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Cultura
Il cuore nero: l’euroasismo e il conflitto russo-ucraino – Parte due

Teorici e teorie intorno all’idea della Grande Russia

«[…] Questa non è una guerra con l’Ucraina. È un confronto con il globalismo come fenomeno planetario integrale. È un confronto a tutti i livelli – geopolitico e ideologico. La Russia rifiuta tutto del globalismo: unipolarismo, atlantismo, da un lato, e liberalismo, anti-tradizione, tecnocrazia – grande reset in una parola – dall’altro. È chiaro che tutti i leader europei fanno parte dell’élite liberale atlantista. E noi siamo in guerra esattamente con questo. Da qui la loro legittima reazione. La Russia viene ormai esclusa dalle reti globaliste. Non ha più una scelta: o costruire il suo mondo o scomparire. La Russia ha stabilito un percorso per costruire il suo mondo, la sua civiltà. E ora il primo passo è stato fatto. Ma sovrano di fronte al globalismo può essere solo un grande spazio, un continente-stato, una civiltà-stato. Nessun paese può resistere a lungo a una completa disconnessione. La Russia sta creando un campo di resistenza globale. La sua vittoria sarebbe una vittoria per tutte le forze alternative, sia di destra che di sinistra, e per tutti i popoli. Stiamo, come sempre, iniziando i processi più difficili e pericolosi. […] Cosa significa per la Russia rompere con l’Occidente? È la salvezza. L’Occidente moderno, dove trionfano i Rothschild, Soros, Schwab, Bill Gates e Zuckerberg, è la cosa più disgustosa della storia del mondo. Non è più l’Occidente della cultura mediterranea greco-romana, né il Medioevo cristiano, e nemmeno il ventesimo secolo violento e contraddittorio. È un cimitero di rifiuti tossici della civiltà, è anti-civilizzazione. E quanto prima e più completamente la Russia se ne stacca, tanto prima ritorna alle sue radici. A cosa? Cristiano, greco-romano, mediterraneo-europeo […]. Cioè, alle radici comuni al vero Occidente. Queste radici – le loro! – l’Occidente moderno le ha tagliati fuori. E sono rimaste in Russia. Solo ora l’Eurasia sta alzando la testa. Solo ora il liberalismo in Russia sta perdendo il terreno sotto i piedi. Russia non è l’Europa occidentale. La Russia ha seguito i greci, Bisanzio e il cristianesimo orientale. E sta ancora seguendo questa strada. Sì, con zigzag e deviazioni. A volte in vicoli ciechi. Ma si sta muovendo. La Russia è sorta per difendere i valori della Tradizione contro il mondo moderno. È proprio quella “rivolta contro il mondo moderno”. […] E l’Europa deve rompere con l’Occidente, e anche gli Stati Uniti devono seguire coloro che rifiutano il globalismo. E allora tutti capiranno il significato della moderna guerra in Ucraina. Molte persone in Ucraina lo capivano. Ma la terribile propaganda rabbiosa liberal-nazista non ha lasciato nulla di intentato nella mente degli ucraini. Torneranno in sé e combatteranno insieme a noi per il regno della luce, per la tradizione e una vera identità cristiana europea. Gli ucraini sono nostri fratelli. Lo erano, lo sono e lo saranno. La rottura con l’Occidente non è una rottura con l’Europa. È una rottura con la morte, la degenerazione e il suicidio. È la chiave del recupero. E l’Europa stessa – i popoli europei – dovrebbero seguire il nostro esempio: rovesciare la giunta globalista antinazionale. E costruire una vera casa europea, un palazzo europeo, una cattedrale europea». Così Alexandr Gel’evič Dugin, “eminente” filosofo, ispiratore di Vladimir Putin e suo consigliere, senz’altro ascoltato, anche se forse da una qualche distanza di sicurezza. Forse più di una.

Per capire cosa bolla nella grande pentola russa bisogna rifarsi alla dottrina dell’eurasismo (altrimenti conosciuto anche come eurasianismo o eurasiatismo). A questa corrente di pensiero, infarcita di riferimenti misticheggianti e filosofici, bisogna poi interconnettere il confuso e magmatico mondo del cosiddetto rossobrunismo. Affrontiamo una cosa per volta, per non perderci in un dedalo di suggestioni (e di illusioni). L’eurasismo vanta alcuni antecedenti nel XIX secolo, tra quanti andavano esaltando la centralità del mondo euro-asiatico in contrapposizione all’Occidente. Mentre nel primo vedevano la culla della cristianità ortodossa e le radici dell’autocrazia, l’una e l’altra intese come gli unici fattori che potessero garantire stabilità a società altrimenti attraversate dai irrefrenabili fermenti rivoluzionari, nel secondo identificano i fattori della decadenza, attribuiti all’affermazione del Terzo e del Quarto Stato. Le teorizzazioni di circostanza servivano di fatto a puntellare il declinante potere zarista ma nella loro ispirazione più profonda, posta la loro natura rigorosamente reazionaria, ossia antimodernista, costituivano anche l’ossatura di un disegno politico che continuava a contrapporre l’idea imperiale a quella degli Stati nazionali.
I rimandi al passato di autori come Kostantin Leont’ev, uno degli ideologi ottocenteschi più importanti in questo campo, erano tali da rinviare all’età bizantina i fondamenti di una pretesa egemonica. Più che un riferimento alla storia era un rifarsi ad un impianto ideologico – abbondantemente rielaborato e scaltramente adattato alle esigenze del tempo corrente – che secondo l’autore avrebbe accompagnato un’età aurifera delle civiltà trascorse. Il bizantinismo, manufatto astorico, prodotto di una sintesi laboratoriale del passato, è qui inteso come la radice dell’anti-illuminismo e del rifiuto del razionalismo di matrice occidentale, entrambi alla radice di un processo di corruzione degli animi e delle comunità umane. Come sempre avviene in una subcultura sospesa tra conservatorismo estremo e vocazione reazionaria, il rimando alla presunta degenerazione del presente serve ad avvalorare la necessità di introdurre vincoli stringenti alle libertà e, più in generale, nell’evoluzione dei processi storici in quanto tali. Il progressismo, e le trasformazioni alle quali la stessa Russia, volente o nolente, era sottoposta, erano quindi presentati come la ragione delle sofferenze di intere nazioni. Così facendo, con una classica manovra di adulterazione della percezione della realtà, l’eurasismo si candidava da subito ad essere filosofia portatile a puntello dei regimi dispotici dell’Est, identificando nell’assolutismo monarchico, di contro all’affermarsi dei regimi costituzionalistici, l’unica garanzia di una qualche sicurezza a venire. La polemica antiborghese, era poi un corredo pressoché immediato, attribuendo al Terzo Stato il ruolo di vettore degli stravolgimenti non solo economici e sociali ma soprattutto culturali introdotti dall’età rivoluzionaria in poi.

L’invito che Leont’ev ad altri andavano facendo era quindi quello di guardare al proprio Oriente, tra le collettività asiatiche, per rigenerare fiducia in sé e motivare future azioni in chiave geopolitica. Uno scenario idealizzante di tale genere risultò tanto più premiante nel momento in cui, all’atto della vittoria dei bolscevichi, a seguito delle due rivoluzioni del 1917 e poi, cinque anni dopo, con la nascita dell’Unione Sovietica, l’emigrazione bianca in Europa, costituita da quanti erano stati sconfitti dal bolscevismo, andò cercando non solo capri espiatori (gli ebrei) ma anche una ragione pseudo-storica alla quale aggrapparsi. In buona sostanza, l’eurasismo poteva riprendere vigore, riassumendo il vecchio volto di una dottrina contro la degenerazione del presente ma anche quello, assai più moderno, dell’antidoto alle commistioni tra popoli, culture e “razze” tra di loro diverse. Il primo dopoguerra, e il decennio successivo, sono d’altro canto accompagnati un po’ in tutta l’Europa occidentale, laddove risiedevano i profughi dal comunismo, dalla riformulazione in chiave razzista dei rapporti politici di potere. Alla vecchia matrice reazionaria e a quella mistica, si univa ora più che mai quella di una destra radicale alla ricerca di una rivalsa contro la “minaccia rivoluzionaria”.

L’antiliberalismo si sposava quindi con l’antisocialismo e l’antisemitismo, in una miscela moderna poiché rivolta a formulare l’appello alle masse, altrimenti sedotte dalle «patologie collettiviste» del Novecento, a partire dallo stesso inganno democratico. Leont’ev, morto nel 1938, postulava la radice autonoma della Russia, staccandone la testa dal corpo europeo. Altri autori, come l’economista Pëtr Savickij, il linguista Nikolaj Trubeckoj, lo storico Georgij Vernadskij, accomunati dall’essere anch’essi esuli in Occidente, si posero invece l’interrogativo di come interpretare quella rivoluzione che andavano comunque rifiutando, almeno in linea di principio. Il giudizio condiviso era che il bolscevismo, pur essendo una deviazione della storia russa, costituisse tuttavia una risposta alle patologie della modernità borghese e liberale. Dinanzi all’eccesso di sollecitazioni modernizzanti, che avevano spezzato la Russia nella sua articolazione plurisecolare, il comunismo, qualora si fosse invece posto nella duplice ottica di imperialismo euroasiatico e di soggetto della vera costituzione socioeconomica dell’immenso paese, avrebbe potuto evolvere in una sorta di neotradizionalismo culturale capace di operare come polo di attrazione mondiale. Per fare ciò, va da sé, avrebbe dovuto abiurare la sua matrice internazionalista ed atea ma non quella antiborghese e antidemocratica. L’obiettivo, in fondo, era quello di rigenerare un’autocrazia forte, determinata nei suoi obiettivi più autentici obiettivi, capace quindi di produrre «civiltà» nel senso di costruire processi e percorsi egemonici.

Il tutto veniva (e viene) spiegato all’interno di genealogie collettive al limite della mitografia, attribuendo alla dominazione mongola e a Gengis Khan il calco primigenio delle dinastie zariste, dell’autocrazia illuminata, del disciplinamento sociale, elementi visti come virtù integrali di contro all’altrui dissolutezza. Peraltro, dalla fine dell’Unione Sovietica in poi tutta una serie di ricostruzioni geopolitiche della storia, tra le quali il turanismo turco-uralico (la discendenza di ceppo dal nomadismo altaico-mongolo), ha ripreso quota dinanzi alle trasformazioni verificatesi sul piano delle relazioni internazionali. Lo spacchettamento del vecchio sistema bipolare ha infatti riaperto i giochi anche per visionari e sognatori, utopisti e distopisti.

I russi, in buona sostanza, sarebbero gli autentici depositari di un’antica civiltà euroasiatica. Le collettività nazionali circostanti, a loro volta, ne costituirebbero parte integrante. L’obiettivo del presente diventa allora la ricomposizione imperiale, per potere affrontare il declino dell’Occidente. La visione declinista si è trasmessa, attraverso i rulli di trasporto delle destre illiberali e antidemocratiche, dagli intellettuali russi in esilio antirivoluzionario o comunque dissidenti (tra i diversi, Nikolai Trubetzkoy, Petr Nicolaevich Savitsky, Pyotr Petrovich Suvchinskiy, Dmitry Petrovich Svyatopolk-Mirsky, Konstantin Chkheidze e soprattutto Georges Florovsky così come Nikolai Berdiaev) a studiosi e autori più recenti (ad esempio Lev Gumilëv). In tale chiave, l’Unione Sovietica, con le sue politiche espansioniste, poteva essere letta anche come soggetto geopolitico destinato a recuperare una parte dei fasti trascorsi. Per un certo periodo, soprattutto negli anni della Seconda guerra mondiale, una tale teoria perse di smalto, scomparendo dalla scena pubblica. Sopravvisse tuttavia alla prova del tempo il paradigma sacrale per il quale non esiste una Russia europea o asiatica ma una civiltà eurasica. Coltivato soprattutto da Lev Gumilëv, il neo-eurasianismo, oggi sempre più diffuso, si basa sulla controversa teoria dell’etnogenesi, per la quale l’occupazione mongola, a cavallo tra il XIII e il XV secolo, lungi dal costituire un vincolo fu invece la premessa per unificare le componenti russe, contrapponendole ad un Occidente aggressivo e distruttivo. La cultura tribalistica dell’Asia centrale diventava così l’elemento fondamentale, se non fondante – di contro al bizantinismo di Leont’ev – sul quale fare leva per rivendicare unitarietà, peculiarità e continuità dell’imperialismo russocentrico.

A questo punto lo scenario è però radicalmente mutato, poiché si giunge ai giorni più recenti. La figura più importante in questo frangente è quella del filosofo Aleksandr Gel’evič Dugin, autore della «quarta teoria politica». Sospeso tra calcolato ascetismo, scenografico profetismo e vieto pragmatismo, come una sorta di novello Rasputin, è consigliere alla corte dello zar Putin. Dell’eurasismo Dugin costituisce, al medesimo tempo, il prosecutore, il rinnovatore e l’estensore ma in chiave tanto disinvolta quanto opportunistica. Ne ha peraltro recuperato, garantendone inediti fasti tra una parte del pubblico, le antiche e sepolcrali vestigia. Il cardine delle sue formulazioni ruota intorno al ruolo della geopolitica. In termini più prosaici, se per gli esiliati dalla Rivoluzione parlare della «Grande Russia» era, al medesimo tempo, risarcimento per i tempi perduti e manifestazione di concreta impotenza, poiché il tutto veniva poi consegnato alla soffitta dei rancori, per il filosofo invece è l’imperdibile opportunità per rivestire di panni millenaristici quello che altrimenti rimane un mero esercizio di potere.
Il neoeurasismo ribadisce la necessità di una sempre più stretta (e coatta) integrazione tra i paesi dell’area post-sovietica, sotto l’egida di Mosca, in funzione anti-atlantica. Il target non è più l’Europa occidentale, altrimenti intesa come madre di tutte le degenerazioni, ma gli Stati Uniti e le organizzazioni internazionali che ruotano intorno alla loro declinante egemonia. Le categorie di decadenza, di immoralità, di confusione, disordine e contaminazione ritornano peraltro con assoluta puntualità in un discorso pseudofilosofico, che fonda la sua forza sul richiamo moralistico all’unità degli opposti, alla fine del conflitto sociale, al pari di tutte le dottrine autoritarie. Gli Usa, quindi il globalismo, il «mondialismo», l’universalismo e il cosmopolitismo, sono additati pertanto come la vera minaccia del tempo presente. Ad essi va contrapposto un ordine internazionale multipolare, tuttavia con un solido ancoramento imperiale, posta la missione storica che spetta alla Russia, quella di preservarsi e di rinnovare la sua potenza internazionale.

Peraltro, la formazione culturale e l’ascesa intellettuale di Dugin risale al periodo del progressivo sfaldamento del blocco sovietico, dagli anni Settanta in poi. Legato al gruppo ipernazionalista, fondamentalista e tradizionalista Pamjat’ (Fronte patriottico nazionale Pamyat «Memoria», il cui motto è «Dio! Zar! Nazione!»), capitanato da Dmitrij Vasilev, quest’ultimo morto poi nel 2003 – un movimento di chiaro stampo anticomunista, antisemita, antisionista, complottista (denunciando un complotto giudaico-massonico» ai danni della Russia) nonché fascista e antirepubblicano – Dugin formula, passo dopo passo, una dottrina che coniuga il neonazionalismo russocentrico ad una sorta di comunismo postbolscevico, collegando l’uno e l’altro dentro i richiami al patriottismo etnico e al principio di autorità, sintesi e superamento delle differenze di campo ideologico («oltre la destra e la sinistra», ovvero un classico della destra più radicale). Non a caso è tra gli estensori del manifesto politico e culturale del risorto partito comunista di Gennadij Žjuganov, epitome del conservatorismo neobolscevico.

Questo apparente eclettismo permette a Dugin di accreditarsi dinanzi a più interlocutori, anche da opposte sponde. Il suo punto fermo rimane tuttavia quel segnavia dell’internazionalismo neofascista che è il movimento «Giovane Europa» di Jean Thiriart, il postulante della causa di un blocco euro-asiatico dall’Atlantico al Pacifico. In Italia le sue posizioni sono state bene accolte da Claudio Mutti e Carlo Terracciano, due tra i maggiori esponenti dell’eurasismo nostrano, insieme al periodico «Orion» (con Alessandra Colla, Marco Battarra e Maurizio Murelli). Da ciò, anche l’ospitalità nei cataloghi delle più importanti casi editrici del radicalismo di destra. Dugin non ha mai sciolto il nodo della sua appartenenza di campo: se è evidente che del comunismo avversa l’egualitarismo, tuttavia nel corso del tempo ha prestato la sua attività al campo rosso-bruno, del quale ancora si avrà ancora modo di dire. Nel 1994, con lo scrittore e agitatore Eduard Limonov, già esule dall’Urss e attivista in alcuni segmenti della sinistra sovranista francese, ha fondato il Partito nazional-bolscevico, un’impresa sostanzialmente effimera il cui obiettivo è stato quello di contrapporsi a Boris El’cin, considerato un pupazzo filo-occidentale. Ciò facendo ha rilanciato alcuni temi di fondo del sovietismo all’interno tuttavia di una cornice neoimperialista.

Dugin e Limonov peraltro hanno in comune due elementi: il rifiuto della borghesia, intesa come classe cosmopolita e parassitaria nonché l’avere coltivato le rispettive idee in ambienti contro-culturali e underground, questi ultimi particolarmente recettivi rispetto a temi ritenuti eretici dalla cultura prevalente. «Insieme decidono di creare un partito che sia un misto dell’estrema destra e dell’estrema sinistra, che fa propri alcuni elementi di stampo controculturale, punk e giovanile (celebrando allo stesso tempo realtà come le Brigate Rosse o il fascismo di Mussolini) tanto che inizialmente si tratta di una forza che si inserisce nella vita politica con modalità soprattutto creative e, appunto, controculturali. In seguito, verso la fine degli anni Novanta, diventa un movimento più radicato sul territorio che include una base più diversificata, che può raccogliere tanto punk e radicali di sinistra quanto skinheads e radicali di destra (in particolare nelle periferie) e che quindi possiede diverse identità» (Fabrizio Fenghi).
Dopo di che le strade dei due rabdomanti della politica si dividono. Mentre il partito viene messo fuori legge dalle autorità russe, Limonov si trasforma, tra tentativi di improbabili colpi di mano, in una sorta di guru letterario e avanguardista della crescente opposizione di strada a Putin. Dugin e il suo gruppo si rigenerano invece come espressione di destra del nazionalismo bolscevico, radicalizzandovi i temi dell’imperialismo. Dopo la modesta avventura con Limonov il già marcato eurasismo di Dugin assume tonalità sempre meno metafisiche e filosofiche a favore della geopolitica. In tale veste, avvia una serie di collaborazioni con il residuo gruppo dirigente eltsiniano, proseguite poi con l’arrivo di Vladimir Putin, considerato in un primo tempo come troppo «liberale». Data all’anno 2000 la nascita del Movimento politico panrusso Eurasia. Il suo manifesto ideologico cerca di offrire quella elasticità che gli permetta di raccogliere il maggior numero di assensi possibili, ottenendoli da personaggi in vista dei culti nazionali, tra i quali Vsevolod Čaplin segretario delle Relazioni estere del Patriarcato di Mosca, Talgat Tažuddin gran mufti del Direttorio spirituale dei musulmani russi, Dir-Kabalam capo dei buddhisti russi e il rabbino chassidim Avram Šmulevič. Segue quindi la collaborazione alla putiniana «Russia Unita», fino alla consacrazione come commentatore, opinionista e autore dei media russi e di Internet, dove la sua piattaforma geopolitica.ru è il vero cuore del neoeurasiatismo. Di fatto, da allora, Dugin dichiara di non volersi più occupare direttamente di politica ma di volerla studiare e analizzare. Anche da ciò, quindi, il passaggio al Movimento internazionale eurasiatista e il progressivo spalleggiamento del leader del Cremlino Putin.

Autore prolisso, prolifico e grafomane (almeno una quarantina di opere, suddivise in un grande numero di tomi), seduttore di lettori e incantatore di elettori, con il volume «la quarta teoria politica», uscito in una prima edizione nel 2009, poi rivisto e rielaborato negli anni successivi, dichiara l’inefficacia e la decadenza delle ideologie esistenti (il liberalismo, il comunismo e il nazionalismo) così come delle dicotomie tra parti politiche contrapposte. A ciò oppone la necessità di arrivare a grandi sintesi, secondo i principi del «bene comune» e dell’«interesse collettivo». Una formulazione sufficientemente generica per contenere molte declinazioni possibili dell’idea di impero e del fantasma di una «Grande Russia». In Italia, segnatamente, il duginismo ha trovato accoglienza in una parte dei vecchi ambienti neofascisti, già da alcuni decenni sospesi tra alcune suggestioni meta-politiche della Nuova destra e appetiti geopolitici. A incaricarsene sono quindi state figure piuttosto note nell’ambiente del radicalismo di destra come Carlo Terraciano, Claudio Mutti, Maurizio Murelli, Rainaldo Graziani, insieme alle cosiddette Comunità organiche di destino e alla loro piattaforma Idee&Azione. A ciò si è aggiunta CasaPound Italia, benché sia ora sì impegnata nel conflitto russo-ucraino ma dalla parte di Kiev, nel mentre le ragioni di Mosca sono state sposate da un’oramai agonizzante Forza Nuova. L’eurasismo autoctono ha quindi cercato di slegarsi dai vincoli altrimenti troppo stretti con la Russia, avviando un percorso in relativa autonomia sui temi dell’identità mediterranea ed europea.

Aleksander Dugin rimane ancorato, al netto dei rimandi filosofici e iniziatici, all’idea della concreta praticabilità di una Grande Russia destinata a coincidere con il vecchio perimetro sovietico e zarista. La stessa espressione «Nuova Russia», utilizzata dal Cremlino per definire i territori separatisti del Donbass, è di suo conio. La sua strada peraltro si incontra, anche se non sempre si sovrappone appieno, con quella del nazionalboscevismo, a sua volta conosciuto anche come rosso-brunismo o nazionalcomunismo, ideologia e corrente di azione politica sincretica, indirizzata a coniugare il comunismo bolscevico al nazionalismo novecentesco. Storicamente il nazionalboscevismo prende corpo come componente a sinistra del nazionalsocialismo. Il movimento preesisteva a questa stessa collocazione, essendo il risultato dell’incontro e dello scambio tra comunisti eretici e, soprattutto, esponenti del movimento della «rivoluzione conservatrice», anch’esso connotato da rimpianti di natura imperiale (e imperialista). I nomi più noti, all’epoca, erano quelli di Ernst Niekisch, Ernst Jünger, Karl Otto Paetel. Tra di loro c’era chi teorizzava la necessità di un’alleanza tra la Germania post-guglielmina e l’Unione Sovietica. Negli ambienti russi, tale posizione era sostenuta perlopiù da intellettuali dell’emigrazione bianca, comunque anticomunisti ma convinti della potenza storica dell’esperimento sovietico, destinato a raccogliere nel tempo l’eredità ortodossa e il nazionalismo panrusso. Se nella Russia eltsiniana Dugin e Limonov hanno ripreso alcuni motivi del rossobrunismo, la sua vera centrale europea rimane quella belga, laddove le istanze nazionalbolsceviche sono sostenute dal Parti Communautaire National-Européen, discendente del Parti Communautaire Européen di Jean-François Thiriart. L’impianto ideologico dell’imperialismo rosso-bruno ed eurasico trova ispirazione in autori come Georges Sorel, in Julius Evola e in una commistione tra spiritualismo idealistico e brutale pragmatismo politico.

Nella Federazione Russa, il fenomeno del nazionalbolscevismo prende vigore attorno nella prima metà degli anni Novanta, quando si manifesta una crescente opposizione al programma liberista promosso da Boris El’cin. In quel frangente, il riposizionamento di un’ampia gamma di oppositori, dagli anarchici ai comunisti, questi ultimi sia di estrazione neobolscevica e nostalgica che radicale ed eretica, insieme all’ampio circuito di nazionalisti, trova nel rifiuto dell’eltsinismo, inteso come fantoccio del «liberalismo occidentale», il suo punto di coagulo. La stessa espressione «rossobrunismo», allora utilizzata dalla comunicazione moscovita in termini detrattivi, assume così una veste diversa, ossia nobilitante per quanti si contrappongono al «regime imposto dall’estero». Il tema comune è il riscatto dalle umiliazioni che il paese sta subendo dopo la caduta del muro di Berlino e la fine dell’Unione Sovietica.

Afferma ancora lo studioso Fabrizio Fenghi: «Penso che il rossobrunismo non sia un fenomeno che di per sé esiste in misura rilevante nella cultura di massa russa. Ci sono degli elementi che sono entrati a far parte del discorso comune passando però attraverso un processo di rielaborazione di lunga durata. E questo ha a che fare con una massiccia circolazione di queste idee che si è verificata negli ultimi anni in special modo online, sia in Russia che fuori dalla Russia, e che potremmo leggere come una reazione populistica di stampo estremo alle politiche neoliberistiche e a un’idea di “fine della storia” à la Fukuyama. Il concetto di populismo ci dice però di un elemento interessante, anche riguardo alle affinità fra Putin e Dugin: entrambi hanno un atteggiamento in tutto e per tutto “postmoderno”, nel senso della capacità di assorbire e mescolare temi, autori e concetti con genealogie politiche radicalmente differenti fra loro (faccio un esempio: nel “calderone” elaborato da Dugin rientrano tanto Gramsci e Negri-Hardt quanto Julius Evola e la cultura di estrema destra francese). In questo senso è opportuno rilevare come il Dugin “degli inizi” si ispiri in maniera massiccia ad Alain De Benoist: uno dei primi sostenitori della necessità di appropriazione delle idee gramsciane da parte della nuova destra. Il paradosso quindi è che Dugin, nel suo nazionalismo estremo, è di fatto un “nazionalista cosmopolita” dal momento che la sua ideologia risulta principalmente ispirata dalla nuova destra francese à la De Benoist e dal conservatorismo rivoluzionario del ventennio e, al tempo stesso, dall’eurasismo. Quindi se vogliamo trattare il tema dell’influenza del pensiero di Dugin sul populismo europeo-occidentale e americano (nello specifico, l’alt-right) è bene rilevare che c’è una sorta di “doppio movimento”: da una parte, Dugin assorbe e prende tante idee dall’esterno, riciclandole, trasformandole e combinandole con la cultura del nazionalbolscevismo di cui ha fatto parte; poi, negli ultimi anni (diciamo poco prima della vittoria di Trump), c’è un movimento che – soprattutto attraverso canali informali e online – va nella direzione opposta, per cui Dugin diventa ora promotore di idee di cui si riappropriano populismi europei e statunitensi».

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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