Hebraica
Ghiur, la conversione all’ebraismo raccontata dai media

Come si diventa ebrei? E cosa significa diventarlo? Alcuni spunti interessanti

Per parlare di conversione all’ebraismo, iniziamo con lo sfatare alcuni luoghi comuni. Il primo: nell’ebraismo il proselitismo non è mai esistito. Sembra invece che nell’antichità l’ebraismo fosse molto zelante nel diffondere il messaggio dell’unico Dio e che ciò fosse diventata una delle cause di ostilità con il mondo pagano: la rivista Kolot, riprendendo una vecchia pubblicazione di Alef-Dac, illustra alcuni casi narrati dal Talmud di romani convertiti o simpatizzanti verso l’ebraismo dopo essere entrati in contatto con altri ebrei. L’ebraismo abbandonò il proselitismo quando si affermò il cristianesimo, per via del grande pericolo che questa attività avrebbe comportato. Già Costantino, il primo imperatore romano cristiano, aveva previsto addirittura la pena di morte per chi avesse aderito alla “nefasta setta”.

È vero tuttavia che, benché le radici del fenomeno siano essenzialmente storiche, esiste anche un aspetto teologico che supporta la ritrosia dell’ebraismo al proselitismo. L’ebraismo non fa attività di proselitismo perché, a differenza di molte altre religioni, non crede che la salvezza dopo la vita mortale sia destinata solo agli ebrei (con buona pace di tutte le interpretazioni distorte della nozione di “popolo eletto”). Per l’ebraismo, ogni persona che rispetti le sette leggi noachidi (ovvero le sette leggi di condotta morale stipulate tra Dio e Noè dopo la fine del Diluvio) sarà salvata.

Secondo luogo comune: convertirsi è impossibile, troppo difficile. Il percorso di conversione è impegnativo, ma questo non significa certo che non lo si possa completare con successo!

 

Terminologia e tappe del percorso

La conversione in ebraico si chiama ghiur, parola che viene dalla radice del verbo abitare, risiedere. Colui che intraprende il percorso di conversione si chiama mitgayer e colui che lo completa si chiama gher. Interessante notare, la parola gher (straniero residente) è la stessa usata nel celeberrimo versetto del Levitico che esorta ad amare lo straniero “poiché foste stranieri [gherim] in terra d’Egitto”. Il gher, ovvero colui che ha completato il ghiur, diventa ebreo a pieno titolo e tale deve essere considerato dal resto della comunità: discriminarlo perché non è nato ebreo, o usare questo fatto per screditarlo, è considerata una gravissima azione.

Un vademecum sulle tappe del ghiur piuttosto esaustivo, arricchito da una serie di collegamenti a pagine di approfondimento, è offerto da My Jewish Learning. La persona che desideri intraprendere il percorso di conversione deve sottoporre la propria richiesta a un Beit Din, un tribunale rabbinico, che per prima cosa dovrà indagare le motivazioni e mettere in guardia contro le difficoltà che facilmente si incontreranno nella vita entrando a far parte del popolo d’Israele. Il percorso che il mitgayer dovrà seguire varierà a seconda della denominazione di ebraismo alla quale si è rivolto e, su alcuni aspetti, anche a seconda del Paese in cui il percorso viene intrapreso. Rimangono però alcuni punti fermi: lo studio, l’osservanza delle leggi che regolano la vita ebraica (si richiede al gher la kabbalat ol ha-mitzvot, letteralmente “accettazione del giogo dei precetti”) e i rituali di passaggio.

Questi sono l’immersione completa (tevilah) nel bagno rituale (mikveh) e per, i maschi, la circoncisione (brit milah) o la hatafat dam brit, ovvero la fuoriuscita di una goccia simbolica di sangue in casi particolari (se, per esempio, l’individuo era stato già circonciso in passato, magari per ragioni mediche). L’immersione completa nel mikveh rappresenta la rinascita a una nuova vita, suggellata anche dalla scelta di un nome ebraico. L’articolo sottolinea che seppur lo studio serio e approfondito sia un requisito imprescindibile, la conversione non è un esame da superare: il Beit Din valuta naturalmente la preparazione del mitgayer, ma decisivo più di ogni altra cosa è provare il proprio impegno sincero a vivere una vita ebraica.

E a tal proposito, la conversione si può revocare? È una delle domande che Uriel Hailman su Jewish Telegraphic Agency pone a tre rabbini americani (un ortodosso, un conservative e un riformato) nell’articolo “10 cose sulla conversione all’ebraismo che vuoi sapere ma hai paura a chiedere”. Se la persona dopo aver ottenuto il ghiur fa tutto meno che una vita ebraica, il Beit Din può “ritirargli la patente”? Secondo il rabbino ortodosso e il rabbino conservative, la risposta è no: la conversione, una volta fatta, è valida per sempre e proprio per questo non si devono approvare ghiurim con troppa facilità. Al contrario, il rabbino riformato ammette questa possibilità, in quanto secondo l’ebraismo progressivo si è ebrei se si dimostra di essere ebrei: il figlio di madre ebrea e padre non ebrea, ad esempio, dovrà dimostrare coi fatti la sua volontà a far parte della comunità, tanto quanto il figlio di padre ebreo e madre non ebrea. È legittimo perciò che il gher che non vive una vita ebraica non sia più considerato parte della comunità, fermo restando che la porta resta sempre aperta per eventuali ripensamenti.

 

L’anima ebraica: una visione mistica delle conversioni

Ma perché mai a qualcuno dovrebbe saltare in mente di diventare ebreo? La tradizione cabalista ritiene che l’unione di Abramo e Sara abbia generato molte anime, e che queste siano andate per il mondo alla ricerca di un corpo dove abitare. Perciò è possibile, secondo questo pensiero, che nel corpo di un non ebreo abiti un’anima ebraica. Il desiderio di conversione non sarebbe altro dunque che il suo risveglio. Significativamente, i gherim verranno chiamati “figli di Abramo e di Sara” in tutti i documenti che li riguardano.

Rabbi Allen S. Maller su The Times of Israel spiega che l’anima ebraica può derivare anche dalla propria storia familiare (se si discende da ebrei costretti ad abbandonare o nascondere la propria religione per non essere perseguitati) e mette addirittura a disposizione una lista di cinque “segnali sospetti” della sua esistenza. Il primo: “Ti piace fare domande. Ma quando le facevi da bambino, ti hanno risposto che la fede è un dono di Dio e non va messa in discussione. Questo non ti ha mai soddisfatto, benché gli altri sembrassero non aver problemi con questa visione”. Insomma, la prima spia è il gusto per la polemica; se ci sono tutti e cinque i sintomi, restare calmi e consultare il medico. Meglio, il rabbino.

 

La figura di Ruth

La figura di Ruth occupa un posto speciale quando si parla di conversioni, in quanto indicata convenzionalmente come la prima ghioret: la prima donna che, nata non ebrea, scelse di fare suo il destino del popolo ebraico.

Secondo molti, Ruth rappresenterebbe un modello a cui far ritorno: la conversione che viene dal cuore, opposta ai moderni percorsi che rischiano di limitarsi alla formalità e svuotarsi di significato. “Non c’è cerimonia o certificato ufficiale, e Ruth viene chiamata “la moabita” per tutta la storia: è la sua dedizione totale il requisito chiave perché sia accettata dagli altri”, scrive Rabbi Laura Janner-Klausner su Jewish News. “Oggi i processi che portano gli “ebrei per scelta” nella nostra comunità sono più formali, ma la storia di Ruth ci insegna che la cosa più importante è l’impegno a esserne parte che la persona dimostra”.

La questione viene approfondita da Yedidya Stern, professore di Legge all’Università di Bar Ilan, che firma per Ynet un articolo dal titolo “Ruth come modello per le conversioni moderne”. Stern analizza nello specifico la posizione dei circa 450.000 cittadini israeliani (perlopiù provenienti o discendenti dalla grande aliyah dai Paesi dell’ex blocco sovietico, che diede la cittadinanza anche a tanti non ebrei in base alla Legge del Ritorno), che crescono in una società ebraica, non conoscono altro che l’ebraismo, ma halachicamente non sono ebrei: non possono sposarsi in patria e, denuncia Stern, la loro classificazione come non ebrei da parte dello Stato potrebbe portare dei problemi al futuro dello stesso. Solo il 7% intraprende un processo formale di conversione. “Molti non vogliono vivere secondo le rigide regole dell’ebraismo ortodosso che sono difficili da rispettare anche per la maggior parte degli ebrei. Il risultato è che, per convertirsi, devono fingere”.

Alla base del problema, Stern prosegue, sta il solito irrisolto quesito: cosa significa essere ebrei? Praticare una religione o essere parte di un popolo? E quindi, cosa significa diventare ebrei? Entrare a far parte di una comunità di fedeli o di una nazione? “Se si tratta di religione, allora è naturale che si domandi il rispetto delle leggi della Torah per diventare ebrei. Questa era l’opinione nel decimo secolo di Saadia Gaon che stabilì che “la nostra nazione è nulla senza la Torah”. Dall’altra parte, c’è una tradizione halachica per cui l’ebraismo è una “nazione” e solo dopo che una persona entra a farne parte assume l’obbligo di rispettare le sue leggi. A questa tradizione si riferisce il libro di Ruth: “Il tuo popolo è il mio popolo e il tuo Dio è il mio Dio”. Ovvero: prima entra a far parte del popolo e solo dopo, come conseguenza, gli obblighi religiosi divengono rilevanti”.

Silvia Gambino
Responsabile Comunicazione

Laureata a Milano in Lingue e Culture per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale, ha studiato Peace & Conflict Studies presso l’International School dell’Università di Haifa, dove ha vissuto per un paio d’anni ed è stata attiva in diverse realtà locali di volontariato sui temi della mediazione, dell’educazione e dello sviluppo. Appassionata di natura, libri, musica, cucina.


10 Commenti:

  1. Buongiorno o, boker tov, ho trovato l’articolo estremamente interessante. Ho trascorso un breve periodo in Israele lavorando in un kibbutz. Vorrei sapere di più sulla conversione. Toda raba
    Fabrizio

    1. ti consiglio di contattare direttamente la comunità della tua città o di quella dove desideri iniziare il tuo itinerario; in base all’intensità della motivazione saprai come comportarti e loro sapranno come procedere. Non pensare a scadenze temporali.

  2. Buongiorno Ho una storia familiare complicata, il mio vero cognome è Ascoli Sarei felice di onorare le origini ebraiche della mia famiglia Gentilmente, mi può dare delle indicazioni?

    1. Deve trovare una sinagoga vicino a casa sua (raggiungibile a piedi), per parlare con il rabbino ed esporre le sue intenzioni di conversione. Lui ti spiegherà come fare. Se non vuole o se non si occupa di conversioni, cerchi un’altra rabbino. Può chiedere al Beth Din una lista di professori che sapranno consigliarla sul da farsi.

  3. Cara Silvia Gambino, hai scritto un articolo molto interessante e hai spiegato, anche se in breve, il significato profondo di conversione.
    Grazie e chapeau….e te lo dice una goyah ???

  4. Buongiorno, mi ha molto colpita la tesi dell’anima ebraica di Rabbi Miller. Mi domandavo con quali modalità si può risalire alla genealogia della propria famiglia e verificare se si è discendenti da ebrei costretti ad abbandonare o a nascondere la propria religione. Grazie


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