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Cultura
#Iorestoacasa a leggere: il teatro di Abraham Yehoshua

Proposte di lettura

L’ashtag lo conoscete bene, è quello dell’Italia chiusa in casa per cercare di limitare i danni del coronavirus. Così nella nostra esigua redazione telematica abbiamo pensato che questo tempo sospeso potesse regalare anche qualche vantaggio, a partire da una sua inedita disponibilità quotidiana, magari da dedicare a letture, ascolti e visioni. Così abbiamo accompagnato alle parole Io resto a casa qualche azione da compiere intra moenia e cominciamo con una proposta un po’ laterale: leggere o rileggere il teatro di Yehoshua. Che ha a che fare con la lettura ma in qualche modo con la visione: leggere teatro è anche concedersi il lusso di lasciarsi andare alla visione – immaginifica – della messa in scena.

Sono quattro i testi che ha scritto Yehoshua per il teatro, piccoli film da leggere, intensi e precisi come le parole che compongono i suoi romanzi, ma a effetto immersivo maggiorato: il lettore è davanti al palco e il racconto si svolge proprio sotto i suoi occhi, spesso in un interno, dove la Storia e le vicissitudini personali si intrecciano in un dialogo tra loro. Tre letture da non perdere (o da riprendere).

Una notte di maggio (1975, in italiano per Einaudi, tradotto da Alessandra Shomroni). Quartiere di Rehavia, Gerusalemme, nell’appartamento della famiglia Sarid situato nel seminterrato di una villetta. Non è una notte qualsiasi, bensì quella del 23 maggio 1967, alla vigilia della guerra dei sei giorni. Qualche giorno prima il presidente israeliano Nasser aveva annunciato la chiusura dello stretto di Tiran al passaggio delle navi israeliane. La tensione è molto alta e Israele sta vivendo un momento decisamente critico. Esattamente come la famiglia che si ritrova in quella casa a condividere le angosce dell’imminente conflitto. Sono le sei di sera quando si alza il sipario sui Sarid e la radio, sempre accesa, scandisce i momenti di vita famigliare, per concludersi alle sei del mattino seguente, quando lo spettacolo finisce nella disgregazione totale. Perché la pièce si snoda sull’angoscia per la distruzione e la morte incombente in un conflitto che ormai sembra inevitabile, esasperando però gli animi dei protagonisti, facendo riaffiorare malesseri esistenziali e conflitti sopiti. Le ansie e le nevrosi personali si trasferiscono, non senza ironia, sul piano collettivo per tratteggiare i limiti della fragilità umana.

Possesso (1983, Einaudi, tradotto da Chiara Balestrazzi). Nelle parole dell’autore, “Possesso è il testo piú autobiografico, per molti versi l’unico testo davvero personale, che io abbia scritto. Mio padre era morto da poco, io ero completamente sommerso dal dolore e da tensioni familiari la cui vera natura mi sfuggiva. Eravamo come invasi da un enorme senso di colpa, e mia madre, soprattutto, reagiva identificandosi completamente con questa colpa. Ciò le impediva di vivere il lutto […]. “Lasciamo liberi i vivi, prendiamo congedo dai morti” dice Ezra, il protagonista. Possesso ha in effetti avuto un grande ruolo catartico, liberatorio, per me”. La scena si svolge in un altro interno, sempre in Israele, questa volta di una famiglia alle prese con una grave perdita, quella del padre. E in scena vanno le diverse personalità dei componenti, insieme alla relazione più intima che ognuno aveva con il defunto. La madre – moglie cerca di liberarsi di tutti gli oggetti di lui, cercando di regalarli agli altri famigliari, intimandoli quasi a portare con sé una memoria inalienabile. Il figlio rifiuta qualsiasi oggetto che sia riconducibile a qualcosa di femminile. Al centro però del dramma c’è un senso di colpa per la morte avvenuta da cui è molto difficile liberarsi. E Yehoshua lo fa trasformando la situazione in un testo liberatorio quanto esilarante.

Camminano forse due uomini insieme? (2013, Einaudi, tradottoo da Alessandra Shomroni). Due uomini in un interno londinese, precisamente nella cucina. Uno dei due sta preparando una frittata per il suo ospite che lo guarda meravigliato destreggiarsi in un ambito a lui completamente alieno. I due uomini sono David Ben Gurion (ai fornelli) e Vladimir Jabotinskij. I due antagonisti per eccellenza, ebreo socialista e futuro fondatore dello Stato d’Israele il primo; leader della destra revisionista sionista, il secondo. È il 1934: sull’Europa incombe lo spettro del nazismo, i due leader si incontrano per cercare un terreno comune su cui affrontare il destino che li attende e costruire il futuro di Israele. Si parte da un fatto realmente accaduto durante quei colloqui londinesi non andati a buon fine: come ha raccontato lo storico Dan Miron all’autore, in uno di quegli incontri Ben Gurion si mise a cucinare le uova… Così Yehoshua ha immaginato una pièce magistrale in cui storia e fiction si mescolano per raccontare un dramma delle idee. Dove la scenografia, essenziale quanto scarna, lascia spazio ai dubbi e ai confronti tra due giganti, acerrimi nemici, ma uniti da un ideale comune (sacrificare la propria vita per Israele).

 


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