L'agenda di Joi
Hebraica Nizozot/Scintille
Il 17 di Tammuz, ricordo delle crisi del popolo ebraico

Cosa unisce i cinque eventi nefasti che, secondo la Mishnà, accaddero il 17 di Tammuz? Il trauma che scaturisce dall’atto idolatrico, ossia dal non riconoscimento della signoria divina e della rivelazione al Sinai

Sheva‘à ‘asar be-tammuz, il 17 del mese ebraico di Tammuz (quest’anno il 9 di luglio), nel calendario liturgico dell’ebraismo è un giorno di digiuno, identificato come uno dei quattro giorni di lutto nazionale menzionati dal profeta Zaccaria (8,19). Di esso parla esplicitamente la Mishnà, trattato Ta’anit al capitolo IV, dove leggiamo: “Cinque eventi [infausti] accaddero ai nostri padri il 17 di Tammuz: furono rotte le tavole [della Legge da parte di Mosè]; fu sospeso il tamid [sacrificio quotidiano]; fu aperta una breccia [nelle mura della città di Gerusalemme]; [il condottiero romano] Apostemos bruciò la Torà; fu eretta una statua nel tempio”. Durante il servizio liturgico si leggono poi alcuni versetti della Torà da Shemot/Es 32, che narra dell’episodio del ‘vitello d’oro’, ma solo l’incipit; la maggior parte del racconto viene saltata, quasi non si volesse indugiare sul peccato di Israele; la lettura riprende con Shemot/Es 34, evocando il perdono divino e le dono delle seconde tavole della Legge. Anche l’haftatà, da Isaia 55-56, è ispirata all’attribuito divino di rachamim/misericordia verso il popolo.

La fonte rabbinica e la prassi liturgica ci danno dunque molto su cui riflettere. Cosa unisce, chiediamoci anzitutto, i cinque eventi nefasti che, secondo la Mishnà, accaddero il 17 di Tammuz? Poiché in ebraico non si pensa in astratto ma in concreto, quei cinque eventi sembrano accomunati da azioni di rottura, di cesura, di distruzione. La rottura delle prime tavole, da parte di Mosè in persona, narrata nel contesto dell’atto idolatrico in Shemot/Es 32, è certamente il fatto più drammatico, emblema se non paradigma di ogni vera crisi: ad essere ridotte in frantumi sono le tavole scritte dal “dito di Dio”, dunque la rivelazione nella sua forma pristina, più originaria, più santa e pura. La ragione di tale rottura è l’incapacità umana di reggere la forza del divino nella sua purezza, incapacità che si manifesta come atto di idolatria quasi subito dopo l’uscita dall’Egitto. Un Dio ‘assente’, che non ha nome né volto, associato per di più al silenzio e all’invisibilità prolungata dello stesso inviato o mediatore divino (Mosè), risulta quasi insostenibile. Aronne ha pietà di tanta incapacità del popolo ai piedi del Sinai. E decide secondo il midrash, dopo la rottura delle prime tavole, di preservare memoria di questa debolezza antropologica raccogliendone i frammenti e riponendoli nell’arca dell’alleanza. Come a significare che quell’arca doveva custodire a un tempo sia la santità della

Legge in sé sia la debolezza umana, che aveva causato lo spezzarsi del supporto materiale di quella Legge. Anche il secondo evento, la sospensione del sacrificio quotidiano nel tempio, parla di una crisi e di una cesura: se è vero, come insegnano i Pirqè Avot, che il mondo si regge sull’avodà, sul servizio liturgico nel tempio, quell’interruzione equivale a un terremoto cosmico, è spia che il mondo sta crollando. La distruzione del tempio, in effetti, sarà la fine del mondo ebraico così come era stato descritto nei testi antici di Israele e idealizzato dai profeti. La sospensione dei sacrifici (durante gli assedii ma anche durante le guerre fratricide dell’epoca asmonea) è già, pars pro toto, anticipazione della distruzione del tempo, culmine delle tre settimane di lutto con tesha be-Av, il nove di Av. Il terzo evento, la breccia nelle mitiche mura di Gerusalemme – di cui cantano i salmi e alle quali anelavano i pellegrini ebrei che salivano alla città santa nelle tre feste ‘dei piedi’ (regalim) – è, a livello politico, quello che la sospensione dei sacrifici rappresenta a livello liturgico e la rottura delle prime tavole a livello teologico. La breccia nelle mura è solo il preludio alla conquista della città, da parte dei babilonesi nel 586 a.e.v. (circa) e poi da parte dei romani nel 69-70 e.v., e alla sua distruzione. Gli ultimi due eventi sono quasi un’esplicitazione di quella distruzione: il rogo della Torà da parte dei gojim, icona di tutti i roghi di libri ebraici nella storia (da quello di Campo dei fiori a Roma nel 1553 a quello dei nazisti nel 1933), e l’erezione di una statua pagana, che sia quella di un imperatore romano o di una divinità greca poco importa. Si tratta sempre dell’infrazione, della trasgressione del Secondo Comandamento di quelle seconde tavole della Legge sinaitica, quasi un raddoppio della trasgressione diShemot/Es 32. Il culto al Signore è esclusivo, non accetta ‘culti parelleli’, limitrofi, condivisi o ecumenici.

Tutti e cinque gli eventi sono dunque riconducibili al trauma – alla rottura – che scaturisce dall’atto idolatrico ossia dal non riconoscimento della signoria divina e della rivelazione al Sinai, idolatria che prende ora vesti teologiche ora forme politiche, ma che sempre coinvolge l’integrità e la santità della Torà. Non a caso la tradizione rabbinica immagina la Shekhinà in fuga, in esilio dal suo tempio, insieme al popolo in crisi, scisso e separato per così dire dalla sua terra e dallo stesso servizio divino. Il 17 di Tammuz è giorno di digiuno in memoria di queste cesure e dell’esilio che affligge sia il Dio di Israele sia il popolo di Israele, colpiti entrambi nel cuore delle loro ‘abitazioni’, la Torà e la terra di Israele.

L’halakhà parla delle tre settimane che vanno dal 17 di Tammuz al 9 di Av come un periodo ben ha-mezzarim, che significa “tra le angustie”, le sofferenze e le distrette del popolo ebraico. In quelle tre settimane non si celebrano matrimoni, non si indossano abiti nuovi, non si mangiano primizie e ci si astiene da tutti quegli atti che richiedono la recita dello Shecheyanu, quando si benedice Dio per qualcosa di buono e di nuovo. Il digiuno dall’alba al tramonto è inteso come momento di astensione dai piaceri fisici per favorire il ricordo dei momenti difficili, di crisi, del popolo e di Dio. Il Talmud discute con acribia cronologica e con dovizia di citazioni soprattutto sulla distruzione delle prime tavole, che forse è l’evento che colpisce di più l’immaginazione ed è l’unico riportato nella Torà scritta. I maestri si sono interrogati molto su questa cesura, e sull’atto di idolatria che la spiega. Ma non sarebbe bastato distruggere il vitello d’oro, la ‘madre di tutte le statue idolatriche’? Vi era, secondo alcuni rabbini, il rischio che i figli di Israele semplicemente sostituissero quella statua con quelle (prime) tavole portate da Mosè, ovvero che confondessero Dio e le tavole, che identificassero Dio con la sua Legge. Ciò sarebbe stato non meno idolatrico: la nomolatria sarebbe comunque stata una forma di ‘avodà zarà, un peccato contro il Primo Comandamento, che di Dio ci offre come ‘attribuito’ quello del liberatore del suo popolo. Non leggere ‘tavole’, dicono i maestri, leggi piuttosto ‘libertà’!

La nomolatria è la tentazione per antonomasia di Israele, come se Israele togliesse dagli anelli dell’arca le stanghe: quelle stanghe devono restare sempre negli anelli per indicare che il Dio di Israele non è una statua ma un Dio-che-cammina con il suo popolo, che si muove, che si lascia trasportare. La Torà ne rivela e custodisce gli attributi, non l’essenza; lo studio ci aiuta nel tempo a comprenderli e l’halakhà dipana la via, il cammino, per imitarLo. L’idolatria – anche nella forma della nomolatria – blocca, rompe e interrompe quel cammino e quello studio, proponendo via facili e brevi di accesso e di conoscenza. Il tutto e subito, il qui e ora sono indice della nostra strutturale fragilità antropologica; mentre il custodire i frammenti di quelle prime tavole (accanto alle seconde) è memento della via lunga che, sola, ha permesso a Israele di restare fedele allo spirito del Sinai, oltre che alla sua lettera, e di tornare a casa.

Massimo Giuliani
collaboratore

Massimo Giuliani insegna Pensiero ebraico all’università di Trento e Filosofia ebraica nel corso triennale di Studi ebraici dell’Ucei a Roma


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