Cultura Cibo
Il caffè: un problema halakhico dell’età moderna

Come quando e perché il caffè è diventato un ingrediente imprescindibile della vita quotidiana

Un piacere, un’abitudine, un vizio, un rito: sorbire da una tazzina calda un espresso nero e fumante è un’esperienza che permea la vita quotidiana dei più. Che sia di mattina presto, in solitudine, davanti alle prime notizie del giornale o dello smartphone; che sia dopo un pasto abbondante in famiglia, tra piatti sporchi in attesa di essere sparecchiati; o che sia intorno al tavolino di un bar, un sorso e un pettegolezzo fra vecchi amici. Niente di nuovo sotto il sole. Eppure, a un certo punto della storia, nuovo lo è stato: come ben noto, infatti, il caffè è diventato parte della cultura europea nel Seicento, grazie ai rinnovati scambi commerciali con il Medio Oriente, in cui già esso era in uso da qualche secolo. E, quando si parla di interazioni economiche e culturali tra continente europeo e mediterraneo musulmano, dobbiamo aspettarci un coinvolgimento ebraico. Secondo alcune fonti, ad esempio, la prima coffee house d’ Inghilterra, nei pressi di Oxford, sarebbe stata aperta nel 1651 da un ebreo levantino di nome Jacob. Leggenda o storia, la vicenda dell’Angel Inn – questo il nome della caffetteria – è traccia di come anche il mondo ebraico, grazie alla sua posizione di spettatore e attore nell’allora impero ottomano, abbia recepito e accolto un’innovazione alimentare destinata a cambiare usi e costumi di un’epoca.

Ma, prevedibilmente, la ricezione alimentare e culturale del caffè nell’ebraismo passò attraverso l’occhio vigile e instancabile della halakhah, la “legge” ebraica – legge che abbraccia non solo le questioni che siamo abituati a pensare come giurisdizionali, ma anche gli aspetti più minuti e inaspettati della vita quotidiana. Qual è dunque lo statuto halakhico di questa bevanda dalle proprietà inebrianti ma anche ad alto tasso di dipendenza? Quali problemi tecnici implica la sua preparazione? E come comportarsi rispetto ai luoghi addetti al suo consumo? Per rispondere, scartabelliamo tra le sheelot u-teshuvot, i responsi giuridici rabbinici, raccolti da Ari Greenspan in un interessante articolo dedicato proprio a questo tema (disponibile in inglese qui). La prima consultazione legale sulla kasherut del caffè risale a un rabbino del Cairo del XVI secolo, Radbaz (acronimo di David ben Solomon ibn Abi Zimra). Il problema che il rabbino capo d’Egitto era stato chiamato in causa a risolvere riguardava in particolare la liceità della consumazione di caffè preparato da non ebrei. Così recita la teshuvah, la risposta, di Radbaz:

Ho fatto ricerche sul frutto, e ho scoperto che non viene mangiato crudo, poiché i semi sono duri come sassi e non possono essere consumati. Devono invece essere arrostiti in un unico recipiente e poi lasciati ammorbidire un po’. Re e personaggi altolocati mangiano questi chicchi perché, si dice, asciugano lo stomaco dai suoi succhi, e ne bevono la bevanda derivata, che viene fatta dalla scorza esterna del chicco: per questa ragione dovrebbe essere proibito. Ma, in verità, non è usato sulle tavole regali come intingolo per il pane, e dunque non è proibito che un non ebreo lo prepari. Riguardo alla kasherut dei recipienti, vanno usati recipienti specifici, così da non contaminare con altri sapori e preservarne il gusto. […] Tuttavia, in merito al berlo assieme ai non ebrei, non sono d’accordo, poiché da ciò possono derivare svariati problemi: gli ebrei sono sacri e non è il caso che siedano con gli altri.

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La promiscuità delle case da caffè, dunque, sembra essere la principale causa di sospetto riguardo a questa bevanda. Un sospetto che, tuttavia, scemerà con la crescente diffusione della frequentazione delle caffetterie come pratica sociale. Una volta appurato che il processo di preparazione del caffè non risente di particolari proibizioni, la strada della dipendenza gastronomica sarà tutta in discesa. E, con il radicarsi dell’abitudine, una domanda tutta ebraica sorgerà spontanea: che fare di sabato? A rispondere penserà, nella Smirne del 1631, Rabbi Chaim Benveniste: è corretto o scorretto far riscaldare il sabato, a una serva non ebrea, il caffè preparato il giorno prima?

Il principio generale è che è proibito mettere il caffè direttamente sul fuoco di sabato, anche se è una domestica (non ebrea) a farlo di sua spontanea volontà – e a maggior ragione se le viene ordinato. Tuttavia, se le si dice di non metterlo sul fuoco stesso ma di fronte ad esso, allora è permesso.

Un trucco precauzionale che salva la giornata. Una tecnica ancora più ingegnosa è riporta a detta del rabbi ashkenazita Moshe Sofer (detto Chatam Sofer, 1762–1839), secondo il quale si usava preparare, alla vigilia del sabato, un focolare a cui era collegato uno lungo stoppino che, bruciando fino al giorno dopo, avrebbe acceso il forno su cui si metteva a scaldare il caffè. Si tratta di un parere halakhico ancora oggi citato dalle comunità ebraiche ortodosse per giustificare l’uso di un timer per macchina del caffè.

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E, a livello sociale e culturale, quale fu l’influenza del caffè sulla quotidianità ebraica? Ebbene, va riconosciuto che, grazie alle sue potenzialità di eccitante per il corpo e soprattutto per la mente, il caffè entrò ad avere un ruolo di stimolante nell’attività liturgica di preghiera e studio. Non è un caso se fu proprio tra il Sei e Settecento che, simultaneamente nelle comunità ebraiche d’Italia e di Palestina, si sviluppò l’usanza di riunirsi la notte in piccoli gruppi a pregare e a studiare qabbalah. Il caffè non poteva che essere d’aiuto in un contesto in cui si era soliti andare a dormire con lo scendere dell’oscurità. Oltre che a prevenire il sonno, il caffè si dimostrava efficace anche nel potenziare la concentrazione intellettuale – la kawwanah – con la quale ci si doveva accostare alla ritualità religiosa. Verso la fine XIX secolo, nella raccolta legale dal titolo Nehar Mitrayim (Fiume d’Egitto), il rabbi egiziano Raphael Aharon ben Shimon descrive così il costume mediorientale di bere caffè (zuccherato, implicando ulteriori problemi halakhici):

C’è l’uso diffuso, in Egitto, di bere caffè zuccherato prima delle preghiere, come sostenuto dal Pri Chadash, che scrisse che in Egitto chi non riesce a concentrarsi senza di esso può bere caffè prima delle preghiere. Il Pri Chadash, tuttavia, proibisce l’uso dello zucchero. Ad ogni modo, molte persone importanti lo bevevano con lo zucchero, seguendo l’opinione degli Iqqare Daat. Un giorno, nella città sacra di Gerusalemme – possa essere ricostruita nei nostri giorni – è divenuto palese che molti rabbini e persone eminenti bevono caffè zuccherato. Il motivo per cui viene bevuto è di ragione medica. Secondo la nostra percezione ed esperienza, una persona che è abituata a berlo non riesce a tenere gli occhi aperti e scacciare il sonno così da riuscire a concentrarsi se non bevendo caffè. La maggioranza degli uomini di scienza non vi mette molto zucchero, perché si senta l’amaro del caffè, che risalterà sempre sul dolce, essendo per l’appunto amaro il gusto del caffè.

Dolce o amaro: una polemica – non solo di gusto ma anche di condotta etica e legale – antica secoli. A vincerla, ancora oggi, è l’inebriante scossone nervoso che l’amato liquido nero infonde ad ogni sorsata. Non meno che agli altri, anche per gli ebrei di varie origini ed epoche.

Ilaria Briata
Collaboratrice

Ilaria Briata è dottore di ricerca in Lingua e cultura ebraica all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha pubblicato con Paideia Editrice Due trattati rabbinici di galateo. Derek Eres Rabbah e Derek Eres Zuta. Ha collaborato con il progetto E.S.THE.R dell’Università di Verona sul teatro degli ebrei sefarditi in Italia. Clericus vagans, non smette di setacciare l’Europa e il Mediterraneo alla ricerca di cose bizzarre e dimenticate, ebraiche e non, ma soprattutto ebraiche.


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