Cultura
Israele al voto per la quarta volta in meno di due anni: scenari e sondaggi

Il frazionamento e l’iperconflittualismo sono da sempre una costante del sistema politico israeliano: 39 le liste che si sono registrate per potere partecipare alle elezioni del 23 marzo

Israele si prepara ad andare alle urne. Nella scarsa considerazione da parte della stampa internazionale, laddove il tema fa capolino del tutto occasionalmente, e nel mentre in Paese si sta adoperando per superare la pandemia della SARS CoV-2, per la quarta volta in poco meno di due anni gli elettori saranno chiamati a pronunciarsi sulla composizione del Parlamento. Inutile dire che la stanchezza, così come le perplessità dei molti verso un sistema politico sostanzialmente bloccato, abbiano avuto la meglio su tanti altri ordini di considerazioni. Il timore, più che fondato, è che anche questa volta l’esito del voto non risulti risolutivo nei confronti di un circuito partitico che si connota a prescindere per l’estrema diversificazione, l’instabilità e, soprattutto, per l’incapacità di costruire alleanze stabili. L’accordo di coalizione che era stato sottoscritto tra Likud e Blu e Bianco nel 2020 prevedeva una durata triennale della legislatura, garantendo al governo Netanyahu-Gantz la capacità – attraverso il sistema della staffetta alla presidenza dell’esecutivo tra i due leader – di proseguire nella sua azione fino alla conclusione del mandato, formalmente previsto per il 23 maggio 2023. Ben pochi, tuttavia, ritenevano già in origine che una tale alleanza sarebbe durata per tutta la legislatura. Poiché i due partiti non solo hanno programmi politici diversi ma si sono a lungo combattuti proprio sulla questione della leadership di Benjamin Netanyahu, uno dei politici più longevi d’Israele, trovandosi sulla scena pubblica in un ruolo di primissimo piano dal 1996

La legge nazionale in materia di funzioni e disciplina dell’attività parlamentare dispone che la Knesset, qualora non sia in grado di approvare a maggioranza il bilancio statale entro il termine del 23 dicembre di ogni anno, debba procedere al suo scioglimento, indicendo contestualmente nuove elezioni. Va ricordato al lettore che l’approvazione del bilancio è un rilevante atto politico, quindi una manifestazione di indirizzo strategico di  fondo, per ogni Stato democratico. In esso, infatti, sono inscritti non solo le pur fondamentali poste contabili ma anche e soprattutto gli impegni che le istituzioni si assumono nel nome della collettività e -quindi – per garantirne gli interessi comuni. A tale riguardo, già nel mese di dicembre, prima della scadenza della data del 23 dello stesso mese, si era chiaramente inteso che il Parlamento non avrebbe trovato l’accordo per licenziare il bilancio statale. Il 2 dicembre, infatti, era stato approvato in lettura preliminare, con 61 voti a favore e 54 contrari, il disegno di legge per lo scioglimento della legislatura. Il 22 dicembre, il voto parlamentare per evitare la conclusione anticipata del mandato era stato poi bocciato con 49 contrari e 47 favorevoli. Scaduta la data ultima, quindi, la ventitreesima legislatura è stata dichiarata conclusa, con il conseguente scioglimento della Knesset. Nel suo complesso, il mandato è durato meno di un anno, posto che i 120 deputati sono stati eletti il 2 marzo 2020. In accordo con la legge, che indica in un massimo di novanta giorni il tempo per riconvocare gli elettori alle urne, si è quindi deliberato per martedì 23 marzo come giorno elettorale.

Ancora una volta, pertanto, gli israeliani si recheranno ad eleggere i loro rappresentanti per quella che sarà la ventiquattresima legislatura. Il sistema elettivo è basato su una rappresentanza proporzionale a lista chiusa, con un unico collegio elettorale nazionale ed una soglia di sbarramento del 3,25%. Caratteristica degli esecutivi israeliani, infatti, è da sempre quella di costituire il risultato di una coalizione di partiti. La negoziazione vera e propria avviene quasi sempre ad urne chiuse, imponendo spesso defatiganti contrattazioni nonché deroghe rispetto ai programmi originari dei partiti. I tentativi, peraltro timidi, di riformulare secondo modelli misti – sospesi tra il proporzionalismo puro e il criterio maggioritario – il sistema di rappresentanza israeliano, non hanno prodotto significative modificazioni rispetto alle impostazioni che furono adottate in origine, con la nascita dello Stato nel 1948. Sul piano delle regole è permesso a due partiti diversi di sottoscrivere un accordo che permetta di competere insieme per l’attribuzione dei seggi non attribuiti, in base al criterio dei voti residui (ossia non ancora conteggiati nella determinazione della vittoria di un candidato rispetto ad un altro). Un tale metodo, conosciuto anche come Bader-Ofer (attraverso il quale si calcolano le attribuzioni di seggi tra alleati), agevola i sodalizi tra partiti maggiori, permettendo che le alleanze pre-elettorali tra liste distinte godano di un maggiore favore. Tuttavia, va da sé che un criterio di tale genere, utile sul piano delle tecniche di spoglio dei voti e di loro assegnazioni alle liste, non costituisca mai (né tantomeno sostituisca nei fatti) un sodalizio di programma, essendo quest’ultimo semmai un’espressione vincolante di indirizzo politico e non il prodotto di un’intesa di circostanza.

Attualmente, hanno firmato accordi per la condivisione nella ripartizione dei voti in eccesso più gruppi ed in particolare: Yamina di Naftali Bennett e New Hope (Tikva Hadasha) di Gideon Sa’ar, quest’ultimo partito nato nel dicembre dell’anno scorso; Yesh Atid di Yair Lapid e Yisrael Beiteinu di Avigdor Lieberman; Kahol Lavan di un molto indebolito Benny Gantz e il New Economic Party (HaMiflagah HaKalkalit HaHadasha), altra formazione politico-elettorale nata alla fine di dicembre, capitanata dall’economista Yaron Zelekha e animata da un programma dai connotati populistici, ancorché di indirizzo centrista e non radicale; Likud e Mafdal, il Partito nazionale religioso; i laburisti e il Meretz, la sinistra “radicale”; lo Shas e l’United Torah Judaism (Yahadut HaTora).

Nella legislatura uscente le liste presenti alle Knesset erano un numero considerevole, ossia una quindicina. La suddivisione dell’emiciclo conta, al momento, 37 seggi per il Likud di Benjamin Netanyahu, 16 per Yesh Atid di Lapid, 12 per Kahol Lavan di Gantz, 11 per la Joint List che raccoglie tre partiti degli arabi israeliani (Balad, Hadash e Ta’al), 9 per lo Shas, 7 per l’United Torah Judaism, altrettanti per Yisrael Beiteinu, 4 per Ra’am (l’United Arab List di Mansour Abbas), 4 per il Meretz, 3 per Yamina, 3 per Telem (Tnua Leumit Mamlakhtit) di Moshe Ya’alon, formazione nata recentemente da una costola del Likud, 2 rispettivamente per i laburisti di Merav Michaeli, per New Hope e Tkuma mentre Jewish Home (HaBayit HaYehudi) ne ha infine uno. Alcune liste, a partire dallo stesso Jewish Home (che appoggia le candidature di Yamina) e da Telem, non parteciperanno alle elezioni. Così per una serie di gruppi minori, come quelli nati dalla diaspora laburista (l’United Party di Michael Bar-Zohar, Or HaShahar di Yona Yahav, The Israelis del sindaco di Tel Aviv Ron Huldai), l’Israeli Veterans Party di Danni Yatom (che ha dato indicazioni di voto per Yesh Atid), il Tnufa dell’ex speaker di Yesh Atid Ofer Shelah e lo Zehut di Moshe Feiglin.

Nel complesso, tuttavia, ben 39 liste si sono registrate per potere partecipare alle elezioni. In due anni, infatti, le trasformazioni, i mutamenti e le rigenerazioni politiche sono state molte. Il Likud ha subito la scissione di vari suoi membri, guidati da Gideon Sa’ar, che ha abbandonato il partito tre mesi fa, fondando Nuova speranza. Lo hanno seguito vari esponenti likudisti, tra cui la leader della fazione Kulanu,Yifat Shasha-Biton (attuale numero due della lista) e i membri di Derech Eretz, ex componente di Blu e Bianco, Yoaz Hendel e Zvi Hauser. L’alleanza Blu e Bianco, d’altro canto, si era già sfaldata nel marzo del 2020, quando Benny Gantz aveva deciso di formare il governo con Netanyahu, scontando la strenua opposizione di Yair Lapid (Yesh Atid) e Moshe Ya’alon (Telem). Gantz ha quindi mantenuto il nome Blu e Bianco per la sua lista, mentre Lapid si presenta da solo come leader di Yesh Atid.  Ya’alon ha invece deciso di non presentare la lista di Telem alle urne. Il partito islamista Ra’ama (Lista Araba Unita) ha abbandonato la Joint List il 28 gennaio 2021, a causa delle divisioni interne sulle posizioni relative ai diritti delle persone di orientamento LGBTQ+ e sul progressivo avvicinamento di Mansour Abbas, leader di Ra’am, al primo ministro Netanyahu. L’alleanza tra Hadash, Balad e Ta’al mantiene il nome di Lista Comune mentre Ayman Odeh ne rimane il leader. Il Partito laburista, dopo la crisi seguita alla scelta, operata da due dei suoi tre parlamentari, di partecipare al governo con Netanyahu, sembra ora avere recuperato spazio elettorale sotto la leadership di Merav Michaeli. Diversa la traiettoria del Meretz, che è tornato a correre da solo dopo l’esperienza negativa dell’alleanza con i laburisti e Gesher. Proprio nell’area del centro-sinistra si sono poi registrate le nascite di due nuove formazioni, The Israelis di Ron Huldai e Tnufa, dell’ex parlamentare di Yesh Atid Ofer Shelah. L’alleanza di destra Yamina è invece stata abbandonata da La casa ebraica e Tkuma. Quest’ultimo, guidato da Bezalel Smotrich, ha cambiato il nome in  Partito sionista religioso, formando quindi una lista insieme al partita estremista Otzma Yehudit («Forza ebraica») e a quello omofobo e anti-LGBTQ+ Noam («Gradevolezza»).

Il frazionamento e l’iperconflittualismo sono da sempre una costante del sistema politico israeliano, negli ultimi anni accentuati ancora di più dalla polarizzazione del voto intorno alla figura di Benjamin Netanyahu. La sua traiettoria politica, che a tutt’oggi non accenna a declinare, benché continui a passare attraverso molte tempeste, sembra infatti costituire l’asse sul quale si fanno e si disfano accordi, alleanze, progetti e quant’altro. La capacità di condizionamento di colui che rappresenta più e meglio di altri la terza generazione politica, dalla fondazione dello Stato in poi, quella che ha raccolto le eredità della destra storica e della sinistra laburista dalle mani delle leadership trascorse, è probabilmente la più forte discriminate presente, al momento, nella politica nazionale. Ragion per cui ogni tornata elettorale si traduce in una sorta di plebiscito sulla sua persona, generando oramai da almeno due anni una condizione di stallo persistente. La quale è stata poi enfatizzata dalle dure condizioni dettate dalla pandemia, che nel volgere di poco tempo ha stravolto le abitudini comuni di vita degli israeliani.

I sondaggi, nelle loro forbici di incertezza e variazione, attribuiscono al Likud tra il 27 e i 30 seggi (di contro ai 37 uscenti), a Yesh Atid una ventina (rispetto ai 16 attuali), a Kahol Lavan non più di 5 (con più di un dimezzamento, considerando i 12 attuali), alla lista araba tra gli 8 e i 9 (11 uscenti), al religioso Shas tra i 6 e gli 8 (9 uscenti), ad Yisrael Beiteinu la conferma dei 7 parlamentari, così come per i 4 del Meretz e di Ra’am. Diverso dovrebbero invece essere l’andamento di partiti minori o di nuova costituzione: mentre New Economic non pare essere in grado di superare la soglia di sbarramento (con un arco di variazione tra lo 0,5% e il 2,1%), Yamina di Bennett potrebbe passare da 3 ad una dozzina di seggi, New Hope dovrebbe garantirsi una decina di scranni, il Labour – oggi al minimo storico di 2 rappresentanti – forse risalirà a 5 se non a 7 elementi e il National Union–Tkuma dagli attuali 2 potrebbe infine garantirsi 4 seggi.

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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