Joi in
Gli ebrei in Italia: un articolo che ha fatto discutere

Molte le reazioni all’articolo da noi tradotto di Alexander Beider. Vi proponiamo il commento di Gadi Luzzatto Voghera

Era la fine di agosto quando su JOIMag abbiamo pubblicato la traduzione di Neither ashkenazi nor Sephardi, Italian Jews are a mystery, scritto dal linguista Alexander Beider per The Forward. Complice anche la sua ripresa su Pagina 3, la trasmissione mattutina di Rai Radio Tre curata da Silvia Bencivelli, l’articolo è stato tra i più letti, condivisi e commentati in tutta la (per ora) breve ma movimentata storia di JOIMag.
Un successo, numerose reazioni di gradimento; ma insieme, anche osservazioni critiche su alcuni aspetti dell’articolo giudicati, a ragione, un po’ troppo semplificatori. Tra questi, uno su tutti: l’attribuzione all’anno del 70 e.v quale momento spartiacque tra un “prima senza Ebrei” e un “dopo con Ebrei” nella nostra penisola. Operata, è lecito pensare, per amor di semplificazione, e pure non corretta.

Abbiamo chiesto al professor Gadi Luzzatto Voghera, direttore della Fondazione CDEC, di aiutarci a fare chiarezza. È vero che c’erano Ebrei in Italia anche prima del 70 e se sì, come facciamo a saperlo? Ecco quello che ci ha raccontato.

“Fuori dal centro”: le prime attestazioni
Le prime attestazioni di presenza ebraica non solo in Italia, ma in generale nel bacino del Mediterraneo, sono di tipo archeologico e risalgono al II secolo e.v.: esse raccontano di una popolazione molto mobile che, come moltissime altre, aveva un preciso territorio di riferimento (in questo caso, legato al culto del Tempio di Gerusalemme), ma allo stesso tempo attività che fuoriuscivano da questo centro. Per gli Ebrei, questo “fuori dal centro”, era costituito a est da Babilonia, dove la prima diaspora, lungi dall’essere completamente rientrata, aveva continuato a prosperare e che peraltro, dopo la distruzione del Secondo Tempio, assicurerà per più di un millennio la sopravvivenza dell’Ebraismo. A ovest, era invece costituito dal bacino del Mediterraneo: da ricordare soprattutto Alessandria d’Egitto, il Nord Africa (la storia della sinagoga di Gerba in Tunisia come fondata ai tempi del primo esilio ha sicuramente degli elementi di leggenda, ma testimonia comunque di una presenza ebraica antichissima), i porti del Centro e Sud Italia, e infine Roma, il punto di riferimento del mondo di allora.
Sappiamo che c’erano delle popolazioni che facevano utilizzo di una ritualità ebraica che era ancora tutta da costruire. Una ritualità legata non solo al culto del Tempio, ma anche a preghiere che col tempo sono cambiate, ad altre lingue, all’idea di sinagoga come luogo di assemblea e di preghiera, diverso dalle sinagoghe come le conosciamo oggi.
Di quell’Ebraismo e delle sue ritualità oggi non rimane nulla: tuttavia nella ritualità dell’Ebraismo italiano, e in particolare in quello romano, si riscontrano elementi unici e molto antichi, non comuni a nessun altro gruppo, che probabilmente possono essere fatti risalire alla ritualità del Tempio di Gerusalemme. Un esempio è che solo a Roma è permesso mangiare l’agnello arrosto per il Seder di Pesach. Da tutte le altre parti, la carne deve essere lessata, in quanto non deve richiamare la pratica del sacrificio.

Tutte le strade portano a Roma
Sulla presenza di Ebrei a Roma prima del 70 non abbiamo fonti scritte. La prima fonte scritta di tipo storico sugli Ebrei sono i testi di Flavio Giuseppe, che pure vanno presi con cautela poiché riportano la sua personale versione dei fatti. Purtroppo, le fonti che raccontano la storia degli Ebrei sono scarse e generalmente scritte anche secoli dopo i fatti di cui parlano. Non abbiamo un Erodoto ebreo. I Romani non scrivono nulla sugli Ebrei, se non che ci sono state delle rivolte e che queste sono state sedate. Normale amministrazione dell’Impero.
Tuttavia, sappiamo con certezza che, ben prima dell’anno 70, Roma rappresenta per gli Ebrei un riferimento istituzionale e geografico. Roma è il punto di riferimento di tutti i testi della Mishnah e del Talmud che ragionano sul confronto col potere politico. Leggiamo, ad esempio, dei viaggi che Rabbi Akiva compie a Roma. Che le storie raccontate da questi testi siano vere o false non è dato sapere, ma l’essenziale è che sono evidentemente possibili, verosimili.
Prima delle fonti scritte abbiamo, come detto sopra, attestazioni archeologiche. Esempi sono la sinagoga di Ostia, la sinagoga di Bova Marina in Calabria, le catacombe di Venosa in Basilicata; e poi steli sepolcrali, lucerne, e altri reperti. Ci sono catacombe specificamente ebraiche e altre in cui convivono simboli misti ebraici e cristiani. Queste ultime testimoniano di un Cristianesimo “esordiente” che ancora non si distingueva in modo netto dall’Ebraismo. Quando Saulo di Tarso, che ai Cristiani è noto come S. Paolo, arriva a Roma, è nelle sinagoghe che va a predicare. Ci va come ebreo, e come ebreo viene accolto. Certo, viene criticato, ma dov’è la novità? È ciò che succede a tutti i rabbini, una costante nella tradizione ebraica!

Anno 70: ragioniamo su questa data
L’anno 70, con la repressione romana della rivolta in Giudea e la distruzione del Secondo Tempio segna senza dubbio un evento politico, come vediamo anche nel famoso arco di trionfo dedicato all’imperatore Tito costruito qualche anno dopo. L’arco di Tito narra la vittoria romana sugli Ebrei e l’eradicazione del loro simbolo nazionale, la menorah. Ma quel bassorilievo non va interpretato alla lettera. Parlare di “deportazione degli Ebrei a Roma”, evoca proiezioni di eventi tragici recenti, primo su tutti lo sterminio nazista, ma è una proiezione quanto mai lontana dalla verità storica. Presso i Romani non esisteva il concetto di deportazione così come lo intendiamo oggi, con i mezzi di allora non era nemmeno praticabile. Non è vero, perciò, che i Romani deportarono tutta la popolazione ebraica dalla Palestina a Roma. I Romani deportarono la classe dirigente, per la precisione i combattenti: qualche migliaio, forse un massimo di diecimila persone, che furono portati a Roma e “utilizzati” per la sfilata trionfale. Si dice che una parte di queste persone sia stata successivamente deportata in Sardegna, il che sarebbe all’origine delle attestazioni di una presenza ebraica molto antica sull’isola.

Il lavoro dello storico: tra ricerca di punti fermi e proiezioni anacronistiche
La questione centrale, che è importante capire, è che quando si parla di storia dell’Ebraismo o di storia del popolo ebraico (ammesso e non concesso che si possa insistere su questo concetto), non è possibile dare definizioni stabili e rigide. Inoltre, bisogna sforzarsi di non proiettare l’immagine di Ebraismo così come oggi lo conosciamo in un passato, necessariamente molto diverso.
Dividere il mondo ebraico “per categorie” (ashkenaziti, sefarditi, italiani, ecc.) è un’operazione che può servire allo storico per “organizzarsi mentalmente” il materiale, ma che rischia di deformare la Storia. E quella degli Ebrei italiani è impossibile da categorizzare in compartimenti, sostanzialmente per due elementi: il primo è la storia dell’Italia e del suo territorio, il secondo è la storia degli Ebrei. Sul territorio italiano si sono incrociate popolazioni molto diverse tra di loro, tanto da rendere complicato anche definire con esattezza gli italiani. Con gli Ebrei la questione si complica ulteriormente. Perciò forse, quando si va così indietro nel tempo, più che di una storia degli Ebrei italiani, è più opportuno parlare di una storia degli Ebrei in Italia.

Silvia Gambino
Responsabile Comunicazione

Laureata a Milano in Lingue e Culture per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale, ha studiato Peace & Conflict Studies presso l’International School dell’Università di Haifa, dove ha vissuto per un paio d’anni ed è stata attiva in diverse realtà locali di volontariato sui temi della mediazione, dell’educazione e dello sviluppo. Appassionata di natura, libri, musica, cucina.


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