Cultura
Una giornata chagalliana con gli ultimi bundisti

Giorni fa ho scritto su Facebook che prima o poi avrei raccontato la volta che a Tel Aviv trascorsi una giornata chagalliana con gli ultimi bundisti. Ora mantengo la promessa. Si tratta del capitolo 11 del mio Israele nonostante tutto (Longanesi 2004, TEA 2006), e il titolo era/è “Bundista una volta, bundista per sempre”.

Il nome della via è Haràv Tsvi Kàlischer, rabbino sionista 1795-1874. Questa è una Tel Avìv tranquilla, famigliare. Sul portone c’è scritto Circolo del Lavoro in Israele. Ai lati del portone sono appese locandine teatrali e avvisi vari. Per metà in ebraico e per metà in yiddish, ovvero lettere dell’alfabeto ebraico con suoni mitteleuropei.

Dentro il Circolo, una tavolata di anziani festeggia chiassosamente il compleanno di Shura. La tovaglia è di plastica a fiori, i piatti e i bicchieri di carta, le sedie di legno stanno insieme per miracolo, si beve succo di arancia, vodka, si mangiano cetrioli sotto sale, salumi di manzo, pesce affumicato, molti dolci, e poi il caffè, il vino rosso, si apre un’altra bottiglia di vodka e un’altra ancora. Brindisi, auguri dalla pronuncia complicata, visi allegri. A parte le mezuzòt agli stipiti delle porte, non c’è alcun simbolo religioso. La mezuzà è l’astuccio che si fissa sul lato destro di ogni porta di casa, negozio, teatro, cinema, edificio. Contiene un rotolino di pergamena su cui sono scritti i brani 6. 4-9 e 11. 13-21 del Deuteronomio: “Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è Uno. Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze e saranno queste parole che io ti comando oggi sul tuo cuore, le ripeterai ai tuoi figli e ne parlerai con loro stando nella tua casa, camminando per la via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Le legherai per segno sul tuo braccio e saranno come frontali fra i tuoi occhi e le scriverai sugli stipiti delle tue case e delle porte della città”. Appunto, sugli stipiti delle case…

Un tuffo nel passato
Per darci il benvenuto, Dina canticchia una sconosciuta canzone italiana. “Papà si chiamava Hàilek, era un polacco galiziano che nella Grande Guerra fu prigioniero per quattro anni dei soldati italiani; aveva imparato queste melodie e ce le aveva insegnate…”. Dina è piccolina e la sua testa è candida, porta una gonna nera con un golfino viola, orecchini viola e scarpe da tennis bianche. Spiega che Shura – una donnona tinta di nero corvino – è un’attrice yiddish figlia di attori che sono state vere e proprie star di una realtà che – cancellata dalla Shoà – non esiste più, se non nelle meravigliose fotografie di Roman Vishniac raccolte nel volume
Un Mondo Scomparso.
Seguiamo insieme una conversazione in cui si accavallano il russo, il polacco, il tedesco, lo yiddish, l’ebraico, qualche parola di inglese e di francese. Si avvicina uno con l’aria da mattocchio, Yaakòv Bèlek, faccia da pugile, parlantina lesta. Tiene in mano un libro, “Il mio terzo romanzo”. Lo riassume così: “Gesù scende dal Regno dei Cieli perché i fedeli lo hanno tradito con l’Olocausto e lui non vuole più essere il re dei cristiani, perciò si stabilisce in Israele e sta dalla parte degli ebrei che accusano il Vaticano…”.

Personaggi apparentemente fuori dal tempo, né più né meno che una fotografia lievemente ingiallita di un’associazione polacca ottocentesca. Non a caso il Circolo del Lavoro in Israele è, fra l’altro, la sede dell’Allgemeiner Yiddischer Arbeter Bund – ricordato dagli storici come Bund –, l’Unione generale socialdemocratica ebraica nata a Vilna nel 1897. Data solenne, quel 1897, il medesimo anno in cui, a Basilea, Teodoro Hertzl fondava il Movimento sionista.
Dev’essere per questo che mi piacciono, sono dei sopravvissuti. Alla Soluzione finale nazista, certo, ma anche al Comitato centrale bolscevico che diresse la Rivoluzione di Ottobre e che annoverava tra i suoi ventuno membri Lev Borisovic Rosenfeld (Kamenev), Gregorij Evseevic (Zinoviev), Lejba Davidovic Bronstein (Trockij), Yaakòv Michajlovic (Sverdlov) e Moisej Solomonovic (Uritski): cinque ebrei assimilati che soggiacerono, più o meno di buon grado, a chi ordinò l’eliminazione fisica del Bund e degli altri movimenti ebraico-socialisti come il Zeire Ziòn e il Poalè Ziòn.
Ripenso ai nostri socialisti come Treves e Modigliani e Colorni, ai comunisti come Terracini, Sereni, Curiel. E ai Momigliano, agli Jona, agli Artom, ai Bauer e ai Ginzburg del Partito d’Azione. Ma soprattutto mi ricordo del gruppo di Giustizia e Libertà, e dei fondatori, i fratelli Rosselli, con quella parola d’ordine di Carlo: “Oggi in Spagna, domani in Italia”, in cui riecheggia il millenario augurio della cena di Pèsach – la cosiddetta Pasqua ebraica – “L’anno prossimo a Gerusalemme; quest’anno siamo qui, l’anno prossimo saremo in terra d’Israele; quest’anno siamo schiavi, l’anno prossimo saremo liberi”.

Il suono dello Yiddish
Prima di farci visitare il Circolo, l’amabile Dina suggerisce uno slogan: “Bund e yiddish non devono necessariamente andare insieme, però insieme è meglio”.
Su un tavolino c’è una vetusta – “ma funzionante” – macchina da scrivere beige marca Triumph. Su un altro ripiano è appoggiato un grosso “cervello elettronico”, insomma un computer. Alle pareti decine, centinaia di fotografie incorniciate. Dina comincia a elencare, e la sua voce flebile esprime nostalgia, non tristezza. “Questo è Bono Wisser del ghetto di Lodz, finito ad Auschwitz, l’ultimo dei mohicani bundisti. Quest’altro è Yaakòv Pat di Varsavia, uno della Rivolta, scappato a New York dove è morto… e poi suo figlio, il dottor Emmanuel, che curava i poveri della città americana”. Scopro che in ebraico bundista si dice bundày e che di bundaìm, dopo la caduta dei ghetti dell’Europa dell’Est, se ne trovavano in mezzo mondo. Dina narra di loro come fossero dei Santi: “Sapessi quanti se ne sono ammazzati dopo la Shoà… Arthur Ziegelbaum…”, che lei pronuncia Ziegelboim. Già, le famose “i” dello yiddish. Avete mai ascoltato musica klètzmer o assistito a uno spettacolo di Moni Ovadia? Eccole quelle “i” che compaiono di continuo, per esempio Toira al posto di Torà. È il suono dell’yiddish, melodia che può essere straziante, vitalissima e insieme lugubre, festante, cupa, allegra, ossessiva, ripetitiva, di certo estatica. Proprio come il klètzmer.

Al primo piano c’è il loro gioiello, il teatro, vale a dire un palcoscenico, duecento seggiole e un pianoforte W. Hoffmann. Mettono in scena parecchi spettacoli. A guardarli, dal fondo della sala, c’è sempre un occhio che piange. L’occhio che il pittore Moshe Bernstein ha dipinto in un quadro immenso. Un quadro in cui il violinista sul tetto osserva dall’alto la vita dello shtetl, il pescivendolo e il portatore d’acqua. Non c’è un fiore, ma in un angolo un grande occhio che piange la Shoà.
Nelle stanzette intorno al salone-teatro sono conservati e catalogati oltre trentamila volumi. Dina vorrebbe raccontarmeli uno per uno. Viene a salvarmi un tizio pelato e rugoso che ricorda terribilmente l’ex Primo ministro israeliano Menachèm Bègin. “Mi chiamo Yitzhàk, Yitzhàk Luden, se ha tempo di farmi visita, a casa mia le racconto il bundismo”. Come si fa a dire di no?

Un condominio che noi definiremmo piccolo borghese, famiglie, allegria, pensionati. L’appartamento dei Luden ha la porta spalancata. “La teniamo sempre aperta per fare un po’ di corrente d’aria”, precisa puntigliosa e severa Esther, la moglie di Yitzhàk. In salotto le pareti sono nascoste da una miriade di quadri e di fotografie, tra le quali una di loro due a Venezia. “Siamo andati qualche anno fa all’università, a Ca’ Foscari, per una manifestazione contro la Guerra del Libano”, dice Esther con una punta di civetteria. Per le stanze, e sui tavoli, si aggira un gattone che sembra persiano, invece “è assolutamente plebeo”. Si chiama Lèbale, diminutivo yiddish di Leone, è vecchiotto, ha già diciotto anni. “Io ne ho settantanove”, spiega la signora Luden che mi sta illustrando in ogni dettaglio la casa. Esther non ha alcuna intenzione di lasciar parlare il marito. Marito che, in calzoncini corti marroncini, maglietta di lana color carne e calzettoni beige al ginocchio, appare più piccolo e teneramente buffo di quanto non sia. Le sue mani deformate da una brutta artrosi si avvicinano al mio portasigarette. “Che cosa fumi?”. Rispondo.
Esther è una sabra, ovvero nata in Palestina, e sabra vuol dire cactus, dolce dentro e spinoso fuori, insomma Esther è una donna un po’ spigolosa e rompiballe. E si intromette ancora: “Lui fuma quelle che compri tu…”, ridacchia alle sue stesse battute che scoprirò più tardi essere un gioco di parole fra tedesco, yiddish e polacco.

La storia di Yitzhàk
Yitzhàk la zittisce con un lampo degli occhi grigioverdicelesti: “Esther, per favore, devo raccontare il bundismo!”. In realtà racconta di sé, però forse è la stessa cosa. “A Varsavia quand’ero bambino c’erano le scuole religiose – le yeshivòt –, le scuole pubbliche statali dove si parlava solo polacco e le scuole ebraiche laiche del Bund. I miei genitori mi mandarono lì. Non eravamo sionisti, i sionisti erano borghesi mentre noi avevamo tre principi: lotta per i diritti nazionali degli ebrei discriminati, lotta per i diritti degli operai, lotta internazionalista. In poche parole avevamo molti nemici: il potere polacco, gli ebrei religiosi e la borghesia ebraica che in buona parte era hertzliana. La nostra bandiera era l’autonomia culturale del popolo ebraico nei luoghi in cui viveva, e a questo scopo venivano creati sindacati, scuole, biblioteche…

“Allo scoppio della guerra i miei due fratelli scapparono nella zona orientale della Polonia occupata dai russi. Un po’ di tempo dopo li raggiunsi. Fui arrestato per lo scellerato accordo russo-tedesco, il patto Molotov-Ribbentropp. Dieci mesi di galera, quindi campo di prigionia: eravamo schiavi da rieducare… Hai presente la Rivoluzione Culturale maoista? Con la fine del patto e l’invasione delle truppe hitleriane ci evacuarono: fuga, giorni e giorni a piedi senza mangiare, arrivai al confine con l’Afghanistan. Lì c’era l’esercito del generale Wladislaw Anders che organizzava le armate polacche che dovevano combattere Berlino. Volevo arruolarmi, non mi presero perché pesavo solo trentacinque chili e perché di ebrei ne accettavano col contagocce. Mi sono arrangiato in un kolkoz in Uzbekistan, sgobbavo e in cambio mi davano qualcosa per sfamarmi…

Un ritorno difficile
“Nel ’46 sono tornato a Varsavia. La mia famiglia era stata quasi completamente distrutta. Ho studiato cinematografia a Lodz e intanto ho cercato il mio Bund, la mia seconda famiglia. C’era ancora! Erano gruppi giovanili sparsi, così ci siamo messi insieme. Volevamo ricostruire il futuro, ma nel ’48 i comunisti hanno liquidato qualsiasi cosa che non fosse stalinista. Alcuni miei amici sono stati presi dai bolscevichi e sono spariti per sempre, altri arrestati e condannati a morte con l’accusa di collaborazionismo con i tedeschi… Che infamia!”.

Gli occhi di Yitzhàk si venano di rosso-viola, furiosi.

“A quel punto la maggior parte dei bundisti emigra fra mille difficoltà negli Stati Uniti, io e altri cinquecento scapoli partiamo clandestinamente per Israele. Arrivo nel dicembre del ’48, c’è ancora la guerra, mi mettono in un campo di accoglienza a Ra’anana, e lì devo imparare l’ebraico. Era rigorosamente proibito parlare yiddish… una specie di dittatura culturale faceva da levatrice al nuovo Stato.
“Conosco i bundaìm arrivati in Palestina negli anni Venti, mi aiutano a trovare impiego nello studio di un tipo mezzo fotografo e mezzo regista che aveva studiato a Varsavia nella stessa scuola di Roman Polanski. Lui mi fa conoscere il redattore di un giornale – Ultime notizie –, sembrava un lavoretto provvisorio… Ci sono rimasto quarant’anni”.

Non eravamo sionisti, i sionisti erano borghesi mentre noi avevamo tre principi: lotta per i diritti nazionali degli ebrei discriminati, lotta per i diritti degli operai, lotta internazionalista. In poche parole avevamo molti nemici.

Non v’è dubbio: il cuore e il cervello di Luden si sono mantenuti bundisti, lui è moralmente bundista. Ma che significa oggi? “Una questione di rispetto verso un altro popolo, i palestinesi, e verso gli altri ebrei del mondo. Tutti gli uomini hanno diritto alla propria autonomia”.
Esther lo guarda e per una volta sorride quasi con tenerezza mentre lo prende in giro: “Yitzhàk, Yitzhàk Luden… bundista una volta, bundista per l’eternità”.
A Yitzhàk le mani legnose tremano, mostra una gazzetta che è poco più di un ciclostile. “Il mio è l’ultimo giornale scritto per il socialismo… Guarda questo titolo in yiddish: Arafàt per Sharòn è l’incubo o la scusa?”.
Salutandoci, Esther – chissà perché – dice che ama il suo appartamento, è la sua casa. Lui immediatamente la interrompe e la corregge: “No, Esther, Israele è la nostra casa, qui siamo e qui lottiamo per i nostri diritti. Come ti ho raccontato tante volte che facevamo in Polonia”.

Stefano Jesurum
Redazione JOI Mag
Stefano Jesurum è nato a Milano nel 1951 ed è giornalista dal 1976. Tra i fondatori di La Repubblica, ha lavorato per il Nuovo di Firenze, il Giorno, l’Europeo, il Corriere della Sera, la RAI. Autore di saggi, racconti e romanzi. Attualmente collabora con Gli Stati GeneraliPagine Ebraiche e, ovviamente, JOIMag. Marito di Carla, papà di Rachele, nonno di Annele.

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