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Cultura
Israel Zangwill, il pacifista che amava Napoleone

Incoerente, geniale e soprattutto attento osservatore del suo mondo, quello degli immigrati ebrei negli Stati Uniti, tra sionismo e fede nell’America. Uno scrittore, drammaturgo e umorista da scoprire

Un personaggio estremamente interessante, di cui si non si è parlato molto in Italia, è Israel Zangwill, nato a Londra nel gennaio del 1864 e morto nell’agosto del 1926. E’stato uno scrittore, drammaturgo e umorista. Nato da una famiglia di ebrei russi immigrati, fu un personaggio di spicco nella Londra di fine Ottocento, distinguendosi non solo per l’attività letteraria ma anche per l’impegno a favore della causa sionista. Resta famoso soprattutto per i suoi Racconti del ghetto, scritti nel 1892 (ripubblicati da Guanda nel 2014, con traduzione di M.Navarra) e poi per l’opera teatrale The Melting Pot, 1908, che ottenne grande successo negli Stati Uniti.
I racconti gli valsero la fama di essere una sorta di Dickens della cultura ebraica. Affrontava temi attuali come l’assimilazione, il sionismo, la diversità religiosa, inframezzando alla narrazione molti riferimenti colti, da Spinoza a Heine, dai testi biblici al Talmud. In realtà spesso la visione, per un lettore moderno, risulta ingenua, quasi naive. Soprattutto il racconto del ghetto di Venezia, visto come una prigione dalla quale il bambino protagonista riesce a fuggire. Un mondo rozzo, paragonato allo splendore abbagliante del fuori, la città con le sue chiese e la sua luce. In realtà sappiamo che non storicamente non era affatto così: le porte del ghetto erano porose, la cultura enorme, gli scambi con l’esterno frequenti.  Quella che emerge è quindi la prospettiva di un inglese sull’Italia, di cui però conosce solo un ritratto pittoresco e poco rispondente alla realtà, non immune dal pregiudizio.
Interessante è soprattutto il tema dell’identità ebraica, dell’essere combattuti tra un mondo di tradizione, religioso, fatto di regole che sostengono e danno solidità, e un mondo laico, moderno, contemporaneo: il mondo degli ebrei assimilati o meglio degli “esseri umani”, come diceva anche Freud. Questo dualismo è evidente nel racconto forse più intenso della raccolta, Chad gadya, dove un giovane assimilato torna sempre a Venezia dalla famiglia osservante riunita per il Seder e capisce di non avere più radici, che quella è la sua vera dimensione, ma che ormai è un esule, anche da se stesso, in balia di una schizofrenia identitaria insanabile. Al punto da suicidarsi in un canale, con le parole dello Shemà sulle labbra.
Autore complesso, figlio dei dubbi e delle contraddizioni dell’epoca, sionista ma amante dell’America, luogo dove tutte le differenze – questo perlomeno era il sogno – si sarebbero annullate. Nella pièce The Melting Pot – dall’impossibile traduzione in italiano, se non come Il Crogiolo –  Zangwill incentra il dramma intorno al personaggio di David Quixano, immigrato russo arrivato negli Stati Uniti, dopo che la sua famiglia è stata sterminata in un pogrom.
E’ un musicista e scrive una sinfonia che si chiama The Crucible; si innamora di Vera, una giovane cristiana anche lei di origine russa. Ma il colpo di scena è in agguato. Si scoprirà che il padre di Vera ha guidato proprio il pogrom contro la famiglia di David. Dopo un momento di trauma e di allontanamento, la coppia decide di sposarsi lo stesso: l’amore vince sulla tragedia e la violenza. La prima dell’opera fu un successo (anche il presidente Roosvelt lo acclamò).  L’America si confermava nell’immaginario degli esuli come luogo di amore e fratellanza, in cui le divisioni tra esseri umani potessero sparire. “Dio sta creando gli Americani. Nel crogiolo dell’amore le antitesi più violente del passato possono fondersi in un’unità più alta”.
Quel sogno di una società unificata che rimbalza di credo in credo, dal sionismo al socialismo. In realtà, a guardare meglio, il personaggio di David è più ambiguo di quanto sembri, sfaccettato, diviso tra il concetto di melting pot e un forte attaccamento alle sue origini; esprime il dilemma di tanti immigrati, ovvero come conciliare il passato  e il prima con la vita in un paese nuovo. Altrettanto ambiguo è il messaggio. E’ vero che qui Zangwill sembra voler inneggiare a una società dove le identità siano annullate; ma altrove prefigurava un’ America dove l’ebraismo sopravvivesse, o, ancora più radicalmente, un’America dove fosse la futura religione: “la torcia della statua della libertà” – dice in un passo di un saggio – “illumina l’ingresso nella nuova Gerusalemme”; e non è un caso che l’iscrizione su di essa riportata sia stata scritta da un’ebrea, Emma Lazarus.
In un certo senso il suo protagonista più che un uomo che trova la pace sembra un alienato: in più occasioni sostiene che la sua famiglia debba tagliare i ponti con l’ebraismo, sostiene che “il motivo della paralisi del nostro popolo è questo continuo guardare indietro”; anche in Russia trascurava le feste ebraiche, lo fa qui a maggior ragione, per essere considerato un americano. Allo zio Mendel che lo accusa di essere un traditore della sua gente, risponde “I keep Faith in America. I have faith America will keep faith in me”. 
Poi però c’è un punto in cui parla alla domestica irlandese (antisemita ma che vorrebbe farsi ebrea, tanto per complicare ulteriormente le identità) e inizia a magnificare la nonna che gli faceva i Motso con il vino d’uva! Quando Mendel rimprovera David di sposare una gentile, David gli grida “così mi tagli fuori”! e prova un angosciante senso di colpa e smarrimento.
E poi c’è un momento in cui i due mondi sembrano essere inconciliabili, un momento in cui si impone una scelta. Quando David scopre che il futuro suocero è stato a capo del pogrom che ha ucciso la sua famiglia, ha un ripensamento. “Un fiume di sangue ci divide” grida in lacrime alla sua promessa. Per un attimo quindi sembra che il melting pot sia un’illusione. Invece poi i due celebrano le nozze. Happy end.
Quando si chiude il libro restano dei dubbi sulla posizione dell’autore. Forse questa opera teatrale più che dare una risposta, mostra i conflitti di Zangwill e degli ebrei intellettuali del suo tempo. Anche secondo i suoi biografi comunque la coerenza non era il suo punto forte: era un pacifista ma amava Napoleone. Seguiva le teorie estetiche di Tolstoj, ma amava anche i simbolisti francesi. Era un sionista, ma alla fine ammise che appartenere al movimento era stato uno spreco di tempo. Tuttavia, tutto quello scrive resta una preziosa testimonianza, anche se di caos! Il ritratto più o meno consapevole di quello che avviene nella mente di un immigrato. Con tutte le sue ombre, i ripensamenti, le speranze e quell’istinto di autodistruzione che non sempre riesce a pacificarsi con la preghiera.
Laura Forti
collaboratrice
Laura Forti è una delle drammaturghe italiane più rappresentate all’estero. I suoi testi sono stati tradotti e messi in scena in molti paesi e pubblicati in Germania e Francia. All’attività di scrittrice affianca quella di docente, insegnando scrittura teatrale e creative writing. Collabora come giornalista con radio e riviste nazionali e internazionali. In ambito editoriale, ha tradotto per Einaudi I cannibali e Mein Kampf di George Tabori. Nel 2019 è uscito per Giuntina il suo romanzo “L’Acrobata” e, alla fine del 2020, il successivo, “Forse mi padre”, edito dallo stesso editore.

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