Hebraica Nizozot/Scintille
I tefillin, ornamento e segno del legame tra Israele e la Torà

Quel nodo umano e divino da rinnovare ogni mattina

Solo chi comprende il significato della mitzwà dei tefillin comprende davvero il giudaismo. Si tratta di un precetto che la tradizione fa risalire alla Torà di Moshe rabbenu e che poi fa scendere fino a noi, custodita con estrema cura nei dettagli (l’halakhà è amore per la precisione nello sforzo di orientate a un senso più profondo ogni minina azione, anche quelle simboliche). I tefillin, detti in italiano filatteri, sono la quintessenza della ritualità religioso-simbolica del giudaismo, almeno quello ortodosso; e per questo invitano non solo alla complessità del ‘come’ si esegue tale precetto ma anche alla bellezza del ‘perché’, a livello di testa e di cuore, si mettano i tefillin.

Non c’è manuale di vita ebraica che non lo spieghi, spesso con illustrazioni: essi sono due scatolette a cubo, in cuoio nero (di animali kasher), che contengono quattro brani della Torà vergati su pergamana, ossia i quattro passi che secondo i maestri di Israele prescrivono il precetto stesso: Shemot/Es 13,9; Shemot/Es 13,16; Devarim/Dt 6,8; Devarim/Dt 11,8. Il più noto è il brano dello Shema‘ Israel (cfr. Devarim/Es 6,4-9) dove leggiamo: “E legherai [queste parole] come un segno sul tuo braccio e come frontali tra i tuoi occhi”. Metterli, o indossare queste scatolette, significa concretamente legarle con due strisce a loro volta di cuoio: una sul muscolo del braccio, all’altezza del cuore, e l’altra sul capo, sopra la fronte, a significare “tra gli occhi”. La prima è detta tefillà shel yad, o della mano, e va legata alla parte alta del nudo braccio sinistro (il destro per i mancini), fissandola con sette giri sull’avambraccio e tre giri attorno al dito medio; la seconda è chiamata tefillà shel rosh, o della testa, dove viene legata formando una specie di corona, di diadema. Prima vanno indossati quelli della mano (sul braccio) e poi quelli della testa, dove stanno come ‘frontali’: così è tradotto quell’apax in ebraico che è la parola totafot, forse nel senso di ornamenti a pendaglio. Ecco perché questa mitzwà evoca un aspetto poco esplorato del giudaismo: la sua dimensione estetica. Ma totafot non è l’unico dubbio etimologico.

La radice di tefillin è riportata da alcuni all’idea di pregare ma altri la connettono all’atto di legare. In ogni caso i tefillin sono oggetti sacri perché sulle piccole pargamene v’è scritto il Tetragramma, che si legano al corpo umano (benché soltanto a quello maschile, poiché il precetto ricade solo sui maschi adulti). Già questo ‘legame’ umano-divino rende il precetto una specie di unicum: ogni volta che lo si compie, è come se portassimo la santità divina sul nostro corpo. Quale simbolo può essere più forte di questo? Significa il dovere di farsi carico di testimoniare Dio – la Sua unicità e unità, la Legge, i valori che quella Legge veicola – nel mondo. Per chi crede e vive con fede tale precetto, esso esprime fisicamente un legame spirituale unico, che diventa sprone a vivere, anima e corpo, secondo i dettami della Torà. Probabilmente in passato, all’epoca del secondo Tempio, le persone pie li indossavano tutto il giorno, tutti i giorni lavorativi (non di shabbat e nelle feste, che sono già segni e memoriali del patto tra Israele e Dio); ma già all’epoca mishnico-talmudica prevalse l’abitudine di indossarli solo al mattino, per la preghiera di shacharit, forse per evitare che entrassero in luoghi non appropriati o mentre si era occupati in azioni e pensieri meno degne del Nome divino.

I dettagli halakhici al riguardo sarebbero molti, ma concentriamoci sul senso complessivo: i tefillin sono un simbolo concreto del comando di ‘legarsi alla Torà’ ossia fare della Torà la nostra guida di vita, la nostra forza interiore, la raison d’être della nostra vita personale e pubblica. A Roma, indossandoli, si recita il versetto di Devarim/Dt 28,10: “Vedranno tutti i popoli della terra che il nome dell’Eterno è chiamato su di te e ti temeranno”, ad indicare che il legame tra Israele e la Torà serve anche da testimonianza e che il rispetto di Israele da parte dei goyim dipende dalla fedeltà di Israele alla stessa Torà (anche se purtroppo succede che Israele è vilipeso proprio a motivo di tale fedeltà, facendo sorgere molti interrogativi). Nel Talmud, Menachot 44a, è detto che chi porta i tefillin prolunga i giorni della propria vita... che può essere inteso sia in termini di longevità sia in termini di testimonianza.
I tefillin non devono essere necessariamente di proprietà di chi li indossa e la berakhà può essere detta anche quando vengono presi in prestito. Nelle nostre sinagoghe italiane un certo numero di tefillin, della comunità, sono a disposizione di chiunque li voglia indossare. Resta anche vero che tali oggetti sono spesso tramandati in famiglia da nonno (o bisnonno) a nipote; a volte sono regalati dai genitori al momento del bar mitzwà; in casa sono consevati con devozione in luoghi appropriati (non in camera da letto). Rav Adin Steinsaltz ricorda infatti che “questo comandamento è tale in se stesso e non ha connessione intrinseca alla preghiera”, non serve cioè come strumento per pregare meglio; avendo fondamento biblico, in un certo senso questa mitzwà è superiore alla stessa preghiera in quanto evolutasi con la tradizione rabbinica. Inoltre, “essi contengono i principi fondamentali della Legge divina, con l’ingiunzione di continuare a studiarla, di preservarla e metterla in pratica: i tefillin del braccio sono come un simbolo di forza regale, mentre quelli della testa sono emblemi di bellezza sacerdotale; insieme affermano che tutti i figli di Israele sono prìncipi e sacerdoti”.

Questo spiega perché, anche nei giorni bui della Shoà, gli ebrei religiosi trovarono modo di non trascurare tale precetto, anzi di compierlo con ancor maggiore devozione, a fronte delle proibizioni naziste e dei frequenti espropri di tutti gli oggetti di culto ebraico. Rav Ephraim Oshry, del ghetto di Kovno, ha testimoniato nei suoi responsa (she’elot u-teshuvot) che egli autorizzò a mandare dei tefillin in un ospedale dove si diceva i tedeschi bruciassero tutti gli effetti personali dei pazienti (ma questa era solo una voce). Quei tefillin erano destinati a un ragazzo ebreo a cui avevano amputato una gamba e che desiderava rispettare tutti i precetti anche da infermo. Ciò gli avrebbe dato forza spirituale per resistere. Alla fine il ragazzo consegnò i tefillin a un uomo che ebbe possibilità di fuggire dall’ospedale e che mise in salvo i tefillin, evitando che venissero profanati. Lo stesso rebbe autorizzò persino un ragazzo non ancora bar mitzwà a indossarli, nelle circostanze estreme del ghetto, sapendo che ne era degno.

Alcune pagine talmudiche (Berakhot 6a-7a) riportano un’immagine forte: Dio che prega. Come prega? Alla maniera ebraica, mettendosi i tefillin. Spiegando Shemot/Es 33,20: “e tu [Mosè] mi vedrai di dietro”, Rabbi Chunà bar Biznà, a nome di R. Shim‘on, insegna: “Da qui si ricava che il Santo benedetto [prega, perché] fece vedere a Mosè il nodo dei tefillin”, cioè il nodo dei tefillin della testa, che sta sulla nuca. Se i tefillin sono un segno d’ornamento sul corpo di ogni ben Torà, di ogni ebreo, si può dire che essi siano un reminder anche per Dio? Quando vede quell’ornamento su Israele, Dio si ricorda del Suo amore e dei Suoi impegni verso il Suo popolo; e quando vede – kivyakol, se così si può dire – il nodo dei tefillin sul ‘dietro di Dio’, Israele si ricorda dei propri impegni verso Dio. Il nodo dei tefillin è dunque il segno tangibile di un legame a due (due tefillin legati da due stringhe ciascuno… come due sono le torot, i pani, i lumi, gli sposi), segno che unisce testa e braccio, mente e corpo, a formare una specie di anello nuziale, memento continuo e felice della versione ebraica dello hieros gamos a cui la qabbalà fa esplicito riferimento. Ecco perché mistici e chassidim sono sempre stati tra i più devoti praticanti di questa mitzwà.

Massimo Giuliani
collaboratore

Massimo Giuliani insegna Pensiero ebraico all’università di Trento e Filosofia ebraica nel corso triennale di Studi ebraici dell’Ucei a Roma


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