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Gli ebrei in Giappone, storie dal Monte Sinai di Tokyio

Dall’etimologia della parola che in giapponese indica lo straniero al dialogo interculturale porposto dalle Chabad House: vita di una strettissima minoranza

Da una ricerca approssimata sul web, si stima che il numero di ebrei in Giappone sia tra i 300 e i 2000 – tra lo 0.00016% allo 0.0002% dell’intera popolazione. Gli ebrei in Giappone sono quindi una minoranza ristrettissima ed è probabile che un giapponese non incontri alcun ebreo nel corso della sua vita.
La maggioranza dei pochi ebrei sparsi per l’arcipelago è straniera o di origini straniere. Queste statistiche ci offrono uno spunto interessante per una digressione linguistica magari avvincente per gli appassionati di etimologia.
La parola straniero in italiano non richiama necessariamente dei sentimenti di ostilità – ‘staniero’ viene dal latino extranĕu(m), dunque ‘esterno, estraneo’. Questo in giapponese è traducibile con il termine Gaikokujin (外国人, [ɡaikokɯꜜ(d)ʑiɴ]). Il primo ideogramma richiama l’esternalità, il secondo significa nazione, il terzo è una persona (anche graficamente, richiama delle gambe). Gaikokujin significa quindi ‘persona-di nazione-esterna’. Fin qui tutto bene.
Ma i giapponesi meno politically correct preferiscono l’uso di ‘gaijin’ – (外人, [ɡai(d)ʑiɴ]; letteralmente outsid-er, o perfino alieno, nel senso latino – alienus, altrui, che appartiene a una sfera esterna.
In giapponese la distinzione tra la sfera interna ed esterna è piuttosto rilevante e molti termini mutano in relazione alla sfera di riferimento – un po’ come in italiano usiamo ‘mamma’ se siamo di fronte a persone della nostra sfera interna, o ‘madre’ in ambienti più formali e di conseguenza esterni alla sfera dell’intimità. Ne consegue che definire gli stranieri come ‘outsider’ è un termine dispregiativo che riflette la chiusura verso la sfera del ‘noi’ contro quella del ‘voi’ talvolta presente nel popolo giapponese.

Torniamo agli ebrei in Giappone. Ho parlato con Efrat Edery, trasferitasi a Tokyo nel 1999 da Brooklyn. Con il marito ha fondato diverse Chabad House. Una donna gentile e simpatica, ha condiviso con JOI qualche aneddoto su cosa possa significare essere parte di quel 0.0002% della popolazione giapponese.

Gli ebrei in Giappone non si distinguono perché ebrei in Giappone, ma perché ebrei nel mondo. Essere una minoranza è insito nella nostra cultura, ovunque nella diaspora siamo stati ‘gaijin’. Questo significa resilienza e mai vergogna. Abbiamo delle tradizioni considerate particolari dai più, e ne andiamo fieri.

Il razzismo in Giappone si esprime in una forma più o meno tacita – la maggior parte delle volte non sfocia in violenza, eppure alcuni giapponesi attraverserebbero la strada se una persona di un’altra etnia incrocia il loro cammino, e il termine ‘gaijin seat’ si riferisce a quel posto sulla metro lasciato vuoto perché nessuno vuole sedersi accanto a uno straniero (a un alieno).
La signora Edery aggiunge:

l’antisemitismo in Giappone è diverso. È silenzioso e ha che fare più con l’essere stranieri che con l’essere ebrei. Nessuno tirerebbe degli oggetti addosso a mio marito come succederebbe a Parigi. Il Giappone non conosce lo stigma contro gli Ebrei invece presente in Europa. Una volta superato lo shock di vedere una barba così folta, maggior parte delle volte i giapponesi sono curiosi e vorrebbero saperne di più. Sono anche timidi e rispettosi dello spazio personale e hanno bisogno di incoraggiamento.

Questo incoraggiamento dal 1999 è sotto forma delle Chabad House. Efrat Edery mi racconta una storia: all’epoca lei e suo marito avevano trovato un appartamento a Tokyo dove trasferirsi. Avevano firmato le varie scartoffie, pagato una caparra, e tutto era pronto per la consegna delle chiavi. La proprietaria, vedendo l’aspetto di Rav Edery, così diverso dai giapponesi e così diverso anche dai soliti gaijin, si è tirata indietro. Ha annullato il contratto lasciando i coniugi senza un tetto appena prima di Pesach.

Come in tutte le favole ebraiche, c’è un lieto fine e una morale”, mi spiega. “Il Giappone ha influito molto sul mio sviluppo personale e sull’interpretazione degli eventi. È una questione di prospettiva: semplicemente, assumo che K’B’ abbia già pensato al miglior scenario possibile. La casa annullata è stato lo spunto per trovare una nuova Chabad House, più spaziosa dell’appartamento annullato. È sulla cima di una collina di Tokyo. È il nostro Monte Sinai. Possiamo accogliere ancora più persone.

E poi aggiunge:

Anche la chiusura di alcuni giapponesi può essere interpretata in vari modi. Molti stranieri si scoraggiano e si sentono esclusi, lasciati fuori, come si intende dal termine gaijin. In questi decenni, abbiamo provato a costruire noi stessi un luogo sicuro, dove ebrei e non ebrei, stranieri e giapponesi, possano sentirsi uniti. Abbiamo interpretato un possibile distacco come un’opportunità di avvicinamento.

In questi anni gli Edery si sono davvero impegnati nella costruzione di un sentimento di sicurezza e famiglia per gli ebrei in Giappone: non solo le Chabad House di Tokyo e Kyoto, ma anche diverse iniziative di solidarietà verso il paese (per esempio dopo lo tsunami del 2011) e progetti per rafforzare l’infrastruttura ebraica – carne kosher, servizi di catering, eventi zoom per il dialogo interculturale.
Essere parte dello 0.002% non rima con marginalizzazione. “Il nostro obiettivo è non escludere nessuno. Nessuno è solo”. La nostra zoom-chiacchiera si conclude con un invito a passare insieme il Seder di Pesach 2021 a Kyoto.

Micol Sonnino
collaboratrice

Micol-con-la-emme Sonnino, da pronunciare tutto d’un fiato, nasce a Roma nel 1997. Studia tutto ciò che riguarda l’Asia dell’Est all’Università di Bologna e vive tra Italia, Austria e Giappone per una magistrale in sviluppo sostenibile, con focus su sviluppo urbano e rurale. Le piace cucinare con la nonna e mangiare carciofi di stagione.


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