L'agenda di Joi
Cultura
“Forse mio padre”, un romanzo di Laura Forti

Memoria e identità in un libro che parla al futuro e scrive al passato

Forse mio padre è appena arrivato nelle librerie, con la sua copertina pop fatta di tre fotografie riprodotte dentro bolli rossi che ritraggono una bambina con i capelli lunghi, un cagnetto e un signore elegante con il cappello in testa. Sottili fili grafici uniscono i tre elementi quasi a far pensare a un rebus o a una formula chimica. Il rebus è intituivo, perché il titolo fornisce tutti gli elementi necessari per decifrare che stiamo per affronatre la storia di una bambina, del suo cane (o di chi?) e di una figura paterna definita da quel forse del titolo. La formula chimica invece, si scoprirà leggendo, è quella della memoria. Della memoria di Laura Forti, l’autrice del romanzo.

Sì, perché prima di tutto Forse mio padre è un romanzo. E in quanto tale ha la sua portata fantastica: “Via via che scrivo mi sembra di sprofondre nella melma, di affondare in sabbie mobili dove non ho punti di appiglio o riferimenti. Mancano i fatti e le informazioni. L’invenzione sostituisce la memoria”, scrive Laura Forti. Mentre cerca informazioni e si accontenta delle pochissime in suo possesso, ricostruisce la sua storia personale, qualla di una donna adulta che all’improvviso scopre, per rivelazione materna, di non essere figlia dell’uomo che ha chiamato padre per tutta la vita. Comincia così un viaggio identitario meticoloso, in una scrittura introspettiva e storica insieme, come se l’Angelus Novus di Paul Klee guidasse l’autrice nella storia e nel futuro contemporaneamente. Che cos’è il tempo infatti in un romanzo pensato per ritrovare la biografia di un padre assente, in una scrittura immersa nei sentimenti di una bambina prima e di una donna poi, intrecciata con la vita di un’altra figura femminile, quella della madre dell’autrice, eroica, forte, spavalda e fragilissima insieme, in un viaggio che comincia prima della promulgazione delle leggi razziali per concludersi nel 2020 (o forse mai)? La risposta la fornisce Forti stessa quando, nelle prime pagine, scrive: “Scegliere era l’atto creativo che poteva liberarmi dal destino, dal fardello dell’attaccamento e dell’avversione. Scoprire lo specchio, guardare il demone e passare ad altro. Perdonare e andare avanti”.

Ed è esattamente questo il percorso che compie l’autrice nel suo romanzo, scandito dai capitoli Negazione, Elaborazione, Rabbia e  Accettazione. Si entra in un dialogo immaginario con il padre biologico, in un tu tanto preciso quanto impersonale, quasi specchio di un’indagine psicanalitica e contraltare impossibile –  perché già uscito dalla storia – di una vicenda realmente accaduta. Quella di una giovane e brillante quindicenne ebrea che si ritrova sfollata nella provincia di Grosseto e si cala nei panni della staffetta partigiana. Un’eroina capace di usare le armi, correre nella notte nella macchia maremmana, giocare a carte con i partigiani prima e con gli americani dopo. Lì incontra quello che sarebbe poi diventato il padre dell’autrice, il destinatario di questo scritto, una Lettera al padre in versione attuale. Di quel momento così eorico, a proposito di sua madre, scrive: “Non era difficile esserne innamorati. Era bellissima, coraggiosa, indipendente. Andava a cavallo, fumava, giocava a carte con i maschi. Sprigionava un fascino audace, molto diverso dalle donne dell’epoca, dal femminile patinato da telefoni bianchi. (…) Era il mare aperto, ti toglieva il fiato”. Quell’età eroica si saldava con la spalvaderia di una ragazza intelligente, vulcanica e priva di pregiudizi. Sarà lei, in realtà, la vera protagonista di questa storia. Questa Pippi Calzelunghe con la Beretta calibro 10, come la racconta Laura Forti verso la fine dle libro, quando, molti anni dopo, ricorda di quando sua madre spingeva lei bambina a leggere le avventure della ragazzina svedese. Per Laura, un personaggio irritante nella sua eccessiva indipendenza e lontananza dal mondo sentimentale: “Quello che mi irritava davvero di Pippi era la sua autonomia, il suo vivere senza genitori, l’essere una bambina che non versava mai una lacrima. Pensavo che così doveva essere stata la mamma quando faceva il partigiano nella macchia grossetana, una Pippi con la Beretta calibro 10″.

Ne ha vissuta un’altra di età eroica quella donna così intraprendente. Finita la guerra infatti decide di partire per Israele. Era il 1948 e il neonato stato richiamava giovani leve innamorate del sogno sionista e dell’idea di contribuire alla creazione del Paese. Si stava per laureare in medicina, abbandona gli studi e si ritira in una sorta di kibbutz in miniatura che ospitva i giovani pionieri italiani per prepararli all’avventura. Ma la sua dura poco, in breve decide di tornare indietro e dare seguito a un altro sogno, quello dell’amore nato alla facoltà prima di partire. Così torna a Firenze, si sposa con Mauro, un goy, un gentile, in un matrimonio misto, per l’epoca sfacciato e pochissimo amato dalle rispettive famiglie. Con lui avrà figli e una vita da casalinga che la precipiterà in una depressione. A curarla sarà un ritiro ad Assisi, segnato dall’incontro con quel ragazzo di Grosseto, che l’ha aspettata sempre, da qundo la guerra è finita. Sarà lui il padre di Laura Forti, quell’ex giovanotto innamorato della staffetta partigiana. Ma quell’incontro resterà segreto per sempre. O meglio, sarà tale fino a quando, vicina alla morte, la madre deciderà di raccontarlo a sua figlia.

Il film si srotola fino al presente, quasi in un’analisi senza soluzione di continuità. Ma attenzione, non è una biografia. Forse mio padre è un romanzo. Perché, come sostiene Laura Forti, nel momento in cui si scrive qualcosa che riguarda anche se stessi e la propria famiglia, questi diventano personaggi. Escono dalla cifra biografica. Oppure, no, oppure tutto è biografia perché si parla sempre di se stessi. Dipende dal punto di vista. Ma di sicuro,  “Quando la memoria non c’è, non basta o resta muta, dobbiamo costruircene una nostra. Dobbiamo avere fede nella fantasia” come scrive la voce narrante verso la conclusione del libro.

Qui si parla di identità. Come mi ha detto Laura Forti  in un breve scambio a proposito di questo romanzo: “Il mio libro è un romanzo sull’identità, non tanto sulla memoria di mia madre. Prendo spunto da questa scoperta tardiva sul mio padre biologico per ripercorrere la storia ma anche per chiedermi che cos’è l’identità personale. E mi rispondo che l’identità è quello che si sceglie di essere, senza necessariamente essere leali con i genitori e con il passato, possiamo addirittura ricreare la memoria”. La sintesi migliore di Forse mio padre è proprio in queste parole. Che raccontano veramente di Laura Forti. Del suo cercare nella scrittura l’accettazione e la rinascita (a proposito, scoprirete anche come mai in arte si chiama Forti…), attraverso la scelta creativa del proprio essere. Per rispondere alla domanda chi sono io? occorre selezionare gli ingredienti: “I legami familiari fanno parte della nostra identità”, spiega l’autrice, “Ma poi arriva un momento in cui devi scegliere chi sei tu, guardarti nello specchio e affrontare i demoni del lutto. Di quei legami familiari – e questo è quello dico sempre ai miei allievi di scrittura – scegli tu cosa portare nel tuo presente, il resto lo lasci precipitare. Nel mio libro seppellisco mia madre e il mio padre biologico in una tomba comune e poi li lascio lì, perché la mia vita mi chiama altrove”.

 

Laura Forti, Forse mio padre, Giuntina, pagg.160, 15 euro

Micol De Pas

È nata a Milano nel 1973. Giornalista, autrice, spesso ghostwriter, lavora per il web e diverse testate cartacee.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *