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Mosè, il governo e il potere. Dal Deuteronomio a oggi

Analisi della figura del condottiero lungo il Tanakh, l’Haggadah di Pesach e la politica attuale

Il magghid, la narrazione dell’uscita degli ebrei dall’Egitto, è la parte centrale della Haggadà, il testo che ogni anno gli ebrei leggono e su cui si dilungano durante il seder di Pesach. Il racconto comincia con il passo del Deuteronomio/Devarim che esordisce con le parole “un arameo nomade era mio padre. Egli se ne andò in Egitto”. E’ interessante che la Haggadà scelga un passo del Deuteronomio e non di un altro libro della Torà come Genesi o Esodo per raccontare le origini lontane del popolo ebraico prima della discesa in Egitto. Nella Haggadà la figura di Mosè non compare, mentre i protagonisti della storia sono il popolo che si incammina verso la libertà e Dio con i suoi miracoli. Il nascondimento del leader che conduce un popolo di schiavi lungo il difficile percorso verso la libertà ha un illustre precedente proprio nel Deuteronomio.

Con L’ultimo discorso di Mosè Micah Goodman, ricercatore israeliano presso lo Shalom Hartman Institute di Gerusalemme, ha analizzato l’originalità e il lascito del Deuteronomio, il quinto libro della Torà. In esso, diversamente da quanto accade nei libri precedenti, è Mosè a parlare in prima persona alla vigilia della propria morte e dell’ingresso del popolo nella terra, dopo quaranta anni nel deserto. Il discorso che Mosè tiene di fronte al popolo prima di morire è una ripetizione di quanto sappiamo dai libri di Esodo, Levitico e Numeri, una ripetizione però in cui alcune cose vengono sottolineate, altre omesse o aggiunte, altre ancora contraddette. Nel Deuteronomio, tanto per cominciare, Mosè parla poco dei sacrifici, che invece occupano lunghe sezioni dei libri precedenti, e quasi esclusivamente nella misura in cui hanno valore sociale. Vengono proibiti i sacrifici in luoghi diversi dal Tempio e si chiarisce che luogo di residenza di Dio non è il Tempio bensì il cielo, contraddicendo il Levitico, in cui Dio dimora nel Tabernacolo. In questo modo il rituale, confinato in un solo luogo, perde importanza rispetto alla convinzione e alla responsabilità degli individui, insomma all’etica. I sacrifici, spiega Mosè, possono essere mezzi ma non fini, e ad essi va preferita la preghiera, da intendere non come una credenza, ma come un insieme di adesione, fiducia e studio. Così il Deuteronomio apre la strada verso i profeti, che da Isaia in avanti insistono ripetutamente sulla preminenza dell’etica sul rito, e in qualche misura prelude alla svolta che avverrà nella storia ebraica dopo la distruzione del Tempio nel 70 d.C., quando la preghiera-studio, non potendosi più svolgere i sacrifici, diventerà la via maestra della tradizione ebraica rabbinica.

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La rivoluzione del Deuteronomio, scrive Goodman, investe non solo la liturgia ma anche la politica. Mosè infatti non dice che il popolo deve sottomettersi al re, dice invece che il re deve sottomettersi alla legge, cioè studiare la Torà. Del potere del governante nel Deuteronomio vengono sottolineati i pericoli e prescritti i limiti, dando origine a un concetto, quello della sovranità limitata, che sarà centrale nelle teorie politiche moderne dal Settecento in avanti. Il re ideale non deve avere troppe mogli, troppi cavalli, troppo argento e oro. Mosè dà esempio della dottrina espressa sminuendo il proprio ruolo di condottiero e quasi sparendo dal racconto dell’uscita dall’Egitto contenuto nel Deuteronomio. Se nell’Esodo Mosè viene scelto da Dio per guidare il popolo fuori dalla schiavitù, adesso non è nulla più di un rappresentante del popolo. L’Haggadà di Pesach, come abbiamo visto, riprende questo secondo modello.

Mosè, nel suo ultimo discorso, non si ferma qui. Prescrive anche al popolo come ricordare e come insegnare la storia dell’uscita dall’Egitto, rimodellando di fatto la memoria nazionale. Una porzione di questo nuovo racconto, lo Shemà, dovrà essere ripetuta da tutti ogni giorno “stando in casa e andando per via, coricandoti e alzandoti”. Nello Shemà compare per la prima volta l’affermazione che Dio è uno, mentre nei libri che precedono il Deuteronomio si affermava più modestamente la superiorità del dio di Israele. E poiché ciascun individuo può, anzi deve, rivolgersi direttamente a Dio con la preghiera-studio, diminuisce l’importanza delle figure di intermediari tra Dio e il popolo come il re, il sacerdote (il cui ruolo è anche sminuito, come abbiamo visto, dalla perdita di centralità dei sacrifici), il profeta, verso il quale si invita alla diffidenza. Nel Deuteronomio compare per 234 volte l’espressione “tuo signore”, riferita a Dio, a chiarire il rapporto diretto di ogni appartenente al popolo con la divinità e la sua legge.

Il Deuteronomio è anche un libro di minacce: se il popolo non farà quanto Mosè dice, andrà infatti incontro alla rovina. Questo succederà quando all’adesione intellettuale della preghiera-studio verrà preferita la magia, che non fa che esplicitare una fantasia umana di controllo, cioè il tentativo di ricondurre a sé quello che non è proprio e il culto di se stessi. Dimenticare che Dio è oltre la natura, di cui l’uomo fa parte, ed è separato dal mondo, significa dimenticare il monoteismo. Idolatria è la superbia con cui ci si attribuisce meriti non propri e si vuole controllare tutta la realtà. Secondo i profeti Osea e Geremia il Tempio viene distrutto non per troppo poca, ma per eccessiva devozione, quando cioè diviene il centro focale della vita religiosa soppiantando in questo ruolo coscienza individuale e responsabilità sociale. Per Geremia la fede in un presunto valore salvifico del Tempio è superstizione, cioè idolatria, quello che conta è comportarsi bene. Isaia sottolinea il nullo valore dei sacrifici e dell’osservanza meccanica dei precetti se non sono accompagnati dalla moralità. Mosè nel Deuteronomio prescrive dunque parallelamente una religione non magica e una politica non dispotica, mettendo in guardia dall’illusione del controllo da parte dell’uomo.

Naturale prosecuzione del Deuteronomio è il libro di Giosuè, in cui viene raccontata la conquista della terra. Giosuè è simbolo del buon condottiero perché eclissa le proprie predilezioni individuali a tutto vantaggio dell’applicazione delle prescrizioni di Mosè. Giosuè è grande perché non si discosta dalle indicazioni di Mosè, ma di queste si fa braccio operativo. Così riesce a vincere molte battaglie. Unica eccezione è la sconfitta di Ai, da attribuire all’esaltazione dopo la conquista di Gerico e al conseguente eccesso di fiducia e sicurezza nei propri, umanissimi mezzi. Nella narrazione biblica a Giosuè segue il periodo dei giudici, in cui il monoteismo e la solidarietà tra le tribù declinano. I re, infine, rappresentano l’apice dell’unità e l’inizio del declino. Con Salomone assistiamo alla massima potenza della monarchia e alla costruzione del Tempio, ma anche all’avallo di pratiche idolatriche e al preludio dell’inevitabile divisione e distruzione del regno. Se il periodo dei giudici è contrassegnato dall’anarchia, quello di Salomone fa della tirannia la propria cifra. La realizzazione del sogno di un potere unito e forte sulla terra e della edificazione del Tempio a Gerusalemme sono i segni dell’adempimento delle promesse della Torà, ma nello stesso momento i motivi della sua violazione. Salomone costruisce il Tempio ma anche templi per altre divinità, enormi palazzi per sé e depositi per accumulare le ricchezze che affluiscono nel regno. Ha molte mogli, a partire dalla figlia del Faraone, molti cavalli per fare la guerra, molto argento e oro. Vive nell’opulenza e impone il lavoro forzato, tanto da suscitare i prodromi della guerra civile e della secessione delle tribù del nord che si verificheranno alla sua morte. Salomone, in altre parole, viene descritto dal Tanakh come il Faraone, lo stesso sovrano dispotico dal quale il popolo si era allontanato uscendo dall’Egitto. La differenza, questa volta, è che il popolo non torna in Egitto perché è l’Egitto a essere tornato dentro di lui. La figura di Salomone rappresenta l’antitesi del re ideale del Deuteronomio. Come aveva detto Mosè, la realizzazione di uno stato forte – troppo forte, troppo ricco, troppo sicuro di sé – fa sentire invincibili e così avvicina al baratro.

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Forse questa storia è solo un’antica narrazione biblica. A ben vedere, però, le analogie con la storia recente del popolo ebraico non possono lasciare indifferenti. Obiettivo del sionismo di Herzl e di chi oltre un secolo fa ha posto le fondamenta di un moderno stato ebraico era di cambiare il modo di fare politica. Oggi, sulla scorta del Deuteronomio, è il momento di chiederci se sia stata piuttosto la politica a cambiare il sionismo. Nel passo dell’ultimo discorso di Mosè che leggiamo nell’Haggadà la memoria collettiva ebraica viene fondata sulla non appartenenza a un territorio (“un arameo nomade era mio padre”), a significare che noi, tutti noi ovunque viviamo, non possiamo mai dire di essere di qui, di nascere dalla terra, la terra di Israele o qualsiasi altra, e a maggior ragione quindi non possiamo dire di possederla. La narrazione identitaria dello stato di Israele fondata sulle parole della dichiarazione d’indipendenza pronunciate da Ben Gurion, invece, si sviluppa a partire dall’idea di autoctonia. Nel primo caso non si fa cenno ai patriarchi e si sottolinea invece che il popolo viene da fuori, nel secondo si ricorda il legame dei patriarchi con la terra e si omette il nomadismo. Mosè dice al popolo che non viene dalla terra e ordina di ripeterlo ogni giorno e di insegnarlo di generazione in generazione; il sionismo normalizza la storia ebraica, volendo edificare uno stato come tutti gli altri, e per questo fa di se stesso il ritorno alla terra. La Haggadà, come il Deuteronomio, fonda l’identità non sul rapporto con una terra, fosse anche intrisa di significati tutti particolari, ma con il nomadismo come condizione originaria, l’esperienza della schiavitù, l’esodo nel deserto. Tutto questo viene ricordato, rinarrato, rivissuto in una festa, quella di Pesach (ma anche di Shavuot e Sukkot), mentre non c’è alcuna festa ebraica che celebri la conquista della terra da parte di Giosuè e tantomeno la monarchia di Salomone.

In una interessante intervista pubblicata su JoiMag, Goodman si dice ottimista per quanto vede evolversi nella società israeliana e in particolare tra i giovani.

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C’è da sperare che abbia ragione, e che non si tratti invece del più classico ottimismo della volontà. Il Deuteronomio mette in guardia dall’esercizio del potere, dal successo, dalla prosperità, di cui invece lo stato di Israele sembra fare motivi di grande vanto. L’alternativa di Mosè non è però l’ascetismo e la rinuncia al potere, ma un governo non tirannico. Il rischio è quello di esaltare i propri presunti meriti in nome del successo o perfino della superiorità morale, dimenticando che la vera forza non risiede nell’ostentazione della ricchezza e del potere. Come è possibile non pensare al fervore biblico che ha percorso lo stato di Israele dopo la guerra dei sei giorni, quando la vittoria militare è stata interpretata da molti come un miracolo e l’accesso alla città vecchia di Gerusalemme, a Giudea e Samaria ha aperto all’ipotesi della Grande Israele del cosiddetto sionismo religioso? Dopo il ’67, come gli israeliani hanno imparato fin troppo bene, è arrivato il ’73. Questo non ha impedito, da parte del sionismo religioso, né il tentativo di impossessarsi della terra, né quello di giustificare questo possesso e questa sovranità su fondamenta bibliche. Quello che insegna il Tanakh, e in particolare il Deuteronomio, è però altro e opposto, come chiarisce Mosè nel suo ultimo discorso. I governanti del moderno stato di Israele si presentano spesso come leader dell’ebraismo, come per esempio quando Netanyahu pochi anni fa di fronte a episodi di terrorismo antisemita in Europa ha invitato tutti gli ebrei a compiere l’aliyà. Parallelamente il rabbinato centrale israeliano assume da alcuni decenni con sempre maggiore decisione la funzione di rappresentante mondiale dell’ebraismo, inventando una tradizione di fatto nuova di centralizzazione delle decisioni e, letteralmente, di ortodossia. Lo stesso Netanyahu responsabile, recentemente, di robuste spallate all’ordinamento democratico, viene spesso osannato dai suoi sostenitori come Bibi melech, re Bibi. Mosè, possiamo darlo per certo, avrebbe qualcosa da ridire.

Giorgio Berruto
collaboratore
Cresciuto in mezzo agli olivi nell’entroterra ligure, dopo gli studi in filosofia e editoria a Pavia vive, lavora e insegna a Torino. Ama libri (ma solo quelli belli), musei, montagne

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