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Cultura
Israele e la fantascienza

Le ragioni di un rapporto difficile, tra passato e presente

Che problema hanno gli israeliani con la fantascienza? Sì, perché le testimonianze di una produzione fantascientifica nello Stato ebraico sono sempre state piuttosto scarse, tanto nel cinema quanto in letteratura. A dire il vero, il fenomeno sembra essere molto più vasto, non riguardando soltanto le “arti tradizionali”: infatti, spesso nemmeno i pochi periodici di genere pubblicati in ebraico nel corso dei settant’anni di vita d’Israele hanno avuto migliore fortuna, finendo per chiudere i battenti in un battito di ciglia. Secondo gli autori della prestigiosa Encyclopedia of Science Fiction, questa carenza, che ci appare tanto più macroscopica in un mondo culturale vivace, aperto ed estremamente produttivo come quello israeliano, andrebbe giustificata a seguito della situazione di costante conflitto in cui il Paese ha vissuto e vive tuttora.

L’ingerenza della realtà nella vita degli individui – e, ovviamente, anche in quella degli artisti, siano essi cineasti, illustratori o letterati – sarebbe così prepotente e totalizzante da non lasciare spazio ad altri territori da esplorare o da concepire con la fantasia. Inoltre, le minacce continue di distruzione da parte dei paesi arabi vicini alimenterebbero nella popolazione un’incapacità diffusa di proiettarsi in un avvenire troppo lontano. Eppure Israele è una delle nazioni più all’avanguardia dell’intero pianeta, capace di produrre scoperte e invenzioni futuristiche estreme, a volte quasi inimmaginabili. In altre parole, il futuro per gli israeliani esiste ed è pensabile ma sembra esserlo solo quando resta nei famosi limiti del kan ve-ʽakhshav, “qui e adesso”. Numerosi intellettuali, nel tempo, hanno confermato queste supposizioni, tra di essi anche il più rivoluzionario degli scrittori, Etgar Keret, sebbene proprio lui sia stato definito talvolta come un autore “fantascientifico”, grazie alla sua capacità di costruire mondi e trame surreali.

Esterofilia fantascientifica

Al di là del conflitto, ci sono altri fattori da considerare. Ad esempio, il profondo significato storico-religioso della Terra d’Israele, dove ogni pietra ha un nome e una storia, narrando le vicende prodigiose di patriarchi e profeti, l’intimo legame tra Dio e il suo popolo: quale sfrenata fantasia riuscirebbe a inserirsi in questo volto così definito del Paese? È l’opinione autorevole della scrittrice fantasy Hagar Yanai (1972), la quale in un articolo uscito su Haaretz alle soglie del millennio osserva con un’ironia non priva di disincanto che “le fate non danzano sotto le nostre palme, non ci sono draghi sputafuoco nella grotta di Makhpela e Harry Potter non abita a Kfar Saba. Perché Harry Potter non è stato scritto in Israele? Perché la letteratura fantasy locale è così debole, al punto che sembra impossibile che un libro del genere possa essere pubblicato nello Stato ebraico?” Le parole della Yanai sembrerebbero essere confermate dal fatto che, se negli anni la produzione locale fantascientifica è esigua, il numero di traduzioni di opere straniere è stato, invece, apprezzabile. Come a dire che il pubblico israeliano ha dimostrato un interesse nei confronti della fantascienza, purché essa provenisse dall’estero.

Una nazione fantascientifica

Ci si può anche spingere oltre, come hanno fatto Sheldon Teitelbaum e Emanuel Lottem, curatori del divertente volume Zion’s Fiction: A Treasury of Israeli Speculative Literature (Mandel Vilar Press, 2018). Teitelbaum e Lottem sostengono, infatti, che “lo Stato d’Israele stesso può essere considerato come una nazione fantascientifica nella sua essenza più profonda, la sola in tutto il pianeta a esser stata ispirata addirittura dalle due opere visionarie per antonomasia: la Bibbia e il romanzo utopistico di Theodor Herzl, Altneuland”. In effetti, se consideriamo la cosa in questi termini, quale bisogno ci sarebbe di fantascienza in un Paese che è esso stesso fantascienza, costruito, cioè, su un’utopia proiettata in un futuro di pace, prosperità e progresso? Forse allora non è un caso che proprio dagli anni ’50 agli anni ’70 – il periodo di governo ininterrotto del sionismo laburista – la fantascienza in Israele sia esistita in maniera più che marginale, pressoché irrilevante, quasi unicamente nella letteratura per ragazzi, e sempre nel tentativo di comunicare la strenua fiducia nell’avvenire, tipica del periodo.

Un problema linguistico?

Sono state le profonde trasformazioni innescate dalla Guerra dei Sei Giorni, seguite dalla Guerra del Kippur e dalla prima sonora sconfitta del partito sionista-laburista nel 1977, a segnare un punto di svolta significativo, eliminando in maniera pressoché definitiva le gloriose utopie del passato a favore delle prime visioni distopiche. Alcune figure notevoli sono emerse in questi anni, come il narratore Yitzkhak Oren (1918-2007), ancora oggi trascurato da critici e traduttori e, soprattutto colui che amava definirsi come ha-ʼish she-ba’ min ha-ʽatid, “l’uomo venuto dal futuro”: al secolo, David Avidan (1934-1995). Noto in primo luogo per essere stato una delle voci poetiche più influenti degli anni ’50, Avidan praticava la contaminazione delle arti, secondo un principio che oggi potremmo definire di “multimedialità”. Altrettanto famoso è il suo interesse per le tecnologie avanzate e per ogni possibile espressione di modernità, nella speranza di proiettarsi oltre il tempo limitato concesso alla vita umana. Il suo era una specie di “vitalismo tecnologico”, il quale, in ogni caso, ha prodotto opere d’interesse straordinario. Memorabili sono, ad esempio, le sue (reali) conversazioni con il computer Eliza nel volume Il mio psichiatra elettronico – Otto autentiche conversazioni con un computer (1974). Soprattutto, però, Avidan è stato colui che ha realizzato in Israele il primo lungometraggio di genere fantascientifico: Sheder min ha-ʽatid, “Messaggio dal futuro”, uscito nel 1981. Qui, Avidan racconta di un messaggero del lontano futuro (anno 3005), il quale, giunto sulla Terra con una macchina del tempo nel 1985, cerca di convincere i leader del mondo a condurre una Terza Guerra Mondiale per creare un futuro migliore. Avidan ha scritto e girato il film interamente in inglese. È possibile che la scelta sia stata dettata da ragioni di “mercato”, tuttavia, è altrettanto probabile che il poeta ritenesse la millenaria lingua ebraica inadeguata al genere fantascientifico.

Fantascienza ebraico israeliana

Se il cammino è stato irto di ostacoli gli ultimi decenni hanno mostrato numerosi progressi, con la complicità della globalizzazione sia economica sia culturale. Ne è stata responsabile, ovviamente, la diffusione di Internet e della televisione satellitare, che hanno consentito di importare modelli definitivi, in particolare statunitensi. Così, nel 1996 è sorta The Israeli Society for Science Fiction and Fantasy, attiva ancora oggi nella promozione del genere fantascientifico nello Stato ebraico anche grazie al premio Geffen Award, istituito nel 1999 a memoria del traduttore Amos Geffen (1937-1998), tra i fondatori dell’ente. Se gli anni ’90 hanno segnato l’ingresso dei temi anglo-americani, fondamentali per imprimere un nuovo impulso alla produzione nazionale, il Terzo Millennio ha saputo offrire, invece, nuovi frutti. È sempre più evidente la nascita di un nuovo genere, denominato dalla critica come “fantascienza ebraico-israeliana”. In realtà, celebrati autori letterari come Yoram Kaniuk, Amos Kenan, Nava Semel, Gail Hareven, Orly Castel-Bloom, Benjamin Tammuz e Amir Gutfreund hanno firmato romanzi ascrivibili al genere fantascientifico. Ciò nonostante, la loro imponente attività letteraria ha fatto sì che queste opere fossero svincolate da identificazioni di genere, spesso con ragione. La “fantascienza ebraico-israeliana” cui ci riferiamo mostra, però, altre caratteristiche.
Ben più complesso e ricco di spunti storici rispetto ai modelli d’oltreoceano, la “fantascienza ebraico-israeliana” riesce incredibilmente a coniugare la memoria storica collettiva ebraica all’impronta immaginifica del genere. Spesso visioni distopiche della “fine dei tempi” sono coniugate al passato biblico, creando strutture composite, sempre attraversate da una sottile inquietudine, come testimonia il romanzo di Ishai Sarid, pubblicato in italiano col titolo Il Terzo Tempio (Ed. La Giuntina, 2018). O, ancora, gli autori ricorrono alla “mitologia” ebraica: ecco dunque comparire demoni, leviatani e giganti biblici, sovrapposti ad allusioni alla Qabbalah, sullo sfondo di città leggendarie come l’antica Babilonia. La stessa Hagar Yanai ha pubblicato volumi simili, insieme ad altri autori, come Hagai Dagan e Roni Eshkol. Purtroppo per noi le traduzioni italiane di queste opere si contano sulle dita di una mano.
È più facile accedere alle serie televisive, grazie a piattaforme come Netflix e Amazon Prime. In questo caso, però, ci sembra che dobbiamo ancora aspettare una reale esplosione del genere. Tranne rari casi, il cinema e le serie televisive israeliane, sempre di altissimo livello, sono, infatti, per lo più dedicati ad altri aspetti del reale, concentrandosi sulle storie degli individui o delle comunità, o, in alternativa, sfruttando i temi di azione, come avviene nel celebrato Fauda. È anche vero che il cinema israeliano si è strutturato in ritardo rispetto alla letteratura. Forse dobbiamo soltanto aspettare e una nuova rivoluzione avverrà anche in questi ambiti. Il seme sembra esser già stato gettato.

Sara Ferrari
Collaboratrice

Sara Ferrari insegna Lingua e Cultura Ebraica presso l’Università degli Studi di Milano ed ebraico biblico presso il Centro Culturale Protestante della stessa città. Si occupa di letteratura ebraica moderna e contemporanea, principalmente di poesia, con alcune incursioni in ambito cinematografico. Tra le sue pubblicazioni: Forte come la morte è l’amore. Tremila anni di poesia d’amore ebraica (Salomone Belforte Editore, 2007); La notte tace. La Shoah nella poesia ebraica (Salomone Belforte Editore, 2010), Poeti e poesie della Bibbia (Claudiana editrice, 2018). Ha tradotto e curato le edizioni italiane di Yehuda Amichai, Nel giardino pubblico (A Oriente!, 2008) e Uri Orlev, Poesie scritte a tredici anni a Bergen-Belsen (Editrice La Giuntina, 2013).

 


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