Cultura
L’anima sefardita della Statua della Libertà

La storia di Emma Lazarus, la poetessa dei migranti e dei perseguitati

“Gli sporchi, avidi immigrati tedeschi ‘Seligman ebrei’ non sono desiderati.
Con questa motivazione nel 1877 il direttore del Grand Union Hotel di New York rifiuta di ospitare Joseph Seligman, un ricco banchiere ebreo di origine tedesca.
Questo eclatante atto di antisemitismo diventa immediatamente di dominio pubblico.
Alla stampa il giudice e uomo d’affari Henry Hilton, proprietario dello stesso lussuoso albergo, ribadisce di non avere invece nessun rancore nei confronti dell’élite sefardita, definita da lui stesso come i “veri ebrei”, i cui antenati erano stati tra i primi coloni, approdati negli Stati Uniti già nel 1650 e rimasti devoti per generazioni alla Sinagoga e alla Comunità ispano-portoghese.

Tra questi “raffinati” ebrei c’è Moses Lazarus. Ma lui non è come gli altri: ricco e affermato commerciante di zucchero, Moses è disposto a tutto pur di vedere la sua famiglia più integrata nella società al di fuori dalla comunità ebraica; alle tradizioni e alle sue origini predilige l’iscrizione ai circoli più esclusivi, un “cottage” estivo nella modaiola Newport e l’ingaggio dei migliori tutor privati per l’istruzione delle sue figlie, così come suggeriscono le buone maniere dell’high society americana.

Emma Lazarus è la terza di 7 femmine in casa Lazarus e vede la luce per la prima volta il 22 luglio del 1849. Crescendo la bambina diventa una insaziabile lettrice, appassionata di arte e letteratura. Impara l’italiano, il francese e il tedesco e all’età di undici anni inizia a scrivere poesie e a tradurre le opere di poeti tedeschi e francesi.
E’ il 1867 quando suo padre, riconoscendo le doti letterarie della figlia appena diciassettenne, fa stampare la sua prima raccolta di poesie, Poems and Translations, da cui emergono una forte educazione classica e una padronanza eccellente del tedesco e del francese.
Il talento straordinario di Emma non sfugge neanche all’occhio degli scrittori più quotati dell’epoca, tra cui Henry James, James Russell, a Ralph Waldo Emerson, con cui la giovane intrattiene una corrispondenza che durerà per tutta la vita.

Il lavoro di Emma inizia ad apparire regolarmente nella rivista di Lippincott e nel noto mensile Scribner. Ma questo non basta per staccarsi di dosso una scomoda etichetta.
Sebbene i suoi amici fossero quasi tutti figli di famiglie altolocate, Emma impara sulla propria pelle che i pregiudizi più feroci si annidano tra le maglie della più ricca, e apparentemente colta, alta società. Stanca di essere etichettata come “l’ebrea”, decide di dare voce alla battaglia personale e così scrive in una lettera: “Sono perfettamente consapevole che questo disprezzo e odio è alla base del tono generale della comunità nei nostri confronti …”.

La sua rapida crescita come scrittrice e intellettuale la spinge ad approfondire sempre più le sue radici ebraiche e sefardite. Ma è il violento dilagare dell’antisemitismo in Germania e in Russia alla fine del XIX secolo che scuote prepotentemente la sua coscienza; l’arrivo in massa dei profughi ebrei cacciati in seguito all’assassinio dello zar Alessandro II, porta Emma a impugnare il timone di una crociata privata per il suo popolo.
Con la stessa passione che mette nella sua letteratura, la giovane si dedica all’organizzazione dei soccorsi per le migliaia di immigrati ebrei che si affollano negli Stati Uniti e allo stesso tempo utilizza i suoi versi per fare eco a un vero e proprio appello al sionismo. Il tono dei suoi scritti esorta con forza e determinazione gli ebrei americani assimilati a riconoscere la propria identità e a non lasciarsi intimorire dagli stereotipi antisemiti.
Ma l’impegno di Emma Lazarus nei confronti delle minoranze e dei perseguitati non si limita alla causa ebraica.
Tra il 1880 e l’inizio degli anni Venti del nuovo secolo l’immigrazione negli Stati Uniti raggiunge il numero record di 23 milioni di arrivi. Sono sfollati, perseguitati, poveri, rifugiati, scappati in fretta e furia dalla loro terra d’origine in cerca di una libertà religiosa o politica, o di quelle opportunità economiche di cui hanno sentito parlare nei racconti di chissà chi.
Una cosa è certa: il primo impatto con il sogno americano doveva essere colossale; Lady Liberty sarebbe stata lì, in quel porto sicuro della baia di New York, pronta ad accoglierli tutti tra le sue braccia.
Il progetto viene accolto con tale entusiasmo da Emma che quando viene invitata a partecipare a una raccolta fondi con lo scopo di raccogliere i soldi necessari per la realizzazione della statua, la giovane aderisce immediatamente scrivendo un sonetto per l’occasione che, con quelli di altri poeti, sarebbe andato all’asta e successivamente inciso sul piedistallo.
Emma, testimone privilegiata della sofferenza e della tragedia, traduce in versi le storie di dolore e di speranza che ha imparato a leggere negli occhi lucidi della gente che scende smarrita dalle navi dei profughi. E vince il primo premio con la poesia “Il nuovo Colosso”.

Subito dopo, nel settembre del 1883, la giovane donna parte per un lungo viaggio in Inghilterra, Francia, Olanda e Italia e ovunque viene accolta con grande entusiasmo per il suo lavoro a favore dell’integrazione degli immigrati ebrei.
Solo tre anni dopo, quando il Presidente degli Stati Uniti Grover Cleveland inaugura la “Libertà che illumina il mondo”, Emma sta lottando invano contro un altro tipo di colosso che spegnerà per sempre i suoi sogni e il suo straordinario talento.
Il 19 novembre1887 la vita di Emma Lazarus viene stroncata a 38 anni da un tumore. La giovane poetessa non vedrà mai la Statua ed è solo grazie alla tenacia della cara amica Georgina Schuyler che il sonetto “The New Colossus” viene affisso sul piedistallo della Statua della Libertà e successivamente riposizionato nel 1945 sopra l’ingresso principale del monumento.

Se in futuro avrete modo di visitare la Statua della Libertà, soffermatevi per un momento davanti a quel piedistallo. Sotto l’ombra del cielo troverete le parole di una giovane poetessa sefardita, che più di ogni altra donna americana del XIX secolo ha lottato per i perseguitati e per la libertà del popolo ebraico in tutto il mondo.

IL NUOVO COLOSSO
Non come il gigante di bronzo di greca fama,
che a cavalcioni da sponda a sponda stende i suoi arti conquistatori:
Qui, dove si infrangono le onde del nostro mare
Si ergerà una donna potente con la torcia in mano,
la cui fiamma è un fulmine imprigionato, e avrà come
nome Madre degli Esuli. Il faro
nella sua mano darà il benvenuto al mondo, i
suoi occhi miti scruteranno quel mare che giace fra due città.
Antiche terre, – ella dirà con labbra mute
– a voi la gran pompa! A me date
i vostri stanchi, i vostri poveri,
le vostre masse infreddolite desiderose di respirare liberi,
i rifiuti miserabili delle vostre spiagge affollate.
Mandatemi loro, i senzatetto, gli scossi dalle tempeste,
e io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata.

Irit Levy
collaboratrice

Nata e cresciuta a Milano, si stabilisce a Roma dopo gli studi.
Copywriter di formazione, entra nel 2010 come Responsabile dell’Ufficio Eventi e Comunicazione del Museo Ebraico della capitale. Nel 2017 fonda Jewish Life Experience, una rete di servizi orientati ai kosher travellers a Roma e in Italia. Scrive per passione, ama raccontare le storie straordinarie della gente comune.


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