafi Peretz, e l’Unione Nazionale, partito conservatore e nazionalista anch’esso vicino all’ebraismo ortodosso guidato da Bezalel Smotrich), con 164.701, al 4,97% (6).

Sono risultati non definitivi, destinati a modificazioni, assestamenti ed anche a qualche cambiamento significativo nella ripartizione dei seggi. Tuttavia, indicano i trend dominanti nell’elettorato: un solido seguito da parte di Netanyahu, che si intesterà comunque il risultato delle elezioni, seggio più o meno; una non meno significativa affermazione delle liste arabe; il magro esito dell’alleanza della sinistra, oramai soggetto del tutto minoritario nel Paese; un calo del partito di Avigdor Lieberman, che tuttavia continuerà ad avere un potere di influenza sulle future coalizioni; la sostanziale stabilità di Blu e Bianco, al quale guarda una parte ampia dell’elettorato, che va dalla destra moderata alla sinistra liberale.

Detto questo, ed in attesa di ulteriori dati, senz’altro più certi, proseguiamo con una qualche circospezione alcuni ragionamenti di fondo, per meglio intendere quale sia il quadro dei problemi all’orizzonte. Dall’inizio degli anni Duemila l’indirizzo politico israeliano è stato costruito sulla presenza di un uomo di riferimento. Non era di per sé una novità, ad onore del vero, ma dal 2009 la presenza di Benjamin Netanyahu si è resa indiscussa. Di fatto, in una decina d’anni sarebbe arrivato ad occupare l’intero orizzonte politico, trasformando i diversi passaggi elettorali (2013, 2015, aprile 2019 e settembre dello stesso anno) in un referendum sulla sua figura. Malgrado la necessità – del tutto ovvia nel sistema politico nazionale ed in quello elettorale israeliano – di trovare un defatigante equilibrio attraverso esecutivi di coalizione, ricontrattando costantemente poteri, funzioni, ruoli e risorse, Netanyahu si è trasformato in «re Bibi».

Il qual fatto ha implicato molte cose ma, alle resa dei conti, soprattutto l’enfatizzazione di due aspetti, a tutt’oggi predominanti: impedire ad eventuali contendenti, interni o esterni al suo partito, di potere costruire nel corso del tempo un’efficace alternativa; occupare la scena collettiva, non solo politica ma anche mediatica, con la sua persona, sapendo bene che in una società dello spettacolo ciò che infine conta è che si parli molto di sé, non necessariamente in maniera sempre e comunque benevola. Netanyahu si è quindi garantito uno spazio di azione basato sul progressivo azzeramento del potenziali ricambi all’interno del Likud: chi negli ultimi vent’anni non era d’accordo con lui, se ne è uscito, in genere costituendo partiti o gruppi politici destinati ad una traiettoria prima o poi declinante. Non di meno, all’esterno della sua formazione politica, ha lavorato affinché i suoi avversari perdessero di sostanza, cercando di portarli sul suo terreno di gioco, dettandogli l’agenda e costringendoli ad una sorta di corpo a corpo, sapendo di poterne uscire vincente.

Il discorso politico pubblico, in Israele, è quindi stato sempre più spesso dominato dalla dialettica tra adesione o rifiuto di Bibi. La personalizzazione è stata la sua carta vincente. Gli elettori si sono presto convinti che al di fuori della sua figura, sospesa tra autocrazia e paternalismo, tra modernità socioculturale e tradizionalismo ideologico, tra allergia nei confronti dei complessi equilibri istituzionali e decisionismo, non vi fosse molto d’altro. È come se avesse costruito un recinto dell’immaginario collettivo, dentro il quale imprigionare non tanto il voto quanto le ragioni della sua manifestazione, ossia i perché del suo ripetersi. In questo, va detto, ha contato moltissimo l’inesistenza di una vera figura alternativa alla sua marcata personalità.

Se tutto ciò ha funzionato a lungo, ed in parte continua ancora a funzionare, sono però intervenuti nel mentre elementi che sembravano potere intaccare il suo premierato. In particolare, quelle inchieste giudiziarie che avrebbero dovuto metterlo alle corde. Già era stato così nel passato, con alcuni suoi predecessori, che non avevano perso per mancanza di proposta politica ma per sopravvenuto difetto di credibilità morale. Di questo Netanyahu è stato consapevole fin dall’inizio delle indagini che lo chiamavano in causa, ritenendo che esse avrebbero potuto comportare la sua definitiva caduta. Giocando d’anticipo, dopo avere aperto un durissimo conflitto con i poteri giudiziari e con il sistema legale nel suo insieme, ha quindi portato Israele alle elezioni anticipate, nell’aprile del 2019. L’obiettivo, per nulla celato, era quello di dare corpo ad una nuova coalizione che avrebbe anestetizzato le inchieste o, quanto meno, i provvedimenti che gli potevano pregiudicare la leadership.

La variabile non computata, intervenuta nel mentre, è stata però l’inattesa opposizione di Avigdor Lieberman, un ex likudnik che, dopo avere rotto i ranghi ha anche cercato di cambiare lo schema di gioco. A questo stato di cose, in un primo tempo Netanyahu ha lavorato di rimessa, sforzandosi di andare oltre l’oramai impraticabile alleanza della sola destra nazionalista, a quel punto bruciata dall’intransigenza di Yisrael Beiteinu. Ha quindi aperto al centro-sinistra, nel nome di un governo di unità nazionale, proposta per la quale ha ricevuto risposte tanto negative quanto piccate; ha poi cercato di scavare nelle dissidenze della destra, alla ricerca di una precaria ma pur possibile maggioranza in Parlamento, anche in questo caso rimanendo con un pugno di mosche. Non gli è riuscito nulla di tutto ciò. Così come nulla è riuscito ai suoi pallidi contendenti.

Si è pertanto tornati al confronto diretto, non quello politico bensì elettorale, in corso da oltre un anno in Israele. L’immagine di Bibi come del «signor sicurezza», l’uomo che più e meglio avrebbe potuto continuare a garantire la protezione d’Israele, è stata ripetutamente attaccata dai leader di Blu e Bianco, a partire da Benny Gantz, contando sul fatto che la formazione politica di recente costituzione (nata un anno fa proprio per fare fronte al quella che viene denunciata come la strafottenza e la tracotanza di Netanyahu), essendo il prodotto dell’intesa di tre ex capi di stato maggiore delle Forze armate, avrebbe appannato quella del capo del Likud. Il premier uscente ha allora rilanciato, spostando l’asse sul piano diplomatico, con un concerto di iniziative che lo vedevano tra Trump e Putin, quasi a lasciare intendere che sarebbe stato capace di garantire l’accordo con il diavolo e l’acqua santa. Anche questo terreno non lo ha però premiato, riportando il paese alle urne, nel settembre dello scorso anno. Il successivo intervento di Trump, con il suo piano per la negoziazione del conflitto con la controparte palestinese, inteso da Netanyahu come un potenziale asso nella manica, sembra al momento non avere fatto alcuna differenza. Anche perché nessuno sembra credere sulla sua concreta praticabilità, al di là del buon gradiente raccolto tra il pubblico israeliano. In altre parole, rischia di essere visto come una intenzione senza seguito, tanto desiderabile quanto irrealizzabile. Se doveva muovere verso il Likud elettori centristi, si può già da adesso dire che non è riuscito nell’intento.

L’opposizione ha continuato a scandire che «(Bibi) non può proprio», lasciando intendere che il suo tempo, anche quello supplementare, è definitivamente scaduto. Per gli avversari di Netanyahu da tempo non si pone più il problema di averlo ancora una volta come Primo ministro – se ciò avvenisse, cosa a questo punto non più improbabile, denuncerebbero senz’altro una tale situazione come un’usurpazione della democrazia – ma di cosa fare per uscire da uno stallo che da più di un anno assomiglia ad una tempesta perfetta, dove tutto congiura contro qualsiasi tentativo di fare un passo in avanti. Gantz e Netanyahu hanno operato con margini di scostamento molti piccoli. La grande maggioranza degli elettori non si è schiodata dalla sue precedenti scelte, ripetendole pedissequamente. D’altro canto, in mancanza di proposte politiche alternative, era difficile che le cose andassero diversamente.

Sul piano della campagna elettorale, al netto di una serie di accuse reciproche basate sul riversare addosso all’avversario lo stigma di «traditore» degli interessi nazionali, il Likud ha dovuto ragionare su due aspetti, concentrando quindi il fuoco di fila su di essi: il recupero di credibilità e attrazione verso 300mila elettori di destra, tendenzialmente stanchi e quindi potenzialmente proclivi a non votare o a votare diversamente; il bersagliamento verso la cosiddetta «soft right», un nucleo mutevoli di elettorato che poteva scegliere per la destra nazionalista così come per il centro-destra di Kahol Lavan. Benny Gantz ha lavorato molto su quest’ultimo gruppo, cercando di orientare la campagna elettorale sull’insostenibilità morale, prima ancora che politica, del suo avversario, inseguito dalle inchieste giudiziarie. Così facendo, ha usato come cavalli di battaglia i temi della lotta alla corruzione, la necessità di garantire (se non addirittura di ripristinare) il pluralismo istituzionale e la fiducia nelle istituzioni, il bisogno, per Israele, di dotarsi di un nuovo premier all’altezza dei tempi correnti. Netanyahu è stato presentato come l’esatto inverso di tutto ciò, accusandolo non solo di lavorare esclusivamente per se stesso ma anche di propendere per una democrazia plebiscitaria e illiberale. Gantz ha cercato in tutti i modi di evitare di essere associato a posizione di «sinistra», invece evocate da parte di Netanyahu a piè sospinto come una sorta di condizione di dannazione per i suoi avversari. In tale ottica, il leader di Kahol Lavan ha dichiarato che non avrebbe mai incluso la Arab Joint List nei partner di un futuro governo, alimentando inoltre l’immagine del suo come di un partito che sul dossier relativo ai piani di pace con i palestinesi è su posizioni non troppo diverse da quelle dei suoi avversari, a partire all’ipotesi di annessione della valle del Giordano, poste determinate condizioni di scenario (ossia, l’accordo con la «comunità nazionale», premessa al momento del tutto impensabile), passando per implementazione del Piano Trump, con l’incorporazione degli insediamenti in Cisgiordania sotto la sovranità israeliana.

Non a caso, quindi, Blu e Bianco sembra occupare lo spazio politico di un partito centrista ma propendente verso la destra moderata, con una misura che Netanyahu volutamente non intende offrire, essendosi invece caratterizzato per il suo radicalismo, che ha lasciato non pochi vecchi esponenti del Likud con l’amaro in bocca. Dopo di che, per Gantz lo spettro delle alleanze a venire sarebbe tale da contemplare anche posizioni molto diverse da quelle tiepidamente caldeggiate in questi ultimi mesi, nel corso della campagna elettorale. In sostanza, l’unica certezza manifestata da Gantz è che qualsiasi governo dovesse costituirsi, esso dovrà fare a meno dell’attuale leader del Likud.

Il quale, in queste ultime settimane, in un ulteriore sforzo di spostare l’asse dell’attenzione dell’elettorato, ha invece battuto il chiodo dei buoni risultati in economia (che tuttavia premiano una sola parte della società israeliana, dove invece la polarizzazione nella distribuzione della ricchezza prodotta è aumentata in misura notevole); ha ribadito le sue ottime relazioni diplomatiche e la sua capacità di costruire e mantenere profittevoli rapporti internazionali (della serie: “ci sono ingrati che in patria mi denigrano ma guardate come il mondo mi stima e, di riflesso, considera tutti voi israeliani, grazie al mio impegno”); ha rinnovato l’accusa – che è un mantra ossessionante – rivolta ai suoi avversari di avere intendimenti “sinistri”, essendo disposti a cedere ad arabi e a quant’altri: una volta ascesi al potere, risulterebbero disastrosi per il destino del Paese.

Sul piano economico, alcune cose vanno evidenziate. Se si parla di costo della vita, il prezzo di un appartamento nel 2008 era di 104 stipendi; dieci anni dopo era salito a 180 salari minimi. Il 55% del suo valore d’acquisto è costituito da tasse. Lo stipendio medio nel 2019 è stato di 11.139 shekelim lordi (il cambio attuale è di 1 shekel per 0,26 euro). Il 70% delle persone vive però con meno di 8.500 netti di shekelim al mese. È tuttavia lo stipendio medio, pari a 6.500 shekelim netti al mese (dati del 2018), che deve essere preso in considerazione. Poiché il 50% degli israeliani va avanti con meno di quello. Da ciò, quindi, un tasso di credito al consumo molto elevato, con il relativo indebitamento privato. Inoltre, il Prodotto interno lordo pro capite è stato di 41.644 dollari nel 2018. Il potere d’acquisto, invece, di 37.972 dollari. Nel 2007, il livello dei prezzi era inferiore del 2% alla media OCSE. Nel 2017, era superiore del 20%. I prezzi sono aumentati del 36,4% tra il 2007 e il 2017. Il prezzo degli immobili, nello stesso periodo, è aumentato del 130%. La concentrazione bancaria è sorprendente, con due banche, Hapoalim e Leumi, che detengono il 70% del mercato e solo 5 operatori bancari nazionali, con Discount, Mizrahi Tefahot e Banque of Jerusalem che si spartiscono pressoché l’intero mercato.

In sostanza, anche in Israele esiste un problema di grave crisi del ceto medio. Ad urne chiuse, quello che si può già da subito affermare è che elementi rilevanti sono il grado di mobilitazione del voto arabo e l’atteggiamento degli elettori di «soft right», questi ultimi – peraltro – tendenzialmente preoccupati per gli equilibri istituzionali molti di più di altri segmenti dell’elettorato. Sussistono ora tre possibili scenari, tutti e tre altrettanto difficili: Gantz riesce nell’obiettivo di estromettere Netanyahu e costituisce un dicastero senza la sua ingombrante presenza, trattandosi però dell’ipotesi al momento meno gettonata; Netanyahu riesce in ciò che gli è interdetto da più di un anno, tuttavia senz’altro introducendo una serie di strappi nel difficile equilibrio tra le istituzioni; Netanyahu viene escluso ma in cambio di una sorta di perdono giudiziario, ipotesi però anch’essa impraticabile nei fatti al momento corrente.

Tre variabili vanno computate: quanto l’apertura del procedimento giudiziario, il 17 marzo prossimo, contro Bibi peserà nelle trattative tra i partiti; fino a che punto il Likud continuerà ad essere consenziente ostaggio del suo “leader maximo”; come si comporteranno i partiti religiosi che, per potere contare sulla propria base di consenso, necessitano di risorse e, quindi, di una legge di bilancio che, senza un governo, non può essere licenziata. A questo punto, se si dovesse riprodurre una sostanziale paralisi collettiva, non sorprenderebbe se alla fine passasse l’opzione di una nuova prova alle urne, cosa che a Netanyahu può andare bene in quanto ha bisogno di una campagna elettorale permanente per potere drammatizzare il confronto, preservando i suoi interessi. Vedremo comunque di qui ai prossimi giorni cosa ne sarà delle diverse ipotesi che si vanno facendo già in queste ore.

Quali altre considerazioni si possono aggiungere a quelle appena fatte? C’è un passaggio importante che, invece, sfugge a molti osservatori. Il ciclo che va chiudendosi, infatti, si genera negli anni Novanta, quando si era avviato un lungo periodo di attivismo della Corte suprema israeliana. Se fino ad allora si era limitata a promulgare quelle leggi fondamentali che definivano l’ossatura dello Stato, a partire dal 1992 ha dato corpo e sostanza ad una legislazione costituzionalistica rivolta nel senso dei diritti civile e sociali. Una traiettoria, quest’ultima, che ha raccolto la crescente opposizione delle componenti religiose e conservatrici della società israeliana. Le quali hanno puntato le loro carte, e speso la propria credibilità, sul discorso dell’identità ebraica come dimensione nazionale. Da questo contesto, ad esempio, si è generato lo spazio politico per figure come Naftali Bennet e Ayelet Shaked, soggetti che hanno giocato la carta dell’andare oltre il Likud, fondando una nuova destra nazionalista. Tuttavia, a trarne gli effettivi benefici è rimasto King Bibi. Che ha trasfuso il discorso nazionalista e territorialista del Likud dei «padri vincitori» (Begin, Shamir e poi Sharon) in quello populista, identitario e sovranista che meglio si inscrive dentro gli attuali umori non solo della destra israeliana ma anche di quella internazionale. All’interno di questa cornice, ha riformulato non solo la dialettica conflittuale tra secolarizzazione e religiosità, che attraversa Israele dalla sua nascita nel 1948, ma anche quella tra ebraicità e democraticità. Lo ha fatto con una spregiudicatezza al limite dell’opportunismo, essendo un uomo la cui formazione ha poco o nulla a che fare con l’identitarismo a legittimazione religiosa. Anche per questo è visto da una parte dei suoi oppositori come una potenziale minaccia per gli assetti istituzionali vigenti, dalla cui riforma in chiave antipluralista, potrebbe ricavare ulteriore spazio per sé e per il suo futuro politico. Sta di fatto che, al netto dei possibili scenari a venire, Netanyahu sembra oggi più che mai in sella. Si vedrà e breve se di un cavallo a galoppo o di un animale azzoppato.

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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