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Cultura
L’umorismo israeliano e la Shoah

Lo humor nero, la satira e il politically uncorrect. Un modo (tutto israeliano) di celebrare la memoria. E di curare le nevrosi nazionali.

Dell’umorismo ebraico si è scritto e detto moltissimo, così come numerose e celeberrime sono le sue testimonianze, sia nel mondo dello spettacolo sia in letteratura, tanto da sembrarci ormai un aspetto pressoché irrinunciabile dell’immaginario collettivo occidentale, quasi un patrimonio dell’umanità di cui tutti, non soltanto gli ebrei, possono godere. Forse a causa della barriera posta dalla lingua è, invece, meno conosciuto l’umorismo israeliano, il quale, pur derivando direttamente dal più ampio fenomeno ebraico, di fatto, si rivela come un’esperienza autonoma e dotata di caratteristiche proprie. Nella sua forma più attuale, infatti, lo humour israeliano appare particolarmente audace, diretto, travolgente, dissacrante fino all’inverosimile, un umorismo nero nel vero senso del termine, al punto da risultare spesso molesto, almeno agli occhi e alle orecchie del pubblico europeo, per lo più educato al cosiddetto “politically correct” e, di norma, poco avvezzo a comprendere la totale assenza di territori ritenuti “inviolabili” alla satira.

Umorismo e satira in TV
La guerra, il terrorismo suicida, gli aspri conflitti sociali che attraversano il Paese: ogni aspetto della realtà israeliana è argutamente sezionato e rivisto attraverso il potente strumento di questo umorismo così peculiare. Per non parlare poi della politica e dei suoi personaggi più noti, i quali sono protagonisti di una rivisitazione satirica quasi costante, principalmente nei programmi televisivi. Basti pensare alla trasmissione Eretz Nehederet, il cui obiettivo è mostrare volti e storie salienti di quella che nel titolo stesso del programma è ironicamente indicata come “una splendida nazione”. Costruita in modo analogo ai grandi show umoristici americani, quali il Sathurday Night Live, per citare l’esempio più famoso, Eretz Nehederet ha conosciuto una longevità unica nella televisione israeliana, arrivando quest’anno alla sedicesima stagione consecutiva. Ancor più geniale sotto molti punti di vista è la serie intitolata Ha-Yehudim Ba’im (The Jews are coming), giunta alla sua terza stagione, che, grazie all’eccellente talento comico di un gruppetto di attori, si propone di rielaborare in chiave satirica la storia ebraica nella sua interezza, da Abramo a Bibi Netanyahu, per intenderci, senza risparmiare colpi (bassi) a nessuno, Dio compreso.

Una dilatazione mediorientale dello humor ebraico
Proviamo a interrogarci sulle ragioni di questo umorismo tanto singolare. Partiremo dal basso, citando innanzitutto un fatto di costume, il quale può sembrare banale ma, ne siamo sicuri, apparirà familiare a chiunque abbia una conoscenza ravvicinata di Israele: la delicatezza dei toni non è parte delle abitudini degli israeliani. Nello Stato ebraico, infatti, ogni conversazione, che riguardi la politica o lo sport, che si svolga in una prestigiosa aula universitaria o al banco di un negozio di alimentari, avviene di solito in maniera molto diretta e del tutto priva di convenevoli, scivolando talvolta nella famigerata hutzpah, “l’insolenza”. Inoltre, come l’evidenza della storia ci suggerisce, nella vita di ogni giorno gli israeliani devono giocoforza affrontare situazioni terrificanti, confrontandosi con la morte e con la continua sensazione di un pericolo imminente. Pertanto, se l’umorismo riflette in ogni suo dettaglio la realtà della cultura che lo ha prodotto, quello israeliano costituisce uno specchio perfetto della propria nazione, ponendosi come mezzo fondamentale per esorcizzare la paura. Di conseguenza, l’umorismo israeliano, come lo humour ebraico diasporico, appare come un saggio meccanismo di difesa, un espediente necessario alla sopravvivenza, di gran lunga superiore alla fuga, reale o immaginata che sia. Sotto questo aspetto, l’umorismo israeliano può essere visto come una dilatazione mediorientale del consueto humour ebraico. Se, infatti, di quest’ultimo, nato e cresciuto nell’ombra spaventosa delle persecuzioni europee, è stato detto che “con un occhio ride e l’altro piange”, l’umorismo israeliano, da parte sua, si sganascia dalle risa, pur mantenendo un occhio ben sbarrato sull’orrore. La differenza fondamentale tra queste due modalità di esercitare l’umorismo è che la variante israeliana è concepita in ebraico e indirizzato a un pubblico in larghissima parte costituito da ebrei. Pertanto, possiamo presumere che la sua funzione superi di gran lunga ciò che abbiamo indicato finora. Ne è una prova notevole l’umorismo nero relativo alla Shoah.

Lo humor terapeutico
Per rendersi conto della vastità dell’argomento, è sufficiente eseguire una breve ricerca in rete. Centinaia di pagine web – tra forum, periodici online, blog di varia natura – propongono, infatti, discussioni sull’opportunità di includere la Shoah nel processo dello humour. Notiamo che la questione non è ancora risolta del tutto, al punto che alcuni cittadini israeliani si rifiutano di considerare ammissibile la satira sulle persecuzioni naziste. In realtà, come spesso succede, i dibattiti arrivano in ritardo rispetto al fenomeno stesso. Già dagli anni ’90 in Israele, almeno presso la maggioranza della popolazione, si è abbandonato il timore di minacciare con l’umorismo la sacralità della memoria dedicata allo sterminio o, peggio ancora, di offendere la sensibilità dei sopravvissuti. La Shoah quindi è comparsa sempre più frequentemente in prima serata nell’ambito di serie televisive di successo e in sketch comici vari. Come scrivono Jeffrey Scott Demsky e Liat Steir-Livny in un saggio incluso nel volume The Languages of Humor: Verbal, Visual, and Physical Humor (a cura di Arie Sover, Bloomsbury, 2018), accanto alle forme tradizionali e ufficiali della memoria della Shoah, negli ultimi decenni in Israele si è osservata la nascita di una modalità alternativa e, per certi versi, sovversiva del ricordo, all’interno della quale humour e ironia svolgono un ruolo determinante. L’umorismo nero e la satira della Shoah non negano, infatti, l’urgenza della memoria, al contrario, mostrano l’assoluta intimità tra gli israeliani e la commemorazione della strage degli ebrei d’Europa, sotto ogni prospettiva, spesso toccando gli aspetti problematici della trasmissione collettiva del trauma che andrebbero corretti o emendati. Si è creato di conseguenza una sorta di dialogo interno, plasmato in una forma direttamente accessibile a tutti, il cui scopo è molto più alto di quanto potrebbe sembrare, benché, di primo acchito, le risate sembrino sovrastare ogni cosa. Si potrebbe anche affermare che l’umorismo nero riguardo alla Shoah, ma non solo, costituisca un’ulteriore tecnica di auto-analisi, simile a quella che la letteratura e il cinema operano ormai da diversi decenni. Un training autogeno dagli effetti gradevoli, insomma, che mira a guarire o, almeno, a ridimensionare ansie e nevrosi di un’intera nazione. O, in alternativa, a costringerla a esaminare i propri errori. Quando, ad esempio, il cast di Ha-Yehudim Ba’im, rappresenta Adolf Eichmann costretto a impiccarsi da solo perché gli israeliani non sono che dei “dilettanti” o quando mette in scena tre eleganti ebrei tedeschi prima della Shoah in procinto di votare per Hitler, pur non sapendo nulla di lui né del suo scellerato progetto politico. Pur non trattenendo le risate, il pubblico non può esimersi dal ripensare alla storia e al proprio ruolo in essa.

Sara Ferrari
Collaboratrice

Sara Ferrari insegna Lingua e Cultura Ebraica presso l’Università degli Studi di Milano ed ebraico biblico presso il Centro Culturale Protestante della stessa città. Si occupa di letteratura ebraica moderna e contemporanea, principalmente di poesia, con alcune incursioni in ambito cinematografico. Tra le sue pubblicazioni: Forte come la morte è l’amore. Tremila anni di poesia d’amore ebraica (Salomone Belforte Editore, 2007); La notte tace. La Shoah nella poesia ebraica (Salomone Belforte Editore, 2010), Poeti e poesie della Bibbia (Claudiana editrice, 2018). Ha tradotto e curato le edizioni italiane di Yehuda Amichai, Nel giardino pubblico (A Oriente!, 2008) e Uri Orlev, Poesie scritte a tredici anni a Bergen-Belsen (Editrice La Giuntina, 2013).

 


1 Commento:

  1. ti ringrazio, Sara Ferrari, di questa presentazione che completa anche la mia conoscenza (o meglio non-conoscenza) come israeliano poco attento ai programmi che vedo in maniera incompleta e superficiale
    e di cui tu invece dai una valutazione seria e penetrante. passerò anche ad amici italiani interessati.
    conosco Miriam Camerini e forse ti proporrò una collaborazione per una Aggadà della Shoà per la traduzione di poesie oltre che de “La notte tace”


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