Voci Strano ma ebreo!
Shabbat a impatto zero

Timer, scaldavivande, app, ascensori programmati e altri congegni geniali. Ovvero, come rispettare lo Shabbat senza subirne gli effetti collaterali

Era un pomeriggio di sabato e io, giovane e ingenua, stavo per entrare per la prima volta in una casa in cui si osservava davvero lo Shabbat. Con sentimenti ambivalenti, molto ambivalenti: da una parte il furore laicista della contestatrice (“Che palle! Che abitudini medioevali!”), dall’altra un’inconfessata ammirazione per il rigore spirituale e la forza d’animo necessaria – nel caso specifico – per perdersi una partita di calcio, non una banale partita di campionato, ma una partita dell’Italia ai mondiali!
Mi ero dunque preparata a una rapida visita (poi sarei fuggita a casa, a ululare davanti al televisore come tutti i pessimi ebrei, porci del gregge di Epicuro). Nella mia immaginazione, vedi a leggere troppa roba mitteleuropea, mi vedevo già il padron di casa avvolto nella penombra, con una zimarra nera e un libro in mano, a recitar preghiere, mentre tutto attorno a lui volavano gli arbitro cornuto e i passa quella palla, deficiente. Invece, feci appena in tempo a entrare in salotto – lui in effetti aveva l’aria di pregare – che ZAC! (altro che Haggadah, e braccio disteso, e aperture del Mar Morto) il televisore prese vita da solo. Collegamento dallo stadio!
“Timer,” mi disse placidamente il padron di casa, gettandosi sul divano. Lì imparai che lo Shabbat lo puoi fregare. Tipo quando ti dichiari fedele alla moglie e poi dici le porcherie in chat a questa e a quella. Ma allora siamo quasi tutti profondamente umani!

Lo Shabbat senza effetti collaterali
Da allora ne sono passati di anni. Il turlupinamento dello Shabbat grazie alla tecnologia ha fatto enormi passi in avanti, permettendo a più persone di rispettarlo senza subirne gli effetti collaterali. C’è lo Shabbat Phone, che ti permette di fare e ricevere telefonate perfettamente kosher, perché funziona con un tocco del dito che modifica un circuito elettrico, senza aprirlo o chiuderlo, e aggirando dunque le azioni vietate. C’è lo Shabbos Keeper, un congegnetto che ogni venerdì sera ti manda in coma farmacologico il frigo (i sensori sono disattivati, le lampadine non si spengono, il compressore non parte, i cubetti di ghiaccio te li scordi), e così puoi aprirne e chiuderne lo sportello senza tema di cascare su una melacha, un’attività lavorativa proibita. Ci sono ascensori che al sabato si fermano a ogni piano, come chiamati da un fantasma. Ci sono scaldavivande raffinatissimi che ti permettono di mantenere il cibo caldissimo o appena tiepido, altro che pentolone di cholent lasciato sulla stufa, come ai vecchi tempi.

È invece fallita, nel senso che era stata annunciata ma non è poi mai uscita, la Shabbos App, che avrebbe dovuto permettere ai giovanissimi ortodossi (e chissà, anche ai meno giovani) di continuare a chattare e whatsappare usando uno smartphone. Aveva suscitato, come era prevedibile, enormi controversie. Nulla sembrava più lontano dallo spirito quieto e riflessivo dello Shabbat, molto, ma molto più lontano delle partite della nazionale e dei televisori che per miracolo si accendevano al momento opportuno. Ma secondo i suoi sostenitori avrebbe permesso ai giovani di non percepirsi come trasgressori della legge ebraica, e di non cadere a quel punto nella tentazione di lasciarsi andare del tutto, imboccando una china scivolosa – si comincia con un whatsapp e si finisce con un cheeseburger al bacon. Che è in fondo il principio ispiratore di tutti i trucchi che abbiamo citato: minimizzare il danno, constatato che nella vita moderna il danno è inevitabile. Legalizzare le violazioni leggere, per evitare di cadere in quelle pesanti!

Marina Morpurgo
Redazione JOI Mag

È nata a Milano nel 1958 e da allora ha deluso quasi tutte le aspettative, specie quelle relative a peso e altezza. Manca di senso del tragico, in compenso riesce a far ridere – purtroppo anche quando non è nelle sue intenzioni. Ex giornalista (“l’Unità”, “Diario”), ora traduttrice, ha scritto sette libri per ragazzi e alcuni manuali scolastici. E quattro libri per adulti, di cui l’ultimo è “È solo un cane (dicono)”, pubblicato da Astoria, e in cui racconta come la sua famiglia si salvò dal nazifascismo.


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