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Il cuore nero: la guerra russo-ucraina è il ritorno del passato

La mobilitazione intorno al conflitto russo-ucraino non è solo una contesa tra due Stati ma un evento collettore che coalizza e fazionalizza un grande numero di attori, inclusi volontari, mercenari, attivisti e interventisti stranieri – Prima parte

Non può sorprendere più di tanto il riscontro del fatto che il conflitto russo-ucraino sia attraversato ed infiammato non solo dalle continue violenze belliche ma anche da una guerra di propaganda che sembra trasudare rimandi alla storia del secolo da poco trascorso. Quelle terre, non a caso, furono l’epicentro delle più efferate violenze durante la Seconda guerra mondiale. L’Ucraina, la Bielorussia, la Russia come anche i paesi limitrofi, dalla Polonia all’Ungheria, fino ai Balcani, vennero investite non solo da una successione tellurica di avanzate e ritirate degli eserciti contrapposti ma dallo sterminio sistematico della comunità ebraiche e da un ciclo di inenarrabili brutalità contro una parte importante delle popolazioni civili. Il dieci per cento della popolazione ucraina fu annientata, comprendendo in essa almeno un milione e mezzo di ebrei. L’irrisolta memoria di quei fatti, che sono nel cuore nero della violenza del secolo trascorso, si è trascinata fino ad oggi. Ed è successo poiché nessun autentico confronto con se stessi è derivato dalla conclusione della guerra mondiale in poi. La mordacchia imposta dai regimi a «socialismo reale» sull’opinione pubblica delle cosiddette «democrazie popolari» e sovietiche si è tradotta, in questo caso, in una deliberata fuga dal principio di realtà, quello che invece impone, prima o poi, di fare i conti con se stessi, la propria storia, la cornice dentro la quale si vissuti nel tempo. Ad una tale necessità si è sostituita una raffigurazione mitografica, declinata sul discorso del «socialismo-che-tutto-risolve-nel’unità-delle-classi-lavoratrici».

Oltre ad essersi rivelata una miseranda mistificazione di regime ha anche manifestato un’altra parte di sé non meno peggiore, quella di costituire l’invito all’autoinganno, ovvero al compiacersi di non doversi dire nulla rispetto al recente passato, mettendolo piuttosto del tutto in mora, in una sorta di parentesi onirica o comunque immaginifica. I sei anni di guerra di annientamento e sterminio, tra il 1936 e il 1945, sono quindi transitati come un evento non elaborabile, consegnato ad un rimosso nel discorso politico ufficiale che si è poi trasformato in abituale negazione – nella comunicazione pubblica quotidiana – della complessità di quell’insieme di fatti. Si è parlato piuttosto di «grande guerra patriottica», dal momento in cui l’Urss ne fu chiamata in causa, ponendo il coperchio su tutte le istanze che esulavano dal quadro ideologico di riferimento, a partire dai fermenti nazionalistici delle singole repubbliche. Questi ultimi per nulla esauritisi con la conclusione delle vicende belliche poiché il nazionalismo, dai tratti radicali, precedeva la nascita della stessa Unione Sovietica ed è sopravvissuto alla sua scomparsa, manifestandosi spesso con tanta determinazione quanto estrema violenza.

Peraltro, in quelle stesse terre, che ospitavano la gran parte della Zona di residenza coatta a cui l’ebraismo aschenazita fu costretto fino alla Grande guerra, si erano già verificati antecedenti criminali e devastanti: il drammatico sfacelo dell’Impero zarista, con il convulso succedersi di rivolgimenti sociali, politici e quindi civili e poi militari; l’efferata lotta tra «bianchi» e «rossi» tra il 1918 e il 1921 (e poi anche dopo, e non solo in Ucraina), insieme a parossistiche violenze antisemitiche;  le politiche di livellamento e omologazione della diversità sociale, con la sovietizzazione forzata delle campagne alla quale era poi seguito l’esproprio e l’immiserimento delle medesime, fino alla carestia forzata e alla disintegrazione fisica e biologica di interi segmenti delle società nazionali; il tutto condito, come già si osservava, da un irriducibile nazionalismo che non si è mai del tutto placato, neanche nel periodo tra il 1917 e il 1989, sono nel loro insieme tra i fattori che – vicendevolmente miscelati – hanno concorso più che mai all’attuale configurazione bellica. Quanto meno, ne hanno fatto da propellente. Poiché la storia, in tutta evidenza, non è finita nel 1989. E visto che essa non si è esaurita con quel tornante, neanche gli effetti di quel che capita nell’Europa dell’Est, nel loro riversamento sull’Occidente, sono venuti meno.

Da tempo, ovvero ben prima di questo conflitto militare, era in corso una guerra di logoramento tra Kiev e Mosca. La sproporzione delle forze, così come l’evidenza della responsabilità nel drammatico attacco, è evidente e non merita di essere ripetuta. Così come va da subito chiarito che la reciprocità delle accuse, se ripescano irresponsabilmente le ombre del passato (l’Ucraina «non esiste» e va comunque «denazificata» poiché governata da uomini «drogati», moralmente dissoluti; Putin è «come Hitler» e la Russia si comporterebbe al pari della Germania di quei tempi, il tutto condito da un vasto corredo di analogie più o meno convincenti), vanno stemperate nella loro gratuità propagandistica. Semmai – ed è questo, invece, un passaggio da prendere in debita considerazione – al pari di quanto è già avvenuto nei Balcani, con le guerre jugoslave, o in  Cecenia, così come anche in Siria – il vero rischio è che la contrapposizione permanente riguardo alla sovranità dei territori come il Donbass, la Crimea e la stessa Georgia, rischi di trasformarsi nel ricettacolo del peggiore estremismo di destra. Poiché da entrambe le parti, sia pure con profili ed obiettivi differenti, il fattore premiante nel conflitto è la commistione tra radicalismi vecchi e nuovi. Da un lato ci sono i fantasmi irrisolti del nazifascismo così come dello stalinismo: irrisolti poiché lasciati in sospeso nella memoria collettiva, tra secchi rifiuti e torbide adesioni, collaborazionismi e partigianati, propensioni imperialiste e rivendicazioni nazionaliste, i cui echi arrivano fino ai giorni nostri, con una pesante ricaduta nelle identità di alcuni dei protagonisti in campo. Dall’altro c’è un arcipelago di gruppi e movimenti, la cui ragione comune è consegnata all’ossessiva ricerca di luoghi e contesti eversivi dove potersi esercitare, al pari del vecchio mercenariato coloniale, nelle imprese di ventura la cui matrice unitaria è quella di destrutturare qualsiasi progetto di negoziazione consensuale dei conflitti in corso.

Partiamo quindi dalla cronaca, per poi eventualmente fare qualche passo all’indietro, nel passato. La mobilitazione intorno al conflitto russo-ucraino non è solo una contesa tra due Stati ma un evento collettore che coalizza e fazionalizza un grande numero di attori. Alcuno sono in campo, ovvero sono visibili e tangibili, mentre altri rimangono nel backstage, svolgendo tuttavia una funzione di sostegno e rinforzo. Si inserisce in questo quadro l’appello che il presidente ucraino Zelensky ha recentemente lanciato, presentando il confronto in corso come una lotta tra mondo libero ed autocrazia, per la costituzione di una Legione internazionale volta alla difesa «dell’Ucraina, dell’Europa e del mondo» di fronte all’aggressione russa. Nella condizione di estrema asimmetria e sfavore in cui si trova Kiev, che può contare su 245mila uomini operativi e altrettanti riservisti, con scarse dotazioni tecnologiche, logistiche e operative rispetto a ciò che invece può mettere in campo Mosca, il richiamo alla solidarietà militante non è solo di maniera. In base alle fonti ucraine (il ministro degli esteri Dmytro Kuleba) almeno 20mila cittadini, di una cinquantina di Stati stranieri, avrebbero già risposto alla chiamata, basata sull’osservanza di pochi requisiti elementari, facilmente aggirabili manipolando ad hoc le carte: fedina penale pulita, età da “combattimento” (18-55 anni), una qualche dimestichezza con le armi e la leva militare. Per la maggior parte di essi non si tratta di “cani sciolti”, ossia di individui alla ricerca di avventure, ma di soggetti assortiti, variamente legati al circuito internazionale della destra eversiva. Ciò che li connota non è l’essersi dotati di una ideologia unitaria ma il bisogno di impegnarsi, anche a rischio della vita, in un teatro di guerra sulla scorta di una duplice motivazione, quella economica e quella combattentistica. Quest’ultimo aspetto, densamente militante, è un tratto peculiare dei vecchi e dei nuovi fascismi.

È stato opportunamente notato che la partecipazione di volontari, mercenari, attivisti e interventisti stranieri non è certo una prerogativa di questo confronto bellico. Negli ultimi anni in Europa il fenomeno è stato monitorato all’interno dei cosiddetti «processi di radicalizzazione», ossia la presenza di non autoctoni nei conflitti a forte investimento ideologico, come nel caso delle guerre jugoslave degli anni Novanta, della Cecenia, dei foreign fighters affiliati all’Isis, fino alle brigate internazionali del YPG curdo. Attori di scenario in questi contesti sono il radicalismo islamista così come le agenzie di reclutamento del mercenariato, fino ai contractors, che hanno in parte sostituito la presenza degli eserciti regolari, posto che la morte di un soldato regolare ha un effetto molto diverso sulla popolazione rispetto a quella di un miliziano paramilitare straniero. Islamismo e agenzie di reclutamento sono ovviamente due soggetti diversi (l’uno un movimento internazionalista a base ideologico-religiosa, l’altro un circuito imprenditoriale che è parte del più ampio complesso militar-industriale) che tuttavia alimentano i flussi del combattenti stranieri e la loro transumanza da uno scenario di guerra all’altro. Con diverse parole, se i crismi formali dell’assoldamento sono differenti (in un caso ragioni “ideali”, nell’altro calcolo economico personale), analogo è il risultato, ossia quello di costituire dei vettori della mobilitazione di estremisti di vario genere e vaglia, destinati all’eterna ricerca di una guerra alla quale partecipare.

Con l’occupazione del Donbass, anche nelle file russe la presenza di “irregolari” è fortemente lievitata, dando corpo alle milizie separatiste. Si tratta di una specifica strategia di Mosca che, per meglio corroborare (almeno fino all’aggressione di febbraio) la propria presunta estraneità diretta ai moti anti-ucraini, ha agevolato l’arruolamento e l’invio, in maniera del tutto informale, di almeno 15mila cittadini russi non appartenenti al proprio esercito (ma quasi tutti veterani e specialisti nelle guerre di attrito, qual è quella che a lungo si è svolta sui confini orientali dell’Ucraina). Ad essi se ne sono ben presto aggiunti alcune altre migliaia, provenienti da diversi paesi. La radice comune non è solo il mercenariato ma soprattutto il convincimento suprematista di combattere una sorta di “guerra politica” nel nome di un’Europa bianca e cristiana. Le parole del patriarca ortodosso russo Kirill (Cirillo I), che ha recentemente tuonato contro l’Occidente peccaminoso, dissoluto e debosciato poiché dominato da un potere “mondialista” di cui i gay (ovviamente “pervertiti”) costituirebbero una punta di diamante, disegnano i confini ideologici che sono stati approntati per rendere plausibile, soprattutto agli occhi del pubblico conservatore non solo russo, il senso di un’aggressione imperialista che si ammanta di finta legittimità.

Sul lato ucraino, le cose inizialmente sono andate diversamente. Fino all’inizio del conflitto aperto, solo alcune centinaia di volontari stranieri si erano aggiunti e incorporati nelle diverse unità di difesa territorial;, in pochi casi, poi, all’esercito regolare. Con l’inizio dell’invasione russa le cose sono però velocemente cambiate. Kiev, con un colpo d’ala, ha deciso di centralizzare il reclutamento e di affinare l’utilizzo militare dei «volontari». Oltre alle necessità operative, questo modo di agire – rispondendo all’appello per una partecipazione europea al sostegno della guerra di difesa ucraina – conforta il discorso ideologico e politico che l’aggredito va facendo su di sé, apparentandolo per l’appunto ad una vicenda europea, dove gli altri paesi non si potrebbero sottrarre dal farsi in qualche modo implicare. Così facendo, Zelensky e i suoi uomini hanno cercato di porre un freno alle altre forme di assoldamento, fino a poche settimane fa affidate invece alle milizie autonome. La necessità di un coordinamento operativo unitario si impone peraltro anche per evitare che le milizie si adoperino per svolgere “guerre private”, di fatto eludendo la catena di comando centralizzata. Per Kiev, la presenza di unità già operanti come la Legione nazionale georgiana o il reggimento neonazista Azov – insieme ai battaglioni Aidar, Dnepr-1, Dnepr-2, Donbass – su cui ancora torneremo in un prossimo articolo, sono infatti al medesimo tempo una risorsa ed un vincolo. Risorsa poiché capaci di ingaggiare la guerra di guerriglia che si prefigura da subito probabile qualora i russi cerchino di garantirsi i grandi centri abitati. Vincolo in quanto ricettacolo di elementi e di disegni non facilmente omologabili agli obiettivi ucraini.

La Russia, ad esempio, per reclutare combattenti indipendenti, in grado non solo di ricorrere alle armi ma di inscenare con le proprie azioni un teatrale anelito di indipendenza delle province orientali dell’Ucraina, si è spesso affidata al tramite di personaggi poco raccomandabili, inseriti nel tessuto mafioso e criminale del paese. Dopo di che, ancora una volta ha dovuto riscontrare come l’operato delle milizie paramilitari risponda soprattutto a impulsi e obiettivi propri. L’azione in Siria del gruppo Wagner (conosciuto come ChVK Wagner: si ritiene che il nome sia un omaggio alla Germania hitleriana), fondato nel 2014 dall’ucraino Dmitrij Utkin, già ufficiale dell’esercito russo e sodale di Putin, aveva rivelato come la divergenza di interessi fosse inscritta nel modo stesso di adoperarsi sul campo di questi uomini. Il mercenariato paramilitare è quindi una variabile troppo autonoma per essere considerata pienamente prevedibile nelle sue attività. Peraltro, rispetto alla Wagner (operante soprattutto in Africa, dopo essere intervenuta in alcune aree mediorientali), che altri analisti presentano come una sorta di braccio a sé del ministero della Difesa o dei servizi militari russi, va evidenziato come la presenza di suoi uomini nelle «repubbliche popolari» di Doneck e Lugansk dati allo stesso 2014.

Mosca tuttavia oggi preferisce affidarsi a soggetti meno imprevedibili, potendo confidare sul debito di reciprocità che Bashar Assad ha maturato nel tempo, essendo stato sostenuto dai russi nella guerra contro lo Stato islamico. Gli americani non da adesso vanno affermando che vi siano consistenti gruppi di siriani disposti ad intervenire nel conflitto contro gli ucraini. Il trasporto dei miliziani avverrebbe con aerei privati della damascena Cham Wing Airlines, per evitare l’imbarazzo e lo scandalo dell’identificazione con uno Stato sovrano. Non si tratterebbe neanche di reclute fresche, essendo semmai uomini che hanno maturato un know how bellico nei conflitti che hanno interessato la Libia, l’Azerbaijan, la Turchia, l’Afghanistan e, per l’appunto, lo stesso territorio siro-iracheno. Si tratta di un immenso bacino di potenziali combattenti (e terroristi), ai quali si aggiunge la Cecenia di Ramzan Akhmatovič Kadyrov. Quest’ultimo, presidente del suo paese, uomo di Mosca e anch’egli paramilitare di indole, formazione nonché truce esperienza, ha garantito la disponibilità di settantamila combattenti, di cui dodicimila esperti in tecniche di guerriglia e controguerriglia urbana. Non è di per sé una novità, posto che tra le truppe regolari russe presenti in Ucraina vi sarebbero già unità cecene operative. Il Donbass è peraltro ora l’epicentro della partecipazione militante della destra radicale russa, avendovi operato molti gruppi, dalle teste rasate e dagli skinhead di Russkie e di Restrukt ai giovani dell’Unione eurasiatica fino ai volontari del Movimento imperiale russo. Il ricorso ai simboli del passato, a partire da quelli nazifascisti, non è per nulla una prerogativa ucraina. La “liberazione” del Donbass “russo” è stata presentata, secondando i classici paradigmi della destra fascistoide, come la possibilità di dare corso ad una sorta di rivoluzione totalitaria sulla base della precettistica ideologica della dottrina eurasiatista, che identifica nell’unione tra Asia ed Europa orientale il fulcro di una nuova civiltà, di contro alla decadenza delle democrazie occidentali di taglio liberale. Ed anche da qui bisogna ripartire per cogliere il disegno imperialista che va delineandosi da tempo, avendo nelle aree di confine tra Russia e Ucraina uno desi suoi fulcri conflittuali.

(Prima parte)

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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