Hebraica Robe da Rabbi
Robe da Rabbi: il concetto di popolo eletto

Tre rabbini ne spiegano il significato.

Quello di popolo eletto è forse uno dei concetti più complessi dell’Ebraismo: come possiamo considerare un popolo “eletto” senza automaticamente bollare gli altri come inferiori? Le accuse, nella storia, non sono certo mancate, tanto che intorno a questa definizione si è costruito il pensiero antisemita. Le ragioni, invece, riconducono alla storia biblica e aprono domande di natura etica e religiosa. Abbiamo scandagliato il web e selezionato le risposte di tre rabbini che vi proponiamo in questo articolo. Un primo capitolo su un tema che merita sicuramente altre riflessioni.

Rabbi Dr. Nathan Lopes Cardozo – Founder and Dean of the David Cardozo Academy and the Bet Midrash of Avraham Avinu in Jerusalem

Il punto di vista di Rav. Cardozo è quello di un popolo chiamato a stimolare tutti gli altri a migliorarsi. Il sogno, dunque, del popolo eletto è quello di raggiungere un’epoca in cui tutta l’umanità sarà eletta. Scelta, grazie alla propria dedizione morale e religiosa, da Dio. Una tensione spirituale che poggia su un paradosso: tendere alla propria sopravvivenza di popolo eletto, attraverso uno stile di vita particolare e distintivo, con l’obiettivo, un giorno, di scomparire come rappresentante di un’esclusività etica.

Le sue argomentazioni si basano sulla storia di Abramo, il primo ebreo, “un eterno manifestante morale”, che, grazie al sostegno della moglie Sara, del figlio e dei nipoti poi, dà vita a un sistema di “ambasciatori spirituali il cui compito è quello di rivoluzionare la prospettiva dell’uomo su se stesso, portando a un ordine mondiale migliore. In questo modo, il “popolo eletto” nasce con il compito specifico di salvare e sostenere l’onore dell’umanità”. E continua: “Come ha osservato Jacques Maritain, “Gli ebrei non danno pace, vietano il sonno, insegnano a essere insoddisfatti e irrequieti finché il mondo non avrà Dio””.

(Per un approfondimento, cliccate qui; per la versione originale rimandiamo al sito di Rav. Nathan Lopes Cardozo)

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Rabbi Bradley Shavit Artson – Vice-President of the American Jewish University in Los Angeles and Dean of its Ziegler School of Rabbinical Studies

L’ebraismo è una religione particolaristica, e quindi preoccupata solo del benessere e della santità del popolo ebraico, o è anche una fede universalistica, che esprime preoccupazione per tutta l’umanità in ogni regione del globo? A partire da questa domanda si snoda la riflessione di Rav. Bradley Shavit Artson, che analizza un paradosso, presentato dalla Torah stessa: “Dio è il Dio del popolo ebraico, ed è anche il Dio di tutta l’umanità”. La soluzione va cercata nelle Leggi dei B’nai Noach, i figli di Noè. Se Noè è l’antenato di tutte le persone, le Leggi dei Figli di Noè valgono per tutti gli uomini e stabiliscono una base di interazione morale, giustizia e compassione come requisito fondamentale della società umana. “Secondo l’ebraismo”, spiega, “Dio giudica gli uomini non per il credo a cui aderiscono, non per il gruppo o istituzione cui appartengono, ma per il tipo di persone che si dimostrano essere”.

(Per un approfondimento, cliccate qui; per la versione originale rimandiamo al sito My Jewish Learning)

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Rabbi Jonathan Sacks, Former Chief Rabbi of the United Hebrew Congregations of the Commonwealth

A partire dalla storia di Isacco, Esaù e Giacobbe, Rav. Jonathan Sacks sottolinea l’inaccettabilità, da parte dell’ebraismo di ogni dualismo. Che sia di tipo antropologico, in riferimento alle diverse tipologie umane che caratterizzano i tre protagonisti, o di tipo teologico. “C’è qualcosa di ancestrale nella storia di Esaù”, commenta Sacks, “Ha a che fare con il concetto stesso di scelta. Il libro di Bereshit è, tra le altre cose, una riflessione profonda sul tema”. Se Giacobbe acquisisce coscienza di cosa significhi essere scelti, a Lea spetta il compito opposto. “Lea si sente respinta. Tuttavia, il senso di rifiuto è profondo, così profondo che la Torah non esita a metterlo sullo stesso piano della sensazione di essere odiata. E chi si sente respinto può odiare a sua volta” scrive Sacks, che conclude con il fratricidio tra Caino e Abele come possibile conseguenza dell’amore: “L’amore sceglie ma la scelta crea estraniamento, tensione, che può esplodere in conflitto e talvolta in violenza”. Diverso è il concetto di amore divino. In questo caso, “Essere scelti non significa che gli altri non lo siano. Essere sicuri del proprio rapporto con Dio non deve dipendere dal negare la possibilità che anche altri possano avere una (diversa) relazione con Lui”. Perché l’amore non è quantificabile e rifiuta i confronti: “Giacobbe è Giacobbe, erede dell’alleanza. Esaù è Esaù, fa quello che fa, essendo quello che è, godendosi la sua eredità e benedizione”.

(Per un approfondimento, cliccate qui; per la versione originale rimandiamo al sito di Rabbi Sacks)

 


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