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Cultura
Israele e le strategie del soft power sportivo

Storie di sport, politica e turismo

“Anachnu al hamapa, ve’anahnu nisharim al hamapa!”
 – Giovedì 17 febbraio 1977 sul parquet di Virton, in Belgio (i sovietici si rifiutavano di giocare a Tel Aviv e non concedevano il visto agli israeliani per entrare in URSS) il Maccabi Tel Aviv scrisse la storia, battendo 91-79 il fortissimo Cska Mosca e qualificandosi così per la finale di Coppa Campioni FIBA – oggi Eurolega – finale che avrebbe poi vinto contro un’altra corazzata dell’epoca come Varese, che si era aggiudicata il torneo nelle due edizioni precedenti.
 Parliamo di basket, chiaramente. Ma anche di molto altro. Non a caso, infatti, affermo che il Maccabi “scrisse la storia”. Le parole in ebraico riportate in apertura le pronunciò un euforico Tal Brody, playmaker del Maccabi, subito dopo la vittoria sul Cska: “Siamo sulla mappa e restiamo sulla mappa”. Per poi aggiungere: “Non solo nello sport, ma in tutto”.
Quel “posizionarsi sulla mappa” ha un nome tecnico: soft power. Imprimere la propria immagine nell’opinione pubblica e nel percepito comune di tutto il mondo facendosi conoscere non tanto, o non solo, per i processi socio-politico-economici, bensì attraverso ambiti culturali e popolari. Perché rendersi riconoscibili a livello internazionale per quello sportivo, per quella squadra, per quel cantante, per quell’artista, per quello scrittore, per quel film, per quell’opera, per quel grande evento, per quell’emozionante impresa, a volte è la chiave più efficace per farsi accettare e considerare.
 In quel 1977, Brody & co. inflissero una sconfitta a uno squadrone russo e andarono poi a vincere uno dei più prestigiosi tornei di basket europei. Per tanti appassionati in giro per l’Europa e non solo, Israele non era più associata solo a guerre e controversie, ma anche a una squadra vincente di pallacanestro. Era un Paese che in un palazzetto sportivo poteva segnare un punto a proprio favore nella Guerra Fredda. E mettere la propria bandierina sulla metaforica cartina.
Ma questo è solo un esempio. In generale, lo sport è forse la più contemporanea e accessibile forma di epica. Un formidabile strumento per costruire un’identità all’interno e all’esterno dei confini. E Israele è uno dei Paesi che più ha fondato sullo sport la costruzione di un’identità. Ed è uno di quelli che oggi ha più bisogno di veicolare un’immagine positiva e propositiva di sé, in contrasto con le correnti di pensiero anti-israeliane provenienti da più aree geografiche e ideologiche.
Partiamo dal primo aspetto.
 Nel 1932, in epoca di Mandato Britannico di Palestina, furono istituite le Maccabiadi: dei Giochi rivolti all’intera comunità ebraica internazionale. Nazionali ebraiche da decine di Paesi, anche arabi, che confluivano a Tel Aviv per sfidarsi in varie discipline, sul modello delle Olimpiadi. Come spiega l’esperto di temi sportivi Adam Smulevich (giornalista dell’Unione Comunità Ebraiche Italiane, autore di libri come Mussolini against the President e Un calcio al razzismo) «le Maccabiadi furono espressione del “sionismo muscolare” ideato da Max Nordau». Promuovere la vigoria atletica ebraica per rovesciare certi stereotipi e unire gli ebrei di ogni nazionalità attorno alla causa dello Stato israeliano. Il tutto mentre in Europa la situazione diventava sempre più difficile. Le prime due edizioni delle Maccabiadi si tennero nel ’32 e nel ’35, poi per ovvi e drammatici motivi subirono uno stop, finché poterono riprendere nel 1950, in quello che ormai si chiamava ufficialmente Israele. Dopo il 1953, si sono svolte ogni quattro anni, alternandosi tra le più importanti città del Paese. E negli anni sono nate altre Maccabiadi parallele in Europa e in America.
 Oggi questa manifestazione costituisce un’occasione di ritrovo quadriennale per atleti di qualsiasi caratura e Paese accomunati dall’appartenenza al mondo ebraico. Ed è magari un modo, per i giovani ebrei di tutto il mondo, di conoscere Israele. Dodici anni prima di “mettere sulla mappa” Israele con la maglia del Maccabi Tel Aviv, ad esempio, il già citato Tal Brody, cresciuto tra New Jersey e Illinois, aveva messo piede per la prima volta in terra d’Israele in occasione della settima edizione delle Maccabiadi, decidendo poco dopo di diventare israeliano e costruire lì il prosieguo della sua vita cestistica.
Maccabi, Maccabiadi… nomenclature derivate dalla storia dei fratelli Maccabei, che nel 164 a.C. ripristinarono il culto ebraico a Gerusalemme dopo i saccheggi perpetrati da re Antioco Epifane. Episodio da cui nacque la festa di Hanukkah. Il fatto che eventi e società sportive (quello di Tel Aviv è uno dei tanti Maccabi dello sport israeliano) richiamino un così sentito esempio di unione del popolo d’Israele, è sintomatico: lo sport è stato per Israele uno dei catalizzatori principali della costruzione di un’identità. E ciò si evince da altri nomi ricorrenti, non più riferiti alla religione ma alla politica. Si pensi a quante squadre si chiamano Hapoel: un riferimento alla parola “operaio”, testimonianza di un passato pre-Israele in cui il cuore del popolo ebraico batteva a sinistra e tale orientamento si trasferiva nei nascenti club sportivi. Elemento comune a tutti gli Hapoel, naturalmente, è il colore rosso.
E poi, in senso analogo e contrario, nello sport israeliano troviamo parecchi Beitar, eredi dell’omonimo movimento sionista revisionista che avrebbe ispirato il partito di destra Herut. E il più famoso di questi Beitar, la squadra di calcio del Beitar Gerusalemme, è “rinomato” per la sua tifoseria, che spesso ha sconfinato in uno smaccato razzismo, e per le acerrime rivalità col Bnei Sakhnin, espressione calcistica della comunità arabo-israeliana, e con l’Hapoel Tel Aviv, la cui tifoseria è antirazzista e sostenitrice della pace tra Israele e Palestina, e per questo accusata di tradimento dalla sponda Beitar.

Lo sport come spaccato delle spaccature sociali. Lo sport come emanazione di spinte identitarie. Lo sport come passione popolare. A farla da padrone nei cuori degli appassionati israeliani, come si è intuito, sono basket e calcio.
 La pallacanestro dà più soddisfazione: il Maccabi Tel Aviv, dopo la prima mitica del 1977, ha vinto altre quattro volte la Coppa Campioni-Eurolega, l’ultima delle quali nel 2014; la Nazionale inoltre si qualifica regolarmente per gli Europei, e nel ’79 si arrese solo in finale all’Unione Sovietica.
 Il calcio, da par suo, è un’autentica ossessione. Che però non ha raccolto risultati particolarmente esaltanti: una sola partecipazione della Nazionale ai Mondiali, dove fu eliminata al primo turno (seppur con lo sfizio di aver bloccato sullo 0-0 l’Italia di Rivera e Mazzola) e nessun risultato di rilievo dei club a livello internazionale; si ricorda giusto qualche exploit come la cavalcata dell’Hapoel Tel Aviv nella Coppa Uefa 2001-2002, in cui eliminò Chelsea e Parma per arrendersi solo al Milan nei quarti di finale (successo Hapoel all’andata, rimonta Milan al ritorno).
Il rapporto degli israeliani con il pallone è ben descritto dal romanziere Eshkol Nevo ne La simmetria dei desideri: il calcio (e in parte il basket) scandisce i tempi dell’amicizia dei quattro protagonisti, e l’ennesima mancata qualificazione ai Mondiali diventa l’incarnazione di tutti i drammi interiori dei personaggi.
 Tornando alla realtà, nel 2010 suscitò clamore quanto avvenuto nel match tra Salisburgo e Hapoel Tel Aviv valido per i preliminari di Champions League: dopo aver segnato, l’attaccante israeliano Itay Shechter esultò mettendosi in testa una kippah rossa e inginocchiandosi, un gesto genuino che gli costò l’ammonizione da parte dell’arbitro Pedro Proença. Quel cartellino giallo fece parecchio discutere in Israele, inserendosi nella tensione interna tra laicità e senso religioso, e qualcuno urlò all’antisemitismo. Mentre la clamorosa vittoria dell’Hapoel Beer Sheva contro l’Inter in Europa League nel 2016 – ricorda Adam Smulevich – venne salutata come un “riscatto della periferia”, la ribalta di una città da sempre vista come una porta sul deserto del Neghev. 
Modi diversi in cui il calcio diventa specchio di ben altri ambiti sociali.
Ampliando lo sguardo, menzioniamo l’unico oro di Israele alle Olimpiadi, vinto da Gal Fridman nel windsurf (categoria Mistral) ad Atene 2004. E l’ottima evoluzione del judo negli ultimi decenni, che ha portato medaglie d’oro europee e mondiali, e bronzi e argenti olimpici. O ancora tennisti come Dudi Sela (nei primi 50 del mondo tra il 2009 e il 2010) e Andy Ram (campione nel doppio agli Australian Open 2008 in coppia col connazionale Jonathan Erlich).
 Ma attenzione a due sport che fino a poco tempo fa non sono quasi esistiti in Israele: quelli motoristici (nel 2011 la Knesset ha abrogato la legge che vietava le competizioni motoristiche) e soprattutto il ciclismo. Questo – come vedremo alla fine – ci accompagna dritti nella seconda parte di questa nostra trattazione…
Le tensioni della politica estera, esacerbate in particolare dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967, hanno avuto inevitabili ripercussioni sullo sport. Gli anni Settanta, che da un lato vissero il miglior momento nella storia della pallacanestro israeliana, furono però caratterizzati dalla tragedia di Monaco ’72, quando 11 membri della delegazione olimpica d’Israele furono uccisi da 8 fedayyn di Settembre Nero. Oltre a ciò, a livello sportivo Israele iniziò il suo spostamento dall’Asia all’Europa, data la crescente difficoltà a essere anche solo riconosciuto dai Paesi del Medio Oriente. Per questo, oggi siamo abituati a vedere squadre e atleti israeliani competere in ambito europeo.
Così come siamo abituati a vedere, da parte prevalentemente arabo-islamista ma non solo, atti di boicottaggio sportivo, incoraggiati spesso dagli Stati stessi, quando non dal BDS (movimento internazionale anti-Israele) o da semplici iniziative di gruppo estemporanee. Come quella del gruppo ultras dell’Udinese che nel 1989 dissuase la società calcistica friulana dal completare l’acquisto di Ronny Rosenthal. L’accordo era già stato trovato, il bomber israeliano doveva solo sostenere le visite mediche e sarebbe diventato ufficialmente bianconero. Ma nel frattempo sui muri di Udine comparvero scritte antisemite firmate dagli Hooligans Teddy Boys e nella sede del club giunsero lettere minatorie con tanto di svastica. L’affare saltò, ufficialmente per un problema alle vertebre riscontrato nelle visite mediche. Rosenthal andò al Liverpool e successivamente avrebbe chiesto e ottenuto dall’Udinese un risarcimento in denaro.
Ma la lista degli episodi è lunga: una sfilza di squadre che si sono rifiutate di sfidare formazioni israeliane, o atleti individuali che rifiutano di sfidare colleghi israeliani; bandiere non issate o inni non suonati dopo vittorie israeliane in Paesi arabi; visti negati, come quello a Shahar Peer, la più grande tennista israeliana di sempre, che nel 2009 non poté partecipare al torneo di Dubai. Eclatante in tempi recentissimi il rifiuto, da parte del judoka egiziano Islam El Shehaby, di stringere la mano all’israeliano Or Sasson dopo essere stato da lui sconfitto ai Giochi di Rio 2016. O addirittura l’annullamento dell’amichevole di calcio tra Argentina e Israele, in programma il 9 giugno 2018 a Gerusalemme, in seguito a gravi minacce subite da Leo Messi e compagni.

Ma se lo sport è così interconnesso con tutto il tessuto geo-socio-politico, e vi si riverberano certe difficoltà diplomatiche e “reputazionali”, non è possibile utilizzare lo sport a proprio vantaggio, per provare a ribaltare, o quantomeno ammorbidire, la situazione?
 Torniamo così ai concetti da cui siamo partiti: il “mettersi sulla mappa” (che, a proposito di interconnessione tra sport e società, dopo quel Maccabi-Cska e quella dichiarazione di Brody è diventata una frase gettonata in ogni contesto in Israele) e il soft power.
 Il Qatar ospiterà i Mondiali di calcio, la Cina vuole provarci fortemente e intanto ha ospitato l’Olimpiade del 2008 e ospiterà i Giochi invernali del 2022, la Russia ha già organizzato Giochi invernali e Mondiali di calcio e dal 2014 ha un Gran Premio di Formula Uno. Tutti Paesi dalla reputazione non sempre cristallina e molto ambiziosi economicamente. Cosa c’è di meglio del grande sport per favorire i propri affari e far sì che il mondo “si ricordi di te” non solo per le tue controversie ma anche per qualcosa che coinvolge emozionalmente e catalizza consenso popolare? A tal proposito ricordiamo anche il ruolo fondamentale, a livello di politica (o soft-politica) sia interna che esterna, che ricoprì per il Sudafrica post-apartheid la Coppa del Mondo di rugby del 1995, come narrato anche nel film Invictus con Morgan Freeman nei panni di Nelson Mandela.
Ecco quindi la madre di tutte le domande: investire in maniera massiccia sullo sport può aiutare Israele quantomeno a migliorare la propria posizione agli occhi del mondo?
 Ho rivolto tale quesito ad Adam Smulevich: «Certamente può aiutare a normalizzare e promuovere l’immagine del Paese, facendo un bel passo oltre il tradizionale binomio “guerre e turismo religioso”. Ad esempio ho visto coi miei occhi atleti che arrivavano in Israele con strane sensazioni, magari un po’ timorosi, e poi sono rimasti entusiasti».
 E io stesso ho un ricordo indiretto in tal senso. A dicembre, infatti, intervistai per La Gazzetta dello Sport il calciatore italo-argentino Cristian Battocchio, che in carriera ha girato vari campionati europei (attualmente è in Francia, al Brest). Tra il 2017 e il 2019 Battocchio ha giocato nel Maccabi Tel Aviv, e parlando di quella esperienza mi disse: «Sono rimasto positivamente sorpreso: quando pensi a Israele vengono in mente tensioni e guerre, ma a Tel Aviv non ho visto davvero niente di strano, è un gran bel posto. E il Maccabi un club fantastico».
La domanda immediatamente successiva è: Israele sta effettivamente investendo in tal senso? La risposta è sì e c’è un uomo dietro tutto questo: l’imprenditore ebreo canadese Sylvan Adams.
 Racconta Adam Smulevich: «La squadra di ciclismo, la partenza del Giro d’Italia 2018, il primo pilota in Formula 1, la partecipazione di Madonna all’Eurovision di Tel Aviv, il tentativo di allunaggio israeliano… fa tutto parte dello stesso pacchetto. Adams è un uomo capace di trasformare i sogni in realtà grazie alle sue enormi capacità finanziarie, e si è votato alla causa comunicativa di Israele mediante lo sport. Per lui è una missione. Lo sport e le altre grandi iniziative su cui investe vogliono consolidare l’immagine di Israele per dimostrare quanto abbia da offrire al di là dei conflitti. E con le sue operazioni sta smuovendo le istituzioni, che finora non hanno tanto lavorato in questa direzione…».
 Il sistema Israele quindi, prima della “missione” intrapresa da questo filantropo d’Oltreoceano, non aveva colto appieno l’importanza del soft power sportivo? «Trovo che fosse stato sfruttato poco, ad esempio, il percorso di gloria del Maccabi Tel Aviv nel basket – sostiene Smulevich –. Certo, la pallacanestro qualcosa ha fatto in questo decennio, con l’avvicinamento a Israele della stella NBA Amar’e Stoudamire (incoraggiato da Shimon Peres in persona) culminato con il suo approdo all’Hapoel Gerusalemme, con tanto di acquisto di quote societarie, e persino la conversione all’ebraismo. Ma è solo ora che grossi investimenti sulla passione sportiva fanno parte di una strategia ben precisa».
Prendiamo in esame gli aspetti sportivi del “pacchetto Adams”.
 Nel 2015 nasce la Israel Cycling Academy, prima squadra ciclistica professionistica nella storia di Israele, che parte dalle categorie minori del ciclismo internazionale. Nel 2018 le prime tre tappe del Giro d’Italia si svolgono in Israele (cronoprologo a Gerusalemme, Haifa-Tel Aviv e Beer Sheva-Eilat) e il team israeliano partecipa a quel Giro. Per la stagione 2020 la squadra, ribattezzata Israel Start-Up Nation, viene ammessa nel World Tour, il massimo circuito ciclistico (alla ripresa dell’attività parteciperà anche al Tour de France) e annuncia una partnership con la Williams, scuderia di Formula Uno, contestualmente alla quale il pilota Roy Nissany firma per la Williams. Come collaudatore e non come titolare, è vero, ma in ogni caso è il primo israeliano di sempre in F1!
Pare insomma che l’opera “softpoweristica” di Israele passi anche dalle pedalate del team neopromosso in World Tour, che presenta in organico pure ciclisti di esperienza come il tedesco André Greipel, l’irlandese Dan Martin e il nostro Davide Cimolai (nomi italiani sono presenti inoltre nello staff tecnico e medico) ma che tiene a conservare una presenza di promesse locali: i quattro israeliani attualmente in squadra sono Guy Sagiv, Omer Goldstein, Guy Niv e Itamar Einhorn.
 E il cambio di denominazione è emblematico: Israel Start-Up Nation richiama esplicitamente una qualità extra-sportiva di Israele, Paese col maggior numero di start-up pro capite al mondo.
Che la Israel Start-Up Nation non sia una “normale” formazione sportiva ce lo illustra più a fondo Smulevich: «Sylvan Adams si è prefissato di costruire quasi dal nulla un movimento ciclistico importante per costruire un messaggio molto forte. La squadra è partner del Centro Peres per la Pace, istituzione ritenuta importante anche nel mondo arabo, e i corridori sono investiti del titolo di Ambasciatori della Pace».
 Ma gli sforzi economici “su sellino e due ruote” di Adams non finiscono qui: «Si sta ultimando la costruzione di un mastodontico e futuristico velodromo a Tel Aviv – prosegue Smulevich – e c’è il progetto di rendere Tel Aviv una specie di Amsterdam del Medio Oriente per far entrare la bicicletta nei cuori della gente».
Del resto, quale sport più del ciclismo si compenetra col territorio in cui si svolge, andando in mezzo a paesaggi e persone? Ecco cos’altro rivela il nostro intervistato: «Il governo israeliano ha intenzione di organizzare ciclo-pellegrinaggi per turisti. A ben vedere, il Paese è adatto: a parte magari nel Neghev dove fa troppo caldo, Israele ha il vantaggio climatico: si sta bene mentre in Europa fa freddo; per due-tre mesi l’anno può diventare una meta molto appetibile. Insomma, adesso si sta davvero usando lo sport come attrazione turistica!».
Mandare avanti le strategie di soft power sportivo potrà fornire alla causa israeliana un contributo concreto? Questa la chiosa di Smulevich: «Assolutamente sì. Certo, da sole non risolvono rapporti come quelli con l’Iran o l’Autorità Nazionale Palestinese, ma possono aiutare molto con quelle realtà, tra cui diversi Paesi del Golfo come l’Arabia Saudita ma non solo, con cui le relazioni stanno lentamente migliorando. Sperando sempre che non accadano disastri che possano rovinare tutto, lo sport può essere una leva molto importante e Israele l’ha capito».

Nicolò Vallone
collaboratore

Giornalista sportivo. Nato in Florida a settembre ’92, cresciuto a Palermo, milanese da quando aveva 12 anni. Ha collaborato con La Gazzetta dello Sport e Calciomercato.com, oggi scrive per TuttoBici. Racconta storie ed emozioni sportive attraverso il canale Youtube Sportellers e la newsletter sulle Olimpiadi 5 Cerchi Quante Storie


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