Hebraica
Ietro il madianita

Appartenenza, identità di popolo e apprendimento

Il Faraone che inasprisce la condizione dei discendenti di Giacobbe in Egitto, sottoponendoli a lavori servili, viene colpito da Dio con la lebbra. Ma invece di ravvedersi il Faraone decide di vendicarsi sul popolo di Israele. Convoca dunque i suoi tre consiglieri Balaam, Ietro e Giobbe. Balaam gli dice che la lebbra sparirà se si laverà con il sangue dei bambini ebrei trucidati. Ietro suggerisce di togliere il giogo della servitù che grava sugli ebrei, lasciando loro la libertà e la possibilità di emigrare dall’Egitto. Giobbe infine, pur disapprovando le atrocità che si prospettano, rimane in silenzio. Il Faraone applaude alla proposta di Balaam e bandisce Ietro dal regno costringendolo a fuggire nel deserto. Giobbe verrà punito da Dio per la sua indifferenza con i ben noti tormenti.

Questo racconto compare con alcune varianti nel Talmud e in diverse raccolte di midrashim. Il riferimento alla lebbra del Faraone è una risposta alla leggenda, riportata da Giuseppe Flavio e da altri testi del periodo del secondo tempio, secondo cui il popolo di Israele viene cacciato dall’Egitto perché affetto da questa malattia. Detto per inciso, l’accostamento tra ebrei e lebbrosi rappresenta un inquietante precedente della leggenda nera che si diffonderà in Europa a partire dal Trecento, e costituisce un motivo ricorrente della propaganda antiebraica moderna. Ma torniamo al midrash, dal quale emerge la possibilità del male, impersonata da Balaam e dal Faraone, della ingiustificabile indifferenza, rappresentata da Giobbe, ma anche con Ietro quella della giustizia a rischio della propria stessa stabilità e sicurezza.

Nel midrash Ietro è un personaggio particolare. La tradizione dei racconti rabbinici, che si dipana per almeno un millennio (all’incirca il primo dell’era volgare), non può evitare di fare i conti con la sua figura, che è quella di un sacerdote che adora gli idoli ma anche del genero di Mosè che si unisce al popolo di Israele nel deserto. La tradizione, come vedremo, non è univoca e descrive Ietro di volta in volta come un pagano giusto (come nel midrash riportato qui sopra), un convertito che accetta di fare propria la memoria identitaria del popolo ebraico, un pagano pervicace. La sua figura impersona la grande sfida ma anche le difficoltà di qualsiasi conversione, etimologicamente torsione completa e evoluzione intorno a un asse, che comporta perdita e guadagno nello stesso tempo.

Ietro è sacerdote del culto degli idoli a Madian. Per alcune fonti, come il drammaturgo alessandrino Ezechiele, è anche governatore, giudice e condottiero militare. Con il tempo si convince però della vacuità del culto che amministra, fino a provarne ripugnanza e ad andarsene. “Scegliete qualcun altro al mio posto”, dice ai concittadini madianiti, che in risposta lo escludono dalla comunità, proibendo di lavorare per lui. Per questo motivo, specifica Shemot Rabbà spiegando il testo biblico, le sette figlie di Ietro sono costrette a lavorare. Le figlie si recano ad abbeverare le greggi prima dell’alba per non incontrare gli altri pastori, ma questo non basta a evitare le molestie. Così quando Mosè, in fuga dall’Egitto dopo l’uccisione di una guardia che aveva colpito un ebreo, arriva a Madian, rivive la medesima esperienza di Isacco e Giacobbe incontrando anch’egli presso un pozzo la futura moglie. Per lo Zohar si tratta esattamente dello stesso pozzo presso cui Giacobbe aveva incontrato Rachele. Proprio quel giorno l’odio dei pastori raggiunge il colmo. Prima provano a violentare le giovani, poi le buttano nell’acqua per affogarle. L’intervento di Mosè è decisivo per salvarle e ripristinare l’ordine. Per Filone Mosè parla ai violenti pastori in modo tanto autorevole e convincente – si tratta in fondo di un profeta – da portarli al pentimento.

Al pozzo Mosè si innamora a prima vista di Tzippora, secondo Filone la più bella delle sette figlie di Ietro. Il midrash Vayoshà si sofferma però sulle difficoltà di un matrimonio del genere, attribuendo l’intera responsabilità a Ietro. Il sacerdote idolatra (o ex sacerdote) infatti ha nel giardino un arbusto (in altra versione un rovo) con cui mette alla prova chiunque chieda la mano di una delle figlie. Ma non appena il pretendente sfiora la pianta ne viene divorato. L’arbusto è stato creato da Dio e affidato ad Adamo all’uscita dal primo Shabbat dopo la creazione del mondo. È stato poi trasmesso di generazione in generazione fino a Giacobbe, poi un suo ramo è stato portato nella casa del Faraone e infine trafugato da Ietro stesso. A Ietro cadde di mano nel giardino, si conficcò in terra e non si riuscì più a sradicarlo. Naturalmente Mosè non ha alcuna difficoltà a sradicarlo, convincendo così il futuro genero di essere un profeta di Israele.

Per il midrash Tanhumà Ietro rimprovera le figlie per non aver subito invitato a casa lo straniero dopo essere state da lui salvate al pozzo e spera che questi ne chieda in moglie una. Più drammaticamente, il midrash Vayoshà prosegue raccontando di Ietro che, spaventato dall’arrivo dello sconosciuto e dal suo successo nella prova dell’arbusto, lo getta in fondo a un pozzo (presumibilmente diverso da quello a cui si abbeverano le greggi) sperando di provocarne la morte. Ma Tzippora aiuta Mosè a sopravvivere portandogli ogni giorni i cibi necessari. Così per sette lunghi anni. Alla fine Tzippora chiede al padre se ancora ricorda di quello straniero gettato in fondo al pozzo. “Qualora fosse vivo, concorderai che si tratta di un santo perché altrimenti sarebbe morto di fame”. Ietro non può che dirsi d’accordo, va al pozzo, scopre che Mosè è vivo e in buona salute e, convinto che si tratti di un miracolo, accetta non solo il matrimonio della figlia ma anche il ruolo profetico di Mosè. L’inganno di Tzippora ha perciò una funzione decisiva.

Le ambiguità con cui il midrash descrive Ietro non sono finite. Il madianita si accorda infatti con Mosè perché i figli di lui e Tzippora siano divisi equamente per appartenenza: uno ebreo e uno egiziano. Il primo, Gershom, viene quindi circonciso. Alla nascita del secondo però Mosè ha un ripensamento e decide di tornare in Egitto per poter circoncidere lontano dal genero anche il nuovo nato. Ma durante il viaggio il Satan (oppure due angeli, in altra versione) gli appare in forma di serpente e lo divora tutto intero da capo a piedi. Tzippora con la rapidità di un uccellino – da cui il suo nome, che significa appunto uccella – circoncide immediatamente il figlio. In quell’istante una voce dal cielo ordina al serpente: “Sputalo!”. E così avviene. Per la seconda volta, dopo l’inganno del pozzo, Tzippora salva la vita a Mosè.

Per il resto la vita di Mosè per quaranta anni è quella del pastore delle greggi di Ietro. Per badare alle pecore usa il ramo miracoloso estratto a suo tempo dal terreno, riporta il Midrash Hagadol, e neanche un animale viene divorato dalle bestie selvatiche o disperso. Come Giacobbe pastore presso Labano, Mosè porta la prosperità a Ietro. Dio d’altronde, sottolineano molti racconti, non assegna mai un compito importante prima di mettere il suo incaricato alla prova. Ecco perché Mosè e David dopo di lui sono a lungo pastori di pecore e solo dopo essersi dimostrati capaci di amministrare gli armenti diventano pastori di uomini. Ai quaranta anni di guida del gregge corrispondono i quaranta anni durante i quali Mosè condurrà i transfughi dell’Egitto nel deserto.

Ietro non ha un ruolo nei fatti dell’uscita dall’Egitto. Ricompare invece dopo il passaggio del Mar Rosso, quando secondo alcune fonti aizza Amalek affinché attacchi il popolo di Israele. Ma la disfatta di Amalek lo convince definitivamente a pentirsi e a convertirsi all’ebraismo. Così, secondo la Mekiltà Yitrò, si mette in cammino nel deserto alla ricerca di Mosè. Quando lo trova, Mosè non vorrebbe neanche ascoltarlo ma interviene Dio stesso a convincere la guida del popolo di Israele: “Io che ho posto in essere tutto il creato non rimando indietro chi a me conduco: ho permesso a Ietro di avvicinarmi e non l’ho rigettato, e tu farai lo stesso. Lascialo venire, non rifiutarlo”. Mosè allora corre incontro al suocero, si inchina di fronte a lui e gli augura shalom, pace. Poi gli racconta i prodigi che hanno segnato l’uscita dall’Egitto; Ietro, commosso “nonostante la sofferenza per gli egiziani morti”, risponde elevando un inno di gloria a Dio. Segue una festa di tutto il popolo, come racconta Giuseppe Flavio nelle Antichità giudaiche, in cui Mosè in persona serve i piatti migliori a Ietro, proprio come Abramo aveva servito i tre angeli in veste di stranieri idolatri.

Ietro si ferma presso Mosè per oltre un anno, tempo in cui offre al leader del popolo ebraico utili consigli in particolare sull’amministrazione della giustizia e proponendo la distribuzione dei compiti e l’istituzione della delega. Secondo il Sifré sul libro dei Numeri/Bemidbar la cosa piace tanto a Dio da stabilire che una parashà della Torà venga intitolata a Ietro. Inoltre l’ex idolatra viene ricompensato con un miracolo che si verifica apposta per lui: al suo arrivo all’accampamento a mezzogiorno – ora insolita – cade la manna direttamente sulla sua testa e le sue spalle, tanto da consentirgli di mangiarne senza doversi chinare a raccoglierla.

Dopo un certo tempo Ietro – i cui continui movimenti come abbiamo visto ne fanno il rappresentante tipico di una civiltà nomadica – se ne va. “Una candela è utile al buio”, dice a Mosè e Aronne, “ma non serve quando splendono il sole e la luna. Voi siete sole e luna, a che cosa mai potrei servire io che sono un’umile candela?”. Così torna a Madian con ricchi doni e soprattutto con lo scopo di fare proseliti. Secondo alcune fonti Dio non vuole che sia testimone della rivelazione sul Sinai perché mentre il popolo era in condizione di servitù in Egitto lui viveva tra gli agi. In altre parole, sembra che la sua conversione non sia sufficiente a renderlo parte indistinguibile del popolo, a condividere con esso non solo i doveri e le speranze, ma anche le memorie. Altri midrashim sostengono però l’opposto, sottolineando l’arrivo di Ietro all’accampamento proprio alla vigilia dei fatti del monte Sinai. I suoi discendenti, in ogni caso, si trasferiranno da Madian a Canaan, nella regione di Gerico, dove ascolteranno le lezioni di Torà sedendo intorno al loro maestro Giosuè. Dopo la morte di questi si sposteranno in una casa di studio nel deserto, spazio liminare per eccellenza, ma per la loro umiltà esiteranno a entrare. Si fermeranno ad ascoltare le lezioni stando in piedi sulla soglia. Anche in questo modo, chiosano i midrashim, è possibile imparare.

Giorgio Berruto
collaboratore
Cresciuto in mezzo agli olivi nell’entroterra ligure, dopo gli studi in filosofia e editoria a Pavia vive, lavora e insegna a Torino. Ama libri (ma solo quelli belli), musei, montagne

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