Hebraica Nizozot/Scintille
Elul e selichot come ricerca di interiorità

Come ricorda rabbi Adin Steinsaltz “Il mese di Elul è chiamato ‘il mese della misericordia’ o delle selichot, e va dedicato interamente al pentimento, alla teshuvà, e alla preparazione dei giorni del giudizio”

Tra una settimana (il 20 agosto) sarà rosh chodesh Elul, l’inizio del mese ebraico di Elul, che nel calendario liturgico del giudaismo ha da sempre un trattamento speciale perché precede le solenni feste di Rosh ha-shanà, il capodanno, e di Yom kippur, il giorno dell’espiazione e del perdono. In quest’ultimo mese dell’anno si avvia una vera e propria preparazione: ci si dispone interiormente a quelle solennità, si fanno esami di coscienza, si intensificano preghiere e propositi di rinnovamento. All’inizio di Elul, con alcune varianti minori tra sefarditi e ashkenaziti, yemeniti e italiani, si comincia subito a recitare le selichot e nella maggior parte delle comunità ogni mattina dei giorni feriali, dopo la preghiera, si suona lo shofar, il corno di ovino il cui suono, dai pochi toni acuti e reiterati, evoca la voce/il tuono divino al Sinai. Non a caso i maestri hanno legato il mese di Elul proprio al Sinai, o meglio all’attesa della Torà. I quaranta giorni che Mosè avrebbe trascorso sul monte Sinai (o in cielo, secondo alcuni midrashim) per ricevere, e trascrivere, le seconde tavole della Legge, dopo il peccato del vitello d’oro e la rottura delle prime tavole, corrispondono secondo i chakhamim ossia i saggi di Israele, al periodo che va dal capo-mese di Elul al dieci del mese successivo, Tishrì, che è appunto il giorno del giudizio, della richiesta di perdono e della misericordia divina: Yom kippur.

Come ricorda rabbi Adin Steinsaltz, zichronò livrakhà, che è stato forse il Rashì, il più grande maestro della nostra generazione: “Il mese di Elul è chiamato ‘il mese della misericordia’ o delle selichot, e va dedicato interamente al pentimento, alla teshuvà, e alla preparazione dei giorni del giudizio. In questo mese si usa compiere i precetti nel modo più perfetto possibile, occorre fare ammenda delle proprie cattive azioni e alcuni fanno un ta’anit dibbur, un digiuno di parole”. Questo digiuno di parole è una scelta ascetica personale, non prescitta dalla Torà o dall’halakhà, con la quale i più devoti si astengono uno o più giorni dal proferire parole profane, non legate allo studio della Torà o alla pratica religiosa. E’ noto che il Rav ha-Nazir, ossia David Cohen, il più famoso discepolo di Rav Abraham Itzchaq Kook, osservasse questo ta’anit dibbur per tutto il mese di Elul, fino appunto a Kippur (quando si sciolgono tutti i voti). Ma il silenzio, anche quello esteriore per facilitare quello interiore, è una dimensione e una caratteristica di chi attende e si prepara a ricevere una Parola diversa dalle altre, la Torà me-Sinai. Per facilitare quest’attesa e affinare lo spirito nel processo di pentimento i maestri non solo hanno introdotto il suono dello shofar ma anche la recitazione di alcuni versetti biblici, salmi e inni religiosi che, sin dai tempi talmudici, sono venuti costituendo un corpus religioso-letterario chiamato selichot, dal termine ebraico selichà, che significa perdono.

Caduta in disuso per molto tempo nelle sinagoghe e nelle comunità riformate e conservative d’America, la recitazione di queste preghiere penitenziali è stata oggetto di un recupero negli ultimi anni: la tradizione delle selichot è una intensa propedeutica alla teshuvà; è una pedagogia liturgica, la cui importanza va di pari passo con la comprensione della ricchezza e dei significati delle due solennità, il Capodanno e Kippur; è un percorso di interiorità. Già nelle selichot troviamo la recitazione dei “tredici attributi divini” (Shemot/Es 34,6-7) che costituiscono il cuore dei riti del giorno dell’espiazione ma anche il senso teologico più profondo della Legge e della rivelazione sinaitica: i precetti sono dati perché l’uomo viva, ne viva e viva meglio, non certo per mortificare la vita e deprezzarla in qualche suo aspetto. Per questo, dicono sempre i maestri, non bisogna esagerare nell’ascetica, nella penitenza o nella mortificazione. Le selichot, come pedagogia ebraica, indicano il giusto mezzo: si mette al bando la frivolezza, si sottolinea l’essenziale, ci si riconnette agli eventi del Sinai (con lo studio e il suono dello shofar) ma poi si continua la vita ordinaria, si rientra nei ranghi dell’ordine delle cose.

Le selichot sono in parte brani del Tanakh (come i salmi 27, 130 e 145) e in parte piyyutim, poemi religiosi che risalgono all’epoca gaonica ossia i secoli post-talmudici: vi compaiono inni composti a Babilonia da Amram Gaon (IX secolo) nel cui nome è tramandato anche il primo siddur ufficiale; da Saadya Gaon (prima metà del X secolo) considerato anche il primo filosofo ebreo medievale; dallo stesso Rashì (tra XI e XII secolo), il maggior commentatore della Torà e del Talmud. In ambito riformato e conservative a questi piyyutim classici ne sono stati aggiunti altri moderni e contemporanei, tra cui testi di vittime della Shoà come Hillel Zeitlin, autore di poemi in ebraico e in yiddish, che perì nel ghetto di Varsavia ucciso dai nazisti (mentre, avvolto nel suo tallit, stringeva una copia dello Zohar, dicono gli agiografi). Nella prefazione a una recente raccolta di selichot, promossa dalla Rabbinical Assembly del movimento conservative americano, quello culturalmente più vicino all’ebraismo italiano, si legge: “L’essenza delle antiche selichot è ancora di grande valore e utilità per la nostra generazione, non importa quanto lontane da noi esse siano in termini di tempo, di lingua o di dottrina. Se fossimo in grado di apprezzare la poesia e il mosaico letterario e i sentimenti delle selichot, riconosceremmo in esse le aspirazioni delle nostre stesse vite, i bisogni del nostro spirito”.

Tra gli inni religiosi delle selichot vi è l’antichissima preghiera nota con il nome di Avinu malkenu, ossia “Nostro padre, nostro re”, tra le più riassuntive della spiritualità ebraica perché rivolta a Dio con due attributi antitetici ma complementari, quello di Padre, che ispira bontà e intimità filiale, e quello di Re, che sottolinea la sua sovranità e severità, due dimensioni che nella teologia ebraica non possono mai essere separate, come chesed e tzedeq, pietà e giustizia, come rachamim e din, misericordia e giusta sentenza. In questo poema, che nella melodia ashkenazita assume toni struggenti, si elencano le ragioni profonde dell’atteggiamento penitenziale che pervade tutto il mese di Elul e che culmina nei primi dieci giorni di Tishrì: Avinu malkenu, chanenu va-‘anenu ki ein banu ma‘asim ossia “facci grazia e rispondici perché non abbiamo in noi opere” [ossia meriti sufficienti e tali da pretendere di essere considerati giusti]. E’ un testo religioso che esprime come vorremmo essere giusti in virtù delle nostre buone azioni ma non le abbiamo, perche siamo limitati e fragili come tutti gli esseri umani. Indirettamente è anche una reazione a quel cristianesimo paolino che, opponendo fede e opere, spesso accusa l’ebraismo di volersi ‘giustificare’ solo in nome delle opere e dei precetti. Opere e precetti sono necessari perché comandati al Sinai, ma nel mese di Elul diventiamo più consapevoli soprattutto delle nostre debolezze e fragilità.

Massimo Giuliani
collaboratore

Massimo Giuliani insegna Pensiero ebraico all’università di Trento e Filosofia ebraica nel corso triennale di Studi ebraici dell’Ucei a Roma


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