Cultura
Il Bund: note per una riflessione sull’auto-organizzazione ebraica tra Otto e Novecento

Storia della Lega generale dei lavoratori ebrei di Lituana, Russia e Polonia

Alle traversie alle quali gli ebrei di quella parte dell’Europa orientale che era sotto il dominio zarista dovettero ripetutamente fare fronte, soprattutto a causa della recrudescenza di un antisemitismo che nell’ultimo quarto del XIX secolo divenne tanto patologico quanto sistematico, vennero date risposte tra di loro diverse. Il sionismo era una di queste, ma non di certo l’unica. Migrare era di fatto la valvola di sfogo alla quale fecero ricorso quasi tre milioni di ebrei tra il 1881 (anno dell’assassinio di Alessandro II) e la Prima guerra mondiale. In realtà, la durissima reazione delle autorità zariste – in ciò legittimate e coadiuvate dalla Chiesa ortodossa – nella sua irrimediabile drasticità, rivelava la fragile situazione nella quale versava l’intero Impero russo. Non di meno, nei suoi effetti diventa anche un indice delle trasformazioni che l’ebraismo russo-polacco stava conoscendo al suo interno. Se una parte di questo subì, ancora una volta, le avversità del caso, altri decisero che la misura era colma e che ci si dovesse adoperare attivamente per mutare il quadro della situazione.

In questo contesto si fecero largo diverse ipotesi di affrancamento e superamento della «questione ebraica», ossia dalle antiche servitù di sempre, tra cui anche il rischio di essere assimilati all’interno della maggioranza cristiana: dalla ancora tenue formulazione di una via nazionale (quella sionista, per l’appunto) che implicava il superamento definitivo della Diaspora, all’adesione, inizialmente ben più massiccia (e convinta), alla lotta politica contro il regime degli zar. Che ben presto assunse i connotati di una opposizione per più aspetti rivoluzionaria.
Nella Zona di residenza coatta (un’amplissima area geografica, istituita dalle autorità russe alla fine del Settecento, che partiva dal Baltico per arrivare alla Crimea, fungendo da cuscinetto tra l’Occidente e l’Oriente europeo) – dove la stragrande maggioranza degli ebrei aschenaziti, quasi cinque milioni, erano obbligati a soggiornare in condizioni deplorevoli, l’attività politica era stata molto contenuta fino al 1870. Al declino dell’opzione liberale, fatta invece propria dagli ebrei che avevano aderito all’Haskalah, l’esperienza dell’illuminismo ebraico, seguì peraltro di pari passo la radicalizzazione dell’operato delle autorità russe. Il clima esasperato, causato dai pogrom – le sollevazioni popolari contro la presenza ebraica – e dall’antisemitismo di Stato, decretò l’impossibilità di pervenire all’integrazione attraverso un atteggiamento per molti aspetti tanto attendista quanto fatalista, da molti denunciato come passivo, incapace quindi di cogliere la sfida del tempo. L’Impero russo non solo sembrava non riformabile ma pareva chiudersi sempre di più in sé, soprattutto rispetto a qualsiasi tentativo di influenzare in maniera mitigatrice il suo agire reazionario. Se il percorso legalista era di fatto impedito, non di meno l’ipotesi di una struttura ebraica indipendente (ovvero di un partito su base etnica), da certuni caldeggiata sulla scorta dei modelli di milizia politica clandestina, eversiva e nichilista, che andavano diffondendosi in Russia in quei decenni, risultava impraticabile qualora non fosse stata fondata su solide basi. Le quali richiamavano essenzialmente il principio dell’organizzazione di classe, legata alle rivendicazioni in campo non solo economico ma di riconoscimento politico e civile.

Agevolavano verso questo approdo le condizioni, spesso miserande, in cui versavano le masse ebraiche, costrette ad un’urbanizzazione tanto repentina quanto traumatica, impegnate a svolgere sfiancanti attività lavorative in opifici e fabbriche dove erano imposte condizioni durissime, se non insopportabili, al limite di una vera e propria sopravvivenza. Il lavoro industriale, peraltro, nelle zone di insediamento ebraico aveva per buona parte soppiantato quello artigianale. Le comunità locali, con la seconda metà dell’Ottocento, avevano quindi subito, nel volgere di pochi decenni, una profonda trasformazione sociale: alla crescita demografica degli anni precedenti era seguita un’accelerata proletarizzazione, che rischiava di travolgere uomini e abitudini, tradizioni e condotte altrimenti consolidati.
La Russia, ebraica e non, si stava quindi rivelando terra fertile alla diffusione del pensiero socialista, tanto più nella sua variante marxista. Ma non solo, trattandosi di un enorme subcontinente dove tutte le ideologie politiche accompagnavano gli innumerevoli fermenti sociali. A Vilna, la «Gerusalemme dell’Est», già nella prima metà degli anni Ottanta si erano costituiti alcuni convivi intellettuali ebraici, animati perlopiù da studenti, particolarmente proclivi allo scambio di idee con l’estero così come ispirati al pensiero di Marx. Come d’abitudine in questi casi, il reclutamento degli aderenti avveniva con la distribuzione di materiale stampato e con il proselitismo diretto, attraverso una miriade di riunioni, incontri ma anche comizi e iniziative pubbliche, queste ultime spesso represse violentemente dalle autorità. La funzione della stampa, anche in campo ebraico, avrebbe quindi esercitato un ruolo strategico nella comunicazione e nella condivisioni di temi, idee ma anche e soprattutto parole d’ordine capaci di mobilitare le comunità. Per cerchi concentrici, attraverso la redazione, la stampa e la diffusione di opuscoli in lingua yiddisch, andò formandosi un circuito di piccole strutture che ben presto, unificando gli sforzi, divennero partecipi degli scioperi e delle rivendicazioni che attraversavano la Russia Bianca.

Data quindi al 1897 la loro costituzione in «Bund», contrazione dell’yiddish Algemeyner Yidisher Arbeter Bund in Lite, Poyln un Rusland, ovvero «Lega generale dei lavoratori ebrei di Lituana, Russia e Polonia»). Di fatto si trattava di un vero e proprio partito, un organismo di massa, costituito pressoché esclusivamente da ebrei, nato dall’incontro tra l’intellettualità rivoluzionaria e il proletariato della Zona di residenza coatta. Prossimo al Posdr, il Partito operaio socialdemocratico russo nato l’anno seguente, antesignano della successiva organizzazione leninista, il Bund, sia pure con tutti i limiti storici del suo operato, rappresentò a lungo, per la sua vocazione ad un riformismo radicale, il più significativo esempio di autorganizzazione ebraica in età contemporanea.
Malgrado i numerosi dissensi interni – dilacerante quello tra assimilazionisti e autonomisti (i primi propensi a garantire una struttura partitica a sé ma inserita dentro la società non ebraica; i secondi interessati a dare seguito a forme più pronunciate di autogestione, anche di natura territoriale) – e l’opposizione di una considerevole parte del notabilato e della borghesia ebraiche, riuscì comunque a conseguire notevoli risultati. A fronte del ripetersi dei pogrom, la Lega ebraica organizzò gruppi di autodifesa, armati e ben visibili all’interno delle comunità. L’idea di fondo, di contro al principio liberale di un affrancamento individuale e per piccoli passi, era che l’emancipazione delle masse ebraiche dovesse seguire una via collettiva, partendo dalle richieste economiche per giungere, successivamente, alle rivendicazioni politiche. Nel mentre, gli ebrei avrebbero dovuto maturare una coscienza di sé in quanto produttori, come tale soggetto strategico del mutamento economico e sociale. Non essendo, in ciò, un gruppo a sé stante ma facendo parte di una più ampia classe, quella per l’appunto proletaria. Si trattava di costruire e mantenere un difficile equilibrio tra il solidarismo comunitario, maturato tra ebrei, e l’identificazione con il più generale flusso del mutamento che stava attraversando la società russa.
Senza per questo venire meno agli elementi peculiari della propria ebraicità, non più però vissuti come un vincolo religioso bensì in quanto tratto identitario da valorizzare per la costruzione di una vita migliore, il partito ebraico si inserì quindi a pieno ritmo dentro il dibattito, a tratti quasi furioso, che attraversava la composita società russa. Il Bund partecipò pertanto alla rivoluzione russa del 1905 e a tutto quanto agitò, alle radici, l’Impero russo, fino alla seconda (e poi terza) rivoluzione, quella del 1917. A riscontro del rapporto, peraltro non facile, con i socialisti, all’epoca ci fu chi causticamente osservò che «il membro del Bund è un sionista che teme il mal di mare» (così Georgi Plekhanov, all’epoca il maggiore teorico del marxismo russo). Peraltro la storia della Lega ebraica si spense definitivamente solo a causa dell’azione di due dittatori, Stalin ed Hitler. Il primo, già negli anni Venti, nella più generale prassi di “bolscevizzazione” dell’ampio insieme di organizzazioni socialiste che erano ancora presenti nel territorio sovietico, provvide a cancellarne l’esistenza di autonoma formazione politica. Il troncone polacco e lituano, invece, dopo le alterne vicende degli anni a cavallo tra le due guerre mondiali, sarebbe stato quasi integralmente distrutto nel 1939 e nel 1941 dalle armate della Germania nazista, sopravvivendo solo nell’azione della resistenza dei combattenti dei ghetti, a partire da quello di Varsavia.

Il programma del Bund era fondato sull’unificazione di tutti i lavoratori ebrei dell’Impero zarista sotto un unico partito socialista. Proprio poiché tale, cercò quindi di allearsi con il movimento socialdemocratico russo, antesignano del futuro partito comunista, per la realizzazione di una società democratica e socialista e per ottenere il riconoscimento giuridico degli ebrei come minoranza nazionale. In quanto partito socialista laico auspicava l’emancipazione sociale, economica e culturale ebraica in Russia. Poste queste premesse, nel 1898, a Minsk, entrò come componente ebraica nel Partito operaio socialdemocratico russo. Durante la rivoluzione del 1905 il Bund fu la forza trainante nelle zone polacche dell‘Impero, mobilitando anche diversi non ebrei. Negli anni successivi, tuttavia perse progressivamente seguito. Nel 1912, dopo la scissione interna al Posdr tra menscevichi e bolscevichi, il Bund diventò parte della federazione creata dai primi. In tale veste, accolse con favore la Rivoluzione di febbraio del 1917, ma non sostenne la Rivoluzione d’Ottobre, quella in cui i bolscevichi presero il potere. Con la guerra civile russa (tra il 1918 e il 1921) e l’aumento dei pogrom antisemiti dei nazionalisti e dell’Armata bianca, gli oppositori paramilitari al nuovo potere (presenti soprattutto nelle regioni occidentali della Russia), il Bund fu costretto dalle circostanze a riconoscere il nuovo governo sovietico e i suoi militanti combatterono in gran numero nell’Armata rossa, guidata da Lev Trockij.

Dopo la definitiva dissoluzione dell’Impero russo, il partito si divise in due: da una parte la maggioranza comunista (Kombund) e dall’altra la minoranza socialdemocratica. Se nel 1921, il Bund si sciolse formalmente, e i suoi membri entrarono in buon numero nel Partito comunista, solo però nel 1923 cessò di esistere l’ultimo gruppo bundista autonomo della Russia Sovietica.
Peraltro, molti ex bundisti morirono durante le purghe staliniane degli anni Trenta. Durante la Seconda guerra mondiale il Bund continuò invece ad operare in maniera clandestina in Polonia, paese che era rinato nel 1918 e nel quale l’organizzazione ebraica non era mai venuta meno. Tra i nomi più noti rimane quello del giovanissimo bundista Marek Edelman, cofondatore nel 1942 del Żydowska Organizacja Bojowa (l’ «Organizzazione ebraica di combattimento») che guidò la rivolta del ghetto di Varsavia ed è stato anche parte del movimento di resistenza polacca. Il Bund polacco proseguì infine la sua attività fino al 1948. Ad oggi, l’eredità e la memoria bundiste sono rappresentate attraverso l’International Jewish Labor Bund, presente nei paesi di lingua inglese, tra le comunità ebraiche anglosassoni. Così come nelle diverse cattedre universitarie che studiano l’ebraismo dell’Europa orientale, la cultura e la lingua yiddisch, la storia di società che furono stravolte dai grandi sconvolgimenti del Novecento, tra la Prima e la seconda guerra mondiale.

Ciò che rimane di quell’esperienza, e dei suoi programmi politici, può essere racchiuso in una serie di assunti e di principi, sulla scorta dei quali diede corpo e sostanza alla sua azione, durata una ventina d’anni nella sua fase più significativa, ossia fino alla fine della Prima guerra mondiale, per poi proseguire nei due decenni successivi: il principio di auto-organizzazione ebraica, nella convinzione che una federazione di strutture territoriali e professionali, legate alla centralità del lavoro, potesse costituire il nerbo di una coscienza di sé che, altrimenti, fino ad allora aveva difettato; l’idea che ai processi di emancipazione liberale, di natura individualista, che avevano interessato i correligionari delle comunità dell’Europa occidentale, nell’Europa orientale dovesse invece sostituirsi un movimento collettivo che, partendo dalle società territoriali e dalle organizzazioni sindacali, mutualistiche e cooperativiste, avrebbe creato le condizioni per l’emancipazione comune; l’impegno per la creazione di organizzazioni di autodifesa armata per la protezione delle comunità ebraiche contro i pogrom, nella convinzione che alla lotta politica si accompagnasse anche quella attraverso il ricorso alla forza fisica; la promozione dell’uso dello yiddisch come lingua nazionale ebraica; il tentativo di costruire una piattaforma d’azione comune che permettesse di legare al movimento dei lavoratori industriali (e rurali) anche il diffuso artigianato e il commercio ebraico, così come la stessa intellettualità; l’opposizione, spesso decisa, al sionismo, inteso come risposta non solo inadeguata ma fuorviante ai problemi della società ebraica, ritenendo semmai che il nazionalismo non costituisse l’orizzonte risolutivo per la «questione ebraica». Rimane il fatto che fra tutti i partiti politici ebraici del tempo si rivelò il più progressista, praticando la parità dei generi con oltre un terzo degli iscritti di sesso femminile.
Dopo un lungo oblio, soprattutto nell’Europa occidentale, la memoria del Bund è progressivamente riemersa in anni più recenti. Si tratta a tutt’oggi di un lavoro di scavo ancora in corso. Poiché, al pari di esperienze similari e coeve, non fu solo traiettoria di un partito (un termine assai riduttivo, soprattutto se rapportato al linguaggio odierno) ma di una comunità politica, sociale e culturale che si confrontò con i mutamenti, a tratti vertiginosi, dell’età che ebbe in sorte di vivere.

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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